flâneurotic

un cane scioltissimo

Tag: arte contemporanea

Banksy says: “Read flaneurotic!”

La pagina appartiene all’edizione italiana di Wall and piece. Si legge male? cliccateci sopra. [Il flou è involontario, la lente era sporca.]

Vernissagem

Sta per terminare la lunga, faticosa settimana d’inaugurazione di questa 54a Biennale d’Arte di Venezia. Anche questa volta, se si rimane indenni al passaggio delle orde di biennalisti dotati di invito o tessera stampa, se si è superata con un sorriso la ridicolaggine degli stereotipi artsy, radical-choc e pseudointellettuali dei suddetti, se si è restati indifferenti di fronte alla volgarità della ricchezza ostentata alle feste, allora si può procedere alla ricerca dell’Arte, all’interno di una rassegna ogni volta più grande e piena di cose, e inevitabilmente sempre più ridotta a fiera delle vanità contemporanee.

Mi è impossibile dare una prima impressione complessiva  della mostra, curata quest’anno da Bice Curiger. Di fatto non ho visto granché.  Noi piccoli peones della Biennale, impegnati a tenere aperti i padiglioni, in questa prima settimana riusciamo a conoscere bene solo il piccolo mondo in cui abbiamo passato le nostre giornate, quello del ‘nostro’ padiglione. Si tratta di lavoro. Se l’artista non ci piace, non ne possiamo parlare male nei nostri blogghetti. La regola sarebbe quindi: evitare di parlarne, almeno sino a mostra finita, tra sei mesi. Si dà il caso però che Scenario, la mostra di Francisco Tropa al padiglione del Portogallo, sia veramente bella. Se non vi fidate dell’opinione di un semplice appassionato, semicolto e semplicione, pensate a quanti commenti entusiastici mi è capitato di raccogliere da parte di giornalisti del settore, critici, curatori, galleristi e collezionisti. E se, comprensibilmente, non vi fidate nemmeno dei suddetti personaggi, venite voi stessi a dare un’occhiata.

Scenario è uno di quei lavori che prendono per incantamento . Sette lanterne magiche proiettano ombre che chiedono prima di tutto di essere viste, non decifrate. L’inflazione del concettuale nell’arte contemporanea fa sì che una parte dei visitatori, prima ancora di guardare, chiedano spiegazioni. Ma Scenario non è un’opera concettuale, né Francisco ci ha indicato alcuna “chiave”. Tra i dettagli si celano alcuni riferimenti alti (il cubo platonico, ad esempio), ci si possono vedere alcuni simboli primordiali, alcune opposizioni fondamentali (Caldo/Freddo, Essere/Divenire, etc.), vi si coglie una riflessione sulla percezione visiva e sul tempo. Ma soprattutto vi si riconosce subito un esempio di cosa sia l’Arte propriamente detta: l’esperienza di ciò che non può essere detto [meglio e/o in modo diverso da come faccia l'opera stessa].

Il Leone d’oro alla partecipazione nazionale nel frattempo è andato alla Germania, e quello al miglior artista a Christian Marclay. Ricordo di aver letto per la prima volta il suo nome nei credits di un cd allegato a  “Musica Jazz”. Una raccolta di live tra i quali spiccava, almeno per me, il tema di C’era una volta in America interpretato da John Zorn. Marclay in quel caso aggiungeva qualche spezia sonora con i suoi giradischi. Solo più tardi l’ho scoperto in quanto artista visivo. Oggi ha vinto con un video di 24 (ventiquattro) ore, intitolato The Clock. Un bel lavoro di montaggio, se non altro…bof!

Arte e spazzatura

La forza dell’Arte sta – anche – nella sua capacità di costruire mondi, rileggendo con occhi diversi la realtà fattuale. Anche se più spesso capita che sia la realtà a guardare all’arte, in particolare al concettuale, con occhi diversi. Diversi da quelli del critico, il che non è sempre un male. Dalla visita alla Biennale ’78 della coppia Alberto Sordi-Anna Longhi ne Le vacanze intelligenti A Re’, me volevano compra’ pe’ dieciotto mijoni!») fino al gustoso episodio accaduto nei giorni scorsi a Padova. Piazzata in strada nell’ambito di una rassegna di giovani artisti, l’opera di Isabella Facco è stata scambiata per spazzatura, impietosamente compattata assieme alle scoasse ordinarie prodotte dai patavini senza alcuna intenzione espressiva, ed infine incenerita.

Legg io, s’intitola l’opera: uno scaffale di libri, qualcosa di visto parecchie volte nell’ambito dell’ombelicale spinto. Al di là dell’opera e del trattamento riservatole in quanto ‘pezzo’ d’arte contemporanea, mi domando se almeno i libri siano stati salvati. Temo di no, e l’idea di un libro che brucia mi disturba molto.

Insomma pare che a Padova la nettezza urbana sia piuttosto efficiente, pure troppo. Tentiamo un’operazione concettuale, pure se non ci abbiamo il gallerista: Pensiamo alla monnezza nelle strade di Napoli come ad un’estesissima installazione di land art.

Buon compleanno, Tate Modern

Doris Salcedo, Shibboleth

La Tate Modern è stata aperta il 12 maggio di dieci anni fa. In dieci anni ci sono andato una volta sola, a pochi mesi dall’inaugurazione. Me ne vergogno non poco (per il fatto di esserci andato una volta sola, nel caso non fosse chiaro).  Luoghi come quello mi riempiono sempre di stupore e ammirazione. Stupore, per lo spazio in cui sono situati, innanzitutto. Uno dei musei più visitati al mondo, la TM sorge nella vecchia centrale elettrica di Bankside, una montagna di mattoni rossi di forma vagamente mesopotamica che per alcuni decenni ha rifornito di energia (e smog) mezza Londra, prima di diventare archeologia industriale, prima che il bruciare petrolio per produrre energia elettrica diventasse antieconomico. E’ sorella della più celebre centrale di Battersea, quella sorvolata dal maiale gonfiabile nella copertina di Animals dei Pink Floyd, la cui riconversione dovrebbe partire l’anno prossimo.

Che fare di un mastodonte simile? E’ un pezzo di memoria della città, mica lo puoi radere al suolo. Occorre riconvertirlo senza perderne le forme. Grandi volumi, grandi superfici: il luogo ideale per una grande galleria d’arte. Meglio se pubblica. Il consiglio di amministrazione della Tate a metà anni ’90 affida ad Herzog & De Meuron (mica Pizza & Fichi) il compito di farne la propria sede per l’arte contemporanea. Il che è solo la metà dell’opera. Perché uno spazio diventi luogo occorre vi sia una gestione intelligente. Ed ecco l’ammirazione. La Tate, nelle sue diverse articolazioni, è quello che in UK chiamano “Non-Departmental Public Body”, e cioè “a body which carries out functions on behalf of the government department that sponsors it, but is administered independently“.  E’ riuscita in dieci anni a far diventare una galleria pubblica un grande luogo di aggregazione, mantenendo la qualità della proposta sempre alta, riuscendo ad essere pubblica, cioè per tutti, anche coinvolgendo il privato: oggi i fondi pubblici coprono il 40% della spesa, il resto viene dalle sponsorizzazioni e dalle esposizioni temporanee. Sì perché, come per gli altri grandi musei di Londra, l’ingresso alla collezione è gratuito. Un meccanismo virtuoso, come si dice, che altrove, diciamo pure qui in Italia, non è proprio di casa. Ogni volta che penso alla Tate Modern mi viene in mente il Molino Stucky e la triste fine che ha fatto, regalato dai politicanti ad un palazzinaro per farci venire dei suoi simili nei weekend. O a Punta della Dogana, un altro pezzo di Venezia diventato giocattolo di lusso per un ricco bimbo cresciuto. Ma forse non può essere altrimenti. Ai paesi civili, le buone pratiche per le arti e la cultura. All’Italia, la bellezza in ogni pietra, che, al contrario di quella delle mignotte, non sfiorisce, e rende assai di più.

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