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Tag: fascismo

Ricordare tutto, ricordare bene

Esuli istriani in partenza da Pola col piroscafo "Toscana", 1947

I confini difficili ti parlano della loro Storia anche se non glielo chiedi. Così, quando abitavo a Trieste, aspettando l’autobus in piazza Goldoni, vedevo davanti a me, tutti i giorni, l’insegna della sede dell’Unione degli Istriani. E ricordo il disappunto di un’amica croata di fronte all’uso di chiamare Fiume la sua città, Rijeka. Cioè, Fiume, appunto. « Sono passati tanti anni, basta! », diceva. Obiettavo, senza successo, che mi pareva naturale chiamare un certo luogo col toponimo posseduto storicamente dalla mia lingua, senza per questo avere pretese territoriali su quel luogo. D’altronde, mi sembrerebbe ridicolo dover dire “vado un paio di giorni a London” oppure “Greta è di München”, così come ho trovato fastidioso e un po’ straniante sentire il velista padano, in vacanza nelle meravigliose isole del Quarnaro, insistere sul fatto che lui fosse stato a Krk, non a Veglia. Questo genere di questioni riempiono migliaia di pagine nei testi di Geografia Culturale ma alla maggior parte della gente basterebbe un po’ delle vecchie Storia & Geografia ben insegnate. A titolo di esempio, mi domando se il coglioncello che ha sentito l’urgenza di fare il suo tweet del cazzo nel Giorno del Ricordo, sappia collocare Trieste e l’Istria sulla cartina geografica:

(Al coglioncello potrebbe far bene leggere la storia di Eugenio Galandauer e degli altri Ebrei fiumani salvati da alcuni giusti in Romagna. Italiani e Fiumani, ma privati della cittadinanza in quanto Ebrei).

Non che le testimonianze e una buona storiografia salvino dalle rimozioni, dalla memoria selettiva e dalle strumentalizzazioni politiche. Ma queste diventano pane quotidiano soprattutto in un Paese ignorante, che non ha mai fatto seriamente i conti con le proprie vicende più tragiche, e che vive il passato, più ancora che il presente, come una partita di calcio, dalla curva dello stadio, trombe in mano. Foibe! Sappiamo come sia facile far coagulare una polemica attorno ad una parola divenuta simbolo. Così ricoperta dagli slogan, la parola diventa un oggetto enorme, minaccioso, dietro al quale scompare il referente, ossia la storia che andrebbe studiata e raccontata. Per sessant’anni gli infoibamenti del ’43-’45, e in generale le vicende del confine orientale, sono diventati quel tipo di oggetto, randello polemico usato dalla Destra in chiave anticomunista, da opporre al silenzio di buona parte della Sinistra. A chi voglia imparare qualcosa sull’argomento, consiglio il fondamentale Foibe, di Raoul Pupo e Roberto Spazzali. Costa poco e dice molto, con grande rigore. A titolo di introduzione, vi consiglio anche di leggere due articoli (che trovate qui e qui) a firma dello stesso Pupo.

Ma sarebbe a mio avviso un male se questo giorno, istituito un po’ frettolosamente, diventasse “il giorno delle foibe”. Oggi si deve ricordare soprattutto l’Esodo, e cioè la traumatica frattura dell’esperienza storica giuliano-dalmata, e occorrerebbe farlo, possibilmente, senza che il trauma oscuri e cancelli la memoria positiva di quella cultura. Si è cominciato a capire che l’interesse per la storia della Venezia-Giulia e della Dalmazia non ha nulla a che fare con l’essere fascisti o col coltivare deliranti revanches nazionalistiche, e che la fascinazione per la civiltà “veneta” prosperata sulle sponde orientali dell’Adriatico non può essere confusa con i deliri di leghisti nostalgici e senenissimi imbecilli. Fanno veramente pena, fascisti e leghisti, fingendo di ignorare il carattere cosmopolita di quei luoghi (ridotti a provincia periferica da Mussolini) o l’importanza del Veneto da mar in quanto lingua franca di tutto il Mediterraneo (così lontano dall’idea piccola e meschina della lingua inventata per il kapannonistan veneto).

Il "Golfo di Venezia" in una carta di Vincenzo Maria Coronelli

A titolo di simbolico e personalissimo tentativo di risarcimento per quelli che, lasciate le loro case e le loro vite laggiù, trovarono una madrepatria assai matrigna, ignara e indifferente, dedico il 10 febbraio su flaneurotic – sempre che il blog sopravviva alla mia patologica incostanza – al ricordo positivo della cultura giuliano-dalmata. Sarà un contributo molto semplice, in cui mi limiterò a menzionare un celebre (o meno celebre) istriano, fiumano o dalmata. Quest’anno, appena terminate le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità, mi pare doveroso iniziare con l’illustre letterato e patriota Niccolò Tommaseo, autore del celeberrimo Dizionario della Lingua Italiana, nativo di Sebenico (cioè Šibenik…). L’immagine di Tommaseo è una presenza quotidiana, qui a Venezia: la sua statua in Campo S.Stefano viene simpaticamente identificata come “el Cagalibri“…

Ecco cosa scriveva nel 1848 in Delle nuove speranze d’Italia (non ditelo: quelle speranze rimangono nuove nel 2012):

“Una revisione generale”

Un fascista uccide due immigrati, che si fa? Diamo una sistemata a quelli della destra radicale, gli facciamo abbassare la cresta con un paio di visite della DIGOS, paghiamo i funerali delle vittime e tiriamo avanti un altro po’.  Ma mentre osserviamo compiaciuti i risultati della potatura cosmetica, la mala pianta cresce, e cresce in un terreno – la società tutta -  che proprio sano non è. A proposito di Militia, (in questo caso dei suoi affiliati comaschi), è illuminante la presenza di un articolo sul movimento occupy – o come diamine si chiama  – in pagine che presentano un classico mix di anticapitalismo di destra e pensiero tradizionalista (vi compare anche un articolo di Franco Freda). Un’esca per il giovane indignato? Difficile ormai verificare chi attragga chi, in una fase di vuoto ideologico che risucchia tutto. E’ un momento confuso, nel quale sta giungendo a compimento un lungo processo di revisioni ideologiche e i discorsi ‘di destra e ‘di sinistra’ finiscono per incontrarsi in territori ni droite ni gauche: forse è il momento buono per rileggere Zeev Sternhell. Negli anni abbiamo imparato a conoscere tutte le tinte possibili del bruno e del rossobruno, passando per articolatissime teorie della cospirazione, culti esoterici, revival della geopolitica di Haushofer, appelli per la “Palestina libera”, movimenti per la decrescita (in)felice e progetti di “socialismo nazionale”. Marginale folklore politico amplificato dalla Rete, ma anche segno di movimenti più vasti e profondi. Di fatto, nel discorso pubblico sono già passate idee e soprattutto stili di pensiero (“idee senza parole”) fino a pochi anni fa considerati impresentabili. Passare dalla critica della finanza impazzita alle farneticazioni sulla lobby ebraica sarà anche improbabile per un cognitario indignato ma di buone letture. Non lo è per la folla. E d’altro canto, il nodo del razzismo generico non rappresenta una contraddizione insanabile, al di là delle apparenze. Come non mi ha stupito vedere Fabio Granata “operare dei distinguo” e in sostanza difendere Casa Pound, così non mi stupisce l‘intervista rilasciata dal dandy fascista Pietrangelo Buttafuoco al Corriere Fiorentino:

«Partiamo da un dato di carne e sangue, e confrontiamoci con le storie degli uomini ammazzati; senegalesi che attraversano il buio e il mare per arrivare in Italia. Ne parlo anche in “Cabaret Voltaire”; la loro eleganza e la loro fierezza sono quanto di meglio si possa immaginare nel nostro orizzonte di occidentali stanchi, deprivati e perduti di qualsiasi identità. Quindi chissà cos’è successo nella testa di questo squinternato per scegliere proprio loro come bersaglio, con la loro nobilità e il loro senso dell’avventura; tutte cose che si possono trovare nei sogni e negli immaginari jungeriani ed evoliani. C’è un cortocircuito spaventoso. Fa gioco la criminalizzazione e sarebbe devastante privare questo mondo fatto di suggestioni e di simboli e ridurlo al rango di simili pazzie».

Del resto nemmeno il giovane soreliano Mussolini era razzista, e una nostra eventuale uscita dall’Eurozona avrebbe fatto improvvisamente tornare di moda l’idea corradiniana di “nazione proletaria”. Ma sui segni della situazione prefascista che stiamo vivendo – o se preferite, sulla mia paranoia -  dovrò tornare in modo meno disordinato.

Un altro mondo è possibile

Non ho nulla da dire sull’uccisione di Gheddafi in sé, attendo i consueti esercizi dietrologici e, nel giro di qualche settimana, lo sputtanamento di quanto di buono c’è nella deposizione di un tiranno. Quello che ha veramente attirato la mia attenzione è il commento di Mario Borghezio sulla fine del rais:

«Un grande leader, un vero rivoluzionario non confondibile con i nuovi dirigenti libici portati al potere dalle baionette della Nato e dalle multinazionali del petrolio»

Il personaggio lo conosciamo bene, ce lo siamo immaginato in mimetica, novello Rommel, a sostenere il Colonnello, il nostro fidato poliziotto di frontiera. Ma la simpatia per Gheddafi non è faccenda recente per Borghezio né, tantomeno, per un suo vecchio amico e camerata dei tempi della Jeune Europe, il nazislamico-tradizionalista  Claudio Mutti. (Si consoli il prof.Mutti per la grave perdita: la morte dell’autore, come sempre avviene, farà impennare le vendite di Socialismo e Tradizione).

Sia chiaro, di fascisti nella Lega non ce n’era nemmeno l’ombra, prima che li portasse Tosi, e nessuno è mai andato a rendere omaggio ai caudillos di mezzo mondo.

Molti nemici, molto odore

Beppe Grillo sbrocca una volta di più, insulta Il Fatto e perde il Passaparola di Marco Travaglio. Fine di un bizzarro matrimonio. Nelle stesse ore, l’energico comedian pubblica le sue riflessioni sul tema della secessione, con ampi squarci sulla “vera” storia del nostro Risorgimento. Qualcuno gli potrebbe spiegare che il Regno Lombardo-Veneto fu una creazione dell’occupante austriaco? Ma anche no: che cosa si può spiegare ad un volgare demagogo che quattro anni fa cavalcava senza ritegno la paura di Rom e Romeni? Se n’è parlato a lungo, la tattica di Grillo e di chi lavora con lui si riassume in due tratti elementari: da una parte la ricerca del tema statisticamente più rilevante in un dato momento, che fornisce l’argomento delle reprimende. Dall’altra la fasulla ricerca di purezza assoluta e il rifiuto di qualsiasi voce che non sia la propria. Una sorta di selvaggio marketing politico che conduce inevitabilmente a periodiche rotture con i (pochi) alleati e allo spiazzamento di parte della base. E’ possibile che un simile gioco vada benissimo per un’attività puramente mediatica (e commerciale), meno per un progetto politico propriamente detto. Purtroppo credo che il peggio di Grillo rappresenti qualcosa che sta in gran parte al di fuori del suo movimento. Si tratta della pancia, anzi del borbottante colon retto di un Paese allo sbando. Secondo voi è intelligente scherzare con una colite spastica?

Degno di nota il primo commento, il più votato, al post intitolato Soli :

“Cosa ci vuole, una rivoluzione? E se ci vuole, cosa aspettiamo? Referendum :per cosa? Bisogna agire, ci vuole un Robespierre, ci vuole un Hitler, bisogna fare piazza pulita, ma soprattutto bisogna fare presto.”

Get rich or die tryin’

C’è poco da compiacersi della situazione e linkare London’s Burning o Guns of Brixton al proprio articoletto (è più adatto un riuscito mashup tra Next Hype di Tempa T e Lisbon Acid di Aphex Twin). Non c’è molta politica, e di certo nessuna utopia dietro agli scontri di Londra. Mentre a Latakia Assadino, l’ottico di fiducia dei Siriani, fa sparare sulla folla senza tanti complimenti, cercando di eguagliare il padre col numero di assassinii, a Londra è arrivato il quinto morto, un signore di quasi settant’anni che stava cercando di spegnere un fuoco ed è stato ammazzato di botte da un teppista.

Confronti tra Siria e UK? No, se non per verificare l’inesistenza di qualsiasi punto in comune. Democrazie acciaccate da una parte, dittatori in crisi dall’altra. Nessuna lotta si salda all’altra, nessuna rivolta globale se non nella zucca dei mistici della rivolta medesima o di chi sovrinterpreti od elabori creativamente i dati a disposizione.  Rimaniamo nel nostro intorno: a Londra si sta vedendo con una certa chiarezza cosa succede quando prevale l’ideologia. L’ideologia del mercato, dice. Non esattamente, ma accettiamola come licenza lessicale. La società liquida di Bauman? Ci rivediamo La Haine di Kassovitz. sul nostro 37″ al plasma appena acquistato grazie al credito al consumo/estratto dalla vetrina sfondata? In buona sostanza, l’ideologia è quella della società atomizzata, fatta di individui in perenne e totale (e salutare, secondo gli ideologi) competizione. In gioco ci sono le merci, anche quelle immateriali del prestigio, ma soprattutto quelle materiali. La roba (e non “il pane”, attenzione). Il mondo è tondo, e chi non sta a galla va a fondo. Come ricordava qualche giorno fa Donald Sassoon, la controparte in cui i protagonisti delle razzie cittadine si rispecchiano è in fondo quella della finanza pirata, del grande gioco predatorio, perfettamente legalizzato e che ci sta trascinando  in una crisi paragonabile a quella del ’29. In crisi in realtà non c’è questo o quel modello di welfare in progressiva demolizione, non c’è un’idea di società solidale: è in crisi il concetto stesso di società. Il contratto non vale più niente. Negli ultimi quarant’anni si è pensato – l’hanno pensato i Vonhayekiani, i Misesiani, i neoliberisti insomma, che le singole spinte individuali al profitto, completamente liberate da qualsiasi laccio, si componessero alla fine in una grande ricchezza e un benessere diffusi nella società. Ora pare che qualcosa nella teoria non abbia funzionato. Houston, we’ve got a problem. I signori neoliberisti – i veri ultimi utopisti (dopo che i comunisti sconfitti son diventati una setta pauperista di coltivatori di rape biologiche) non hanno fatto i conti con la natura umana. Proprio loro! Non hanno valutato che quelle spinte individualiste, se non direzionate saggiamente, sarebbero schizzate da tutte le parti, a partire dal centro. Che sarebbero diventate cioè spinte centrifughe, che avrebbero portato a gravi strappi e infine alla distruzione della società in quanto tale.  Questa è la tendenza, io credo. Con le dovute sfumature locali: Londra non è Atene, né tantomeno Madrid. E, naturalmente, nessuna di queste città è Damasco.

Non vorrei portare rogna, ma è in condizioni simili (crisi economica globale, sclerosi degli istituti democratici, assenza di elaborazione politica razionale) che qualcuno si inventa le risposte peggiori. Insomma, sto parlando dei fascismi. Quelli veri. Lo dico praticandomi una necessaria toccatina apotropaica.  No, perché a sinistra – quella dei coltivatori di rape biologiche – c’è una tendenza a porre troppa attenzione sulla rapa, piuttosto che sulla possibilità di amare e coltivare la rapa stessa: in altri termini: non si accorgono che questa malconcissima demograzìa per nulla egualitaria è meglio di quello che potrebbe venire dopo, e che dobbiamo difenderla e tenercela stretta, questa benedetta democrazia sempre incompiuta. In Siria ci devono ancora arrivare e la desiderano fortissimamente: a noi sta scivolando da sotto i piedi.

In attesa di ulteriori sviluppi della situazione, il premio faccia-di-culo 2011 va ex aequo ai signori Ahmadinejad, Gheddafi, Mugabe, Hu Jintao, Ali Khalifa, per i consigli dispensati alla Gran Bretagna in questi giorni.

La montagna disincantata

Decisione quantomai saggia, quella di lasciare il carnaio veneziano nel weekend del Redentore – una festa che è sempre più fiera delle volgarità contemporanee e sintomo dei mali di Venezia. Scusate, a queste magagne penso tutti i giorni, ho bisogno di staccare anche solo per poche ore. E così, io e M. abbiamo preso il nostro trenino e abbiamo risalito la valle del Piave, destinazione Tre Cime di Lavaredo. L’idea è quella di passare la notte al Rifugio Auronzo, per compiere il canonico giro tutt’attorno alle cime nel mattino di domenica. A Calalzo proseguiamo in autobus verso Auronzo. La quale, nota per il lago dall’incredibile azzurro Epson, è anche sede del ritiro estivo della Lazio, come ci ricordano innumerevoli bandiere e drappi biancazzurri. Una locandina ci avvisa inoltre della presenza di Erri De Luca, che lunedì verrà a parlare di non so più cosa e che è un grande appassionato di montagna.

Il rifugio Auronzo è un piccolo albergo spartano ai piedi della parete sud delle Tre Cime, gestito da gente simpatica e in gamba. E’ appunto spartano, ma caro, come tutti i rifugi. Cinque euro per i tre minuti della doccia a gettone, che naturalmente non faremo. Una breve passeggiata nel tardo pomeriggio fino al rifugio Lavaredo prima che tutte le cime e le valli spariscano nel bianco e inizi un temporale. Avendo optato per la mezza pensione, decidiamo di gonfiarci di cibo e andar presto in branda. Il potere che la montagna ha su di me si riassume in un piacere altrimenti sconosciuto a noi ghiri: quello di alzarsi riposati alle sei del mattino. In un paio d’ore di lento risveglio e colazione, ci mettiamo in cammino in direzione Nord, lungo il sentiero 101.

Durante la Grande Guerra – oggi forse il più dimenticato dei conflitti moderni, nonostante il mondo come lo conosciamo oggi abbia avuto origine allora – attorno e sopra a quelle tre gigantesche zanne di dolomite persero la vita migliaia di giovani sudditi degli Asburgo e dei Savoia.  Sul versante italiano, in pochissimi giorni, a dicembre del 1916, ne morirono più di diecimila. Per il freddo, più che per le pallottole. Erano fanti mal equipaggiati, venivano spesso dal profondo Sud, mandati a morire per spostare quel maledetto confine un po’ più a Nord.  Gallerie, camminamenti, postazioni di tiro scavate nella roccia, residuati bellici di cui sono stati disseminati i ghiaioni per decenni (ma qualcosa ancora si trova, a cercar bene) sono oggi, assieme a qualche targa o croce, gli unici segni di quella carneficina. Segni minimi, quasi invisibili, nascosti dalla mole delle Drei Zinnen (le tre ‘zinne’, certo). Oggi, al rifugio Tre Cime, quartier generale austriaco in quegli anni, convivono, in un pacificato ricordo di taglio più alpinistico che militare, Sepp Innerkofler e Piero De Luca (non credo parente di Erri, ma non si sa mai: gli scrittori son gente piena di risorse). Resi nemici dai casi della Storia, si arrampicavano da versanti opposti. Quando il bergführer incontrò l’alpino, l’alpino, pare, lo fece precipitare con una pietrata in testa. Il rifugio, punto di vista più celebre delle cime, è puro Tirol, anche se dedicato discutibilmente ad Antonio Locatelli, gloria dell’aviazione fascista, abbattuto durante l’ignobile guerra d’Etiopia. Messo insieme l’ultimo contante (no bancomat!) ci mangiamo un piatto di canederli, che ci scaldano un po’ , e riprendiamo il cammino. Una piccola deviazione giù per il sentiero 102, che arriva sino a Sesto Pusteria, oltre i laghetti la cui acqua finisce nel Mar Nero – attraverso la Drava e poi il bel Danubio Blu , e poi di nuovo sul 105, per tornare al lato sud, incontrando le mucche al pascolo.

In montagna sono cresciuto, senza un attaccamento particolare e senza alcun sapere da trasmettere. ma con un grande rispetto per l’unico ambiente in cui riesco a fare il vuoto dentro me stesso,  a recuperare la giusta misura delle cose. Non amo lo sport né il culto dello sforzo fisico ma mi piace camminare.  La camminata, termine che preferisco di gran lunga all’antipatico trekking, è una pratica dalla doppia valenza. Guarda al dentro come al fuori. Camminando si costruisce il walkscape, facendo dello spazio un luogo, lavorando allo stesso tempo sulla propria interiorità. La camminata in quota, poi, rappresenta in modo perfetto la rarefazione del pensiero, che diventa essenziale. E’ come se le menate faticassero a seguirci in vetta. In montagna il camminare è anche il giusto prezzo per avere almeno un assaggio di Sublime. Esisterà poi una qualche corrispondenza tra le altezze geografiche e quelle dello Spirito? La Chiesa Cattolica sembra di quest’avviso, e la strada che porta verso Misurina è da decenni disseminata di colonie estive a gestione più o meno pretesca. Non mi interessa nemmeno tentare un’analisi socio-antropo-ideologica sulla cultura del soggiorno montano. “La montagna è di destra, il mare di sinistra”, e via dicendo. Credo ci sia qualche problema con l’essere umano in genere, ovunque esso metta piede, al mare come in montagna come in città. Dopo aver salutato le graziose vacche al pascolo, sul sentiero che porta alla Forcella del Col di Mezzo, ci imbattiamo in una famigliola intenta ad urlare in coro per sentirsi restituire dall’eco la cacofonia delle proprie voci. Forse è proprio questo il fine della loro escursione.

“Non si dovrebbe urlare in montagna”, dico bonariamente

“Dipende”, dice, sorridendo pure il capofamiglia

“Io ho detto la mia….” mollo subito la presa: la serenità alpestre ha la meglio sulla vis polemica!

Dipende? Ma pure il coraggio di rimbeccare, ha? Mentre fa da direttore del coro a figli e mogliera? Transeat. Proprio pochi attimi prima M. mi aveva fatto notare un rumore di rolling stones. Sassi fatti cadere dalla parte superiore del ghiaione, percorsa da un’altra traccia? O è stata una di quelle scossette di terremoto di cui avremo notizia tornati a casa (no, era troppo presto. Rimane il fatto che in montagna non si deve gridare). Non che questo piccolissimo episodio mi abbia in qualche modo rovinato il fragile stato di grazia conquistato ai piedi delle cime. A turbare la mia serenità, facendomi di molto incazzare, ci ha pensato invece il gestore del negozio “Souvenir Coltelleria ‘La Britola’” di Misurina.

Luogo stupendo e a tratti inquietante, Misurina. Una leggenda struggente, un lago, cinque alberghi, una seggiovia, un sanatorio a metà tra l’ospedale dello Zauberberg e l’Overlook Hotel, qualche venditore di prodotti tipici (ottimi formaggi di malga) e souvenir. Tra gli immancabili coltellini Opinel, le cartoline, i posacenere, i pulisciscarpe a forma di riccio e i portachiavi, messa in bella mostra all’ingresso una maglietta con tanto di croce cerchiata ed aquila. A Misurina ci sono italiani, tedeschi, inglesi, francesi, americani, russi ed israeliani – questo ad un ascolto distratto delle lingue parlate in quel momento; le Dolomiti sono una delle tappe del turismo globale.  Penso alla figura che ci facciamo, in quanto italioti. Guardandomi attorno noto anche gli immancabili calendari di Mussolini (un must che avevo già visto all’edicola della stazione di Mestre) e vari ammennicoli da nazimbecille. Un’altra t-shirt riporta il motto delle SS (“il mio onore si chiama fedeltà”) alla cui lettura il mio stomaco si ribella. Vado quindi a correggere l’acidità con un infuso di melissa nel bar a fianco, e capisco che il weekend sta per finire.

I cosiddetti liberali

Merita di essere trascritto nella sua interezza un commento dell’economista Michele Boldrin apparso su NoiseFromAmerika. Lo sottoscrivo integralmente. Fatte le dovute distinzioni, esiste una costante nella popolarità di personaggi nefasti come Mussolini Benito, Craxi Bettino e Berlusconi Silvio tra gli autodefinentisi ‘liberali’ nostrani. (Grazie ad Amaryllide per la segnalazione).

L’Italia è strapiena di servi di BS ed ex servi di Craxi che si definiscono “liberali”.

Tanto che oramai io mi vergogno di usare questo termine per definire una mia generale attitudine ideale. Dai Porro ai Martino passando per libertari de noantri, tea parties all’italiana, associazioni “anti-tasse e nient’altro”, ultra-cattolici in crociata, è tutto un autoproclamarsi “liberali” per poi difendere ed appoggiare qualsiasi atto criminale compiuto da BS e la sua banda.

La cosa meriterebbe una riflessione, perché è un fenomeno tutto italiano. Quando provi a dialogare con costoro ti rendi conto che, 8 volte su 10, sono liberali come io sono cinese. In realtà sono semplicemente “anti-comunisti” o, meglio, “antiquellidisinistra”. È una cosa monomaniacale, da minus habens: se l’affermazione X è fatta da uno di “sinistra” allora deve essere sbagliata, se il soggetto in questione (BS in questo caso) è contro la “sinistra” allora ha ragione su tutto e sempre, a priori, e via andando. Il liberismo non c’entra nulla, è pura copertura ideologica nemmeno tanto coerente. In media né l’han capito né l’han studiato.

La cosa più incomprensibile è come, mentalmente, selezionino il gruppo definito di “sinistra”. Non ne son certo ma ho una teoria diciamo così “empirica”, basata sull’osservazione e, purtroppo, la discussione con costoro. La “sinistra” è = exPCI+CGIL, nient’altro. Neanche i gruppuscoli erano di “sinistra” (infatti, decine di costoro son transitati tranquillamente dall’uno all’altro) perché ebbero il merito di “fare il culo” a PCI+CGIL (infatti, a suo tempo gli antenati di costoro ed alcuni fra i più anziani, sotto la guida di Craxi Bettino, ebbero una simpatia tattica per l’autonomia) né lo erano i radicali dei referendum su divorzio ed aborto perché operavano anti-PCI+CGIL. I socialisti, ovviamente, da Craxi in poi sono “anti-sinistra” per definizione, il che permette a personaggi tanto improbabili quanto incoerenti e statal-social-corporativisti come Brunetta, Sacconi e Tremonti di definirsi “liberali” …

La “sinistra”, nella mente di costoro, è PCI+CGIL, ossia la classe operaia delle fabbriche 1920-1980. La radice è una mescola fra l’odio di classe ed il terrore del piccolo borghese per i “rossi” che, nel biennio da essi colorato, venivano a portargli via la “roba” e che, nel decennio 1969-79, portavano gli operai “in centro” a disturbare lo struscio ed i bei negozi. Le radici storiche sono lì. Per questi “liberali” (te lo ammettono se li spingi all’angolo e mi è capitato) Benito era una brava persona (un “liberale”, dopo tutto) che ha dovuto fare quel che ha fatto perché c’erano i rossi da combattere. Come Pinochet il quale, mi spiegò tanti anni fa una variante USA del “liberale” italiano, “ne ha torturati ed uccisi migliaia, è vero … ma dopotutto eran tutti comunisti”. Appunto.

Da questa definizione di “sinistra” segue che chiunque ad essi (exPCI+CGIL) si accompagni, o anche solo qualche volta difenda, tale diventa. È infettivo l’essere di sinistra. Ecco quindi che la Bindi diventa di sinistra e che, nella mente di costoro, quel traditore di Fini è, chiaramente, un amico dei comunisti.

Funzionano così. Non è solo ignoranza (tremenda fra questi liberalidelcazzo, che mi son scocciato delle virgolette), è qualcosa di più profondo. È la paura storica della borghesia italiana per la redistribuzione di ricchezza e potere. Insomma, la ragione per cui il risorgimento italico NON fu nemmeno un tentativo di rivoluzione liberale: troppo rischioso, meglio tenersi il medioevo socio-politico che rischiare che qualche morto di fame ci porti via la roba ed i privilegi medievali … Non a caso il gruppo sociale dove questo tipo di liberaledelcazzo appare con più frequenza (relativa) consiste dell’aristocrazia terriera e della borghesia parassitico-professionale del Sud. Se voi girate per i ministeri romani e v’intrattenete con l’alta dirigenza dei medesimi, una buona parte della quale da lì viene, v’imbattete con grandissima frequenza proprio in questa figura sociale tutta italica: il liberaledelcazzo nostalgico della “parte buona” del regime.

Sono, in realtà, nostalgici di una versione non troppo criminale, non anti-semita e non guerrafondaia (ah, è lì che ci siamo rovinati … se facevamo a meno d’entrare in guerra, ora saremmo liberi di quella teppaglia, cara signora … è hitler che ci ha rovinato!) del fascismo. Oltre che, ovviamente, provinciali di scarsa cultura. Ah, la frequenza relativa di diplomati al liceo classico, fra questi liberalidelcazzo, è particolarmente elevata rispetto alla media della popolazione. Che sia per caso? Non credo. Nient’altro

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