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un cane scioltissimo

Tag: immigrazione

Dolce Fortezza Europa

Mentre l’ignavia europea lascia languire la rivoluzione in Libia e il Cav. continua nei suoi tentativi di sfuggire ai processi, per distrarre l’italiota medio viene proiettato il vecchio filmino sull’”emergenza immigrazione”. Come scenario (quasi à la Antonioni!) l’estrema propaggine insulare della malconcia Repubblica, già bersaglio dei missili di Gheddafi un quarto di secolo fa, oggi palco per l’ennesimo show del Caimano e simbolo di una vergogna nazionale, quella dei Centri di Identificazione ed Espulsione.
Sulla vergogna dei CPT/CIE non si dirà mai abbastanza. L’esistenza di quei campi è un’onta per ogni paese che si definisca civile e lo è persino per un paese incivile quale l’Italia berlusconizzata. Anche senza ricorrere ai discutibili papiri di Agambenuccio nostro, L’idea che lo spostamento in massa di esseri umani inermi possa essere ‘gestito’ con il concentramento degli stessi ha in se qualcosa di malato, e certamente risulta funzionale, se non ad un’ideologia globalmente diffusa, almeno agli squallidi interessi di una “classe dirigente” fatta di s t r o n z i.
L’industria della crisi e delle emergenze vere o finte è come sappiamo una voce stabile dell’economia nazionale. Lo stato emergenziale, o meglio la percezione dello stesso, ha un valore d’uso politico altissimo in campagna elettorale e  la campagna elettorale in Italia comincia durante lo spoglio delle schede, non finisce mai. Ma oltre all’uso politico c’è quello puramente economico. Il cittadino onesto, preoccupato per la robba e la virtù della figliola, minacciate entrambe dagli sbarchi dei pirati barbareschi, non si interessa di queste cose. Non si indigna per i CIE, ma forse nemmeno sa quale sia l’indotto gravitante attorno all’ingabbiamento, all’identificazione e all’espulsione di questa gente.
(Ministro Testicoli, se proprio li vuole rinchiudere, questi migranti, anziché nelle tendopoli dentro al filo spinato, li sistemi nelle caserme dismesse. Ho capito che le dobbiamo tenere da parte per le prossime pappate degli speculatori ma nel frattempo usiamole no? Lo faccia sapere al suo collega Ignazio, il mulo parlante, che ne ha la competenza. I miei rispetti.)

E con la parte istituzionale abbiamo chiuso. Ma dei nuovi arrivati che possiamo dire?
L’impressione, confermata dai fatti, è che le migliaia (migliaia, non milioni…) di ragazzi tunisini non si vogliano fermare nel Bel Paese ma vogliano semmai raggiungere la Francia e i paesi del Nord Europa.
E’ possibile che di questo i nazileghisti siano contenti, convinti di essere riusciti nel miserabile intento di mostrare l’Italia quale paese inospitale. Purtroppo per loro non possono cancellare per decreto la posizione geografica dello stivale, che ne ha fatto per secoli un’ideale banchina di transito tra Europa e Mediterraneo. Quindi i migranti continuano ad arrivare, seppure per non fermarsi. E in ogni caso i Francesi li rispediscono a Ventimiglia senza tanti complimenti.

Non tutte le ondate, o mini-ondate migratorie sono uguali. E’ certo che i settanta eritrei che hanno perso la vita tre giorni fa sfuggivano alle violenze in Libia, come le altre vittime della notte scorsa,  in quella che sempre più spesso si rivela una traversata mortale. Ma da cosa sfuggono i giovani tunisini che arrivano a Lampedusa? E’ difficile riconoscere uno status preciso a questi ultimi migranti: sono richiedenti asilo? No, e il paradosso è vederli partire da un paese in cui si è appena svolta una rivoluzione, la meglio riuscita, finora, tra quelle che interessano il Mondo Arabo. “perché se ne vanno proprio ora?”, verrebbe da chiedere ingenuamente.
La risposta più interessante è forse quella di Gabriele Del Grande, che da anni si occupa di narrare le storie delle migrazioni dal Sud del Mondo verso la Fortezza Europa. Prendendo spunto da un popolarissimo brano hip-hop algerino, Partir loin, forse meglio che attraverso centinaia di report socioeconomici, è possibile capire cosa spinge le decine di migliaia di giovani nordafricani ad attraversare il canale di Sicilia:

Vogliono viaggiare. Il perché, sono fatti loro. Dopotutto viaggiare non é un’esclusiva dei disperati, ma al contrario è una parte imprescindibile della vita di ogni ragazzo nel mondo globale di oggi. Se non fosse che le nostre ambasciate da anni vietano a tutta una generazione in Africa di poter viaggiare legalmente con un visto sul passaporto.
[...]
il regime di criminalizzazione della libertà di circolazione deve cadere, esattamente come sono cadute le dittature del sud del Mediterraneo.

Beh, che dire: sottoscrivo.

Stronzoooooh!

L’Assessore regionale (“Identità veneta, Protezione civile, caccia, flussi migratori, semplificazione amministrativa, devoluzione ai Comuni e alle Province, antincendio boschivo” ) Daniele Stival propone di fermare i profughi nordafricani «col mitra».

Lo sciacquone è azionabile via e-mail: daniele.stival@consiglioveneto.it

A chi le bandiere, a chi i palloncini

Era già quasi primavera, e indossando il mio fiocco giallo (ricavato dalla tela di un ombrellino ormai rotto, comprato tempo fa da un bengalese), ho partecipato pure io alla manifestazione del 1 marzo.  Ho incontrato subito alcuni amici che per questa cosa hanno speso molte energie – e a cui va (non per il risultato, quanto per lo sforzo) tutta la mia ammirazione. Ma basterà ‘sta sviolinata a non farli incazzare? Perché mi tocca essere un filo antipatico, riferendo un piccolo episodio, quasi inosservato. E’  stato come assistere alla replica, in sedicesimo, di antiche beghe tra pezzi di sinistra. O se preferite, tra movimento operaio (anzi Movimento Operaio, quello con le maiuscole che fa tanto incazza’ Scalzone) e ‘moltitudini desideranti’. Semplicemente, è successo che in piazza sono arrivati alcuni iscritti alla CGIL – metalmeccanici e funzione pubblica, da quello che ho visto – bandiere in spalla. Al che, quelli del locale (e sottolineo locale) comitato promotore, in larga parte cuginetti dei centri sociali del nordest, hanno storto il naso. Così, “il popolo giallo rifiuta ogni etichetta politica”, o forse rifiuta un sindacato ritenuto ‘giallo’. Ma se a livello nazionale il sindacato ha preso le distanze dallo ‘sciopero degli stranieri’, le federazioni di alcuni comparti hanno aderito al coordinamento del primo marzo, lasciando decidere alle RSU dei singoli luoghi di lavoro le forme di partecipazione più opportune. Le bandiere ancora arrotolate, una ragazza dei centri sociali si avvicina e, con una certa grazia inattesa, chiede “perché avete portato le bandiere?” Siamo qui perché abbiamo un obiettivo comune, rifiutiamo ogni etichetta politica, etc. Aggiunge quindi, sempre molto garbata: “sapete che molti migranti non vedono con piacere le vostre bandiere, perché avrebbero voluto scioperare ma il sindacato non gliel’ha permesso”. (Ma che cosa è successo a questi ragazzi? Una volta gli scambi di vedute tra il sindacato e la grande famiglia dell’autonomia avvenivano con l’ausilio della chiave del dodici). In realtà la faccenda è un po’ più complicata, chi glielo spiega alla tipa che forse (forse) quelle persone sono lì proprio per dimostrare che il sindacato è fatto di tante cose diverse, che c’è chi ancora ci crede e tenta di migliorarlo, in un momento in cui gli sfruttati rischiano di farsi la guerra tra loro? Ma soprattutto chi glielo spiega che il ragazzo alto alto che tiene la bandiera della FIOM dietro di lei è marocchino? Troppo complicato, mondi troppo diversi.
In netta minoranza, questa volta quelli del sindacato hanno messo via le bandiere. Il ragazzo marocchino si è guardato attorno un po’ incerto, forse alle prese con problemi di identità: sono un lavoratore? sono un migrante? sono un lavoratore migrante? Il gesto poetico è arrivato alle sei in punto, quando tanti palloncini gialli sono stati liberati in aria, sopra la piazza. Leggeri, loro.

“Un giorno senza di noi”

Un piccolo promemoria per i tre o quattro lettori del blog: domani è il 1 marzo e c’è lo sciopero dei lavoratori stranieri. E’ una buona idea, che naturalmente non nasce in Italia, ma al di là delle Alpi. (Non che le buone idee nascano soltanto in Francia, anzi. Ma sappiamo dove, generalmente, non nascono). Un giorno senza di loro, per vedere l’effetto che fa, in paesi in cui gli immigrati, “regolari” o meno, producono parti consistenti del PIL (il 7% in Italia). Che siano essenziali per la vita economica lo dicono tutti, a partire dalle imprese. Anche e soprattutto per chi fa profitti col sommerso. Non lo dicono, ma lo pensano, i sostenitori dell’ideologia securitaria, ossia le merdacce che raccolgono voti dopo aver diffuso paura e pregiudizio razzista. Che poi spesso si tratta delle stesse persone. Un primo segnale per questi filistei, se non altro, anche se i dubbi sull’efficacia della mobilitazione rimangono. Da un lato, i sindacati non partecipano perché contrari a scioperi ‘separatisti’ e perché costretti a contendersi coi leghisti gli ultimi residui di classe operaia autoctona – ma questo non si dice. (Pure i COBAS contestano l’iniziativa ma, per motivi di opportunità politica, indicono uno sciopero generale coincidente). Dall’altro, i lavoratori non sindacalizzati – per non parlare degli schiavi senza permesso di soggiorno impiegati nell’agricoltura e nell’edilizia – non possono materialmente permettersi di scioperare. Le voci delle varie comunità straniere non sembrano granché favorevoli, stando a quanto si legge su Assaman, la rivista di Pap Khouma. Va detto comunque che quello di domani non vuole essere un ‘vecchio’ sciopero in senso operaio. Si può aderire non soltanto astenendosi dal lavoro, ma anche dal consumo, dalla fruizione dei servizi pubblici e in generale dalla partecipazione alla vita del paese. In particolare, le famiglie degli immigrati dovrebbero, per un giorno, tenere i figli a casa da scuola. Quest’ultima cosa mi lascia un po’ perplesso. Sono convinto che saranno anche quei ragazzini a cambiare questo paese ed eventualmente il mondo, ma di loro iniziativa, quando saranno cresciuti.

Nel frattempo, per quello che può valere, io domani porterò il mio bel nastro giallo.

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