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un cane scioltissimo

Tag: mario monti

Era meglio avere il figlio tossico

Sperando che i Russi non ci taglino il gas, non c’è niente di meglio che un bel bagno caldo per mitigare i rigori dell’inverno. Prima scoperta dell’acqua calda effettuata dai blogger italoindignati: il governo Monti è un governo di destra. Il fatto è che l’elettorato italiano necessita di occhiali correttivi, di quelli che si mettono ai bimbi strabici: vota il caimano credendo di votare la destra. None, la destra (europea & liberaldemocratica) è rappresentata da Monti. Ora che finalmente la blogosfera lo certifica, possiamo scriverlo sul nostro blocchetto degli appunti: il governo Monti è di destra. Bene, proseguiamo. Seconda scoperta dell’acqua calda: i figli di Monti, Cancellieri, Fornero e il giovane ordinario Martone sono sistemati per bene, hanno occupazioni stabili, salari alti o molto alti e non lavorano troppo distanti da mamma e papà. Ma non mi dire. L’implacabile giornalismo d’inchiesta internettaro ha dunque scoperto che le élites tendono a riprodurre loro stesse. Aggiungerei che non è sempre così, dipende dalla qualità dei rampolli, senza trascurare un pizzico di fortuna, necessaria in tutto e a tutti. Non so davvero se Armando Cossutta, Luciana Castellina e Alfredo Reichlin avessero sperato per i figli le loro brillanti carriere nel mondo della finanza, ho invece il sospetto che la famiglia operaia di Elsa Fornero puntasse proprio alla monotonia del posto garantito vicino casa e, infine, sono certo che l’Avvocato Agnelli avrebbe preferito qualunque cosa alla sorte capitata ad Edoardo, persino un part-time in copisteria.

I tecnocrati non si intendono di comunicazione politica, è evidente. Si lasciano sfuggire qualche cazzata. Ma è davvero importante cosa fanno i loro familiari? Non per me. Tutto mi separa da Monti e dai suoi: il ceto, la cultura politica, l’età, la visione della vita. Tutto però mi avvicina a Monti nel momento in cui il suo gruppo di tecnocrati riesce, per così dire, a mettere in sicurezza un Paese in bilico. C’è un tempo per ogni cosa, dice la Scrittura. Quando un chirurgo milionario ti sta mettendo le mani nella pancia, tentando di salvarti, non è il momento per l’invidia di classe o i processi alla coerenza personale.

[Beccatevi piuttosto questo piccolo classico di Monicelli (che non ha a che fare con lo sceneggiato tratto da Turgenev)]

Piena fiducia, quindi? Purtroppo no. Un governo che non ha mandato per far nulla se non per evitare che la barca affondi, e che debba quindi unicamente mettere in pratica una schietta sapienza ragionieristica, non può manifestare alcun tic ideologico. Mi riferisco naturalmente all’insistenza sulla questione dell’articolo 18. Obiezione: perché le liberalizzazioni vanno bene, e la riforma dello Statuto dei Lavoratori no? Senza tornare sulla differenza tra liberalizzazione e deregolamentazione, la risposta è molto semplice: si tratta di un’evidenza sperimentale. Non c’è alcuna prova che uno strumento di tutela che interessa forse il 5% delle aziende ed esiste, in altre forme, in sistemi assai più liberisti del nostro, rappresenti il grande spauracchio che allontana i capitali e che frena la crescita economica. Se questa insistenza rappresenta, come io credo, una sorta di test politico, un modo per saggiare il terreno, punzecchiando le parti sociali e lanciando decisi segnali simbolici agli investitori esteri, rispondo modestamente allo stimolo – rappresentando unicamente me stesso, è ovvio: cari professori, l’articolo 18 non si tocca, perché non ha niente che non va e di certo un suo emendamento non rappresenta una priorità. Se il vostro progetto, condivisibile, è quello di salvare il Paese attirando contemporaneamente nuovi investitori, la ricetta la conoscete benissimo: occorre far pagare le tasse a tutti, far funzionare i tribunali e gettar via tutti i pezzi inutili della gigantesca macchina statale. Se invece preferite lo spettacolo dello sciopero generale, accomodatevi, sarete serviti.

Vogliamo la Glasnost’, prof. Monti

The Italian Treasury has a colossal derivatives portfolio. At as much as €30bn outstanding by most estimates, bankers agree that Italy is the largest sovereign user of derivatives

(IFRE, 4 febbraio 2012)

La notizia è rimbalzata in rete soltanto in questi giorni, il fatto è di un mese fa: Morgan Stanley, uno degli investitori che coprono il nostro debito pubblico, è riuscita a recuperare dall’Italia qualcosa come 2 miliardi e mezzo di Euro cash (qui la sintesi facilona de L’Espresso, qui un dettagliato articolo dell’IFRE), estinguendo così un contratto basato su strumenti di finanza derivata, i cosiddetti swap. Alla stessa famiglia di “prodotti” appartengono i famigerati Credit Default Swap, nati negli anni ’80 come assicurazione contro il fallimento di un debitore a rischio e presto utilizzati per speculare sul fallimento del debitore (come potrebbe essere l’Italia, i cui titoli pubblici sono in larga parte garantiti da CDS). Per capire l’importanza della faccenda, basti dire che i derivati sono oggi fonti primarie di reddito per molti grandi investitori, arrivando a un giro d’affari complessivo che va dalle 8 alle 10 volte l’ammontare del PIL mondiale. Soldi finti, prodotto di quella finanza d’azzardo che ha portato allo scoppio della bolla nel 2008. Ora Morgan Stanley – che, come tutte le banche d’affari americane, non naviga in buone acque – ha deciso che l’azzardo è troppo grosso, essendo divenuta l’Italia, declassamento dopo declassamento, un contraente inaffidabile. Non è chiaro che genere di posizione sia stata estinta, né come mai il nostro governo – che non ha rilasciato alcuna dichiarazione in proposito – abbia dovuto slacciare i cordoni della borsa con tanta rapidità, è certo che i derivati si caratterizzano per dispositivi negoziali complicati e privi di regolamentazione. Forse i predecessori del professore non riuscivano a leggere le clausole scritte in piccolo…

Al di là delle prime reazioni umorali riscontrabili in rete (una certa comprensibile incazzatura del signor Rossi e di suo figlio Indignado e i deliri della destra radicale internettara, ormai indistinguibili tra loro), l’episodio ci deve servire a riflettere su una questione tanto spinosa quanto poco dibattuta. Sappiamo che il nostro risparmio privato non è mai stato contagiato dalla finanza derivata su larga scala, come è avvenuto ad esempio negli USA. Ma il nostro debito sovrano? Dove e come va a cercare la copertura, il nostro ministero del Tesoro? Pare proprio che da più di dieci anni i nostri governi abbiano puntato in modo massiccio sulla finanza derivata, senza dir nulla a nessuno. Questo è il momento di fare chiarezza. Una cronistoria dettagliata del debito pubblico e della sua composizione è il minimo sindacale che il governo Monti, partito all’insegna di un’apprezzabile franchezza, possa concederci. L’austerità senza trasparenza diventa velenosa, e a rimanerne intossicata è la democrazia, altro che ‘i mercati’.

Uno scontrino di civiltà

E’ assurdo prendersela col neoliberismo, la speculazione finanziaria e il malvagio Rockerduck, invocando poi la tutela dei beni comuni, se nella realtà dei fatti tu stesso – o quantomeno i tuoi vicini, tutti i tuoi vicini – considerano lo Stato, cioè la collettività, come un soggetto altro da sé e nemico, da fregare ogni qual volta sia possibile, con tutti i mezzi possibili. Ci mancava solo il chiagniefotti dei bottegai luxury di Cortina. Lo spot sulle nefandezze dei montanari arricchiti va bene, purché non rimanga uno spot. Il resto d’Italia aspetta.
Ero passato centinaia di volte davanti a quel negozio. La tipica attività di smercio da tardogiovani middle class refrattari al lavoro salariato – categoria nella quale mi riconosco in parte. Una sorta di centro-servizi che fa un po’ da copisteria, un po’ da internet point, e vende pure le magliette con la foglia di maria (ora pro nobis). Non avevo motivi per mettervi piede, fino a quando non mi sono ricordato di quel cartello  “VENDITA CARTUCCE RIGENERATE”. Quello che ci voleva per la mia piccola accapì. L’accapì P-milleequalcosa è una stampante laser in bianco e nero, unico avanzo di un’attività fallita e di un ufficio abbandonato – assieme ad una lampada alogena a piantana, di quelle che d’estate si riempiono di moscerini e quando le accendi diffondono nel tinello una piacevole fragranza di insetto arrostito. Pare brutto buttarle, soprattutto la stampantina, soprattutto dopo aver perso alcuni giorni lavorando perché fosse riconosciuta dal sempre meno amato Ubuntu. Ma il vero problema dell’accapì P-milleequalcosa è dato dall’esorbitante costo del toner, qualcosa come tre quarti/quattro quinti del costo della stampante stessa. Settanta euri o giù di lì. Improponibile, specie in questo periodo. Eccomi quindi entrare nel negozio di cui sopra, dove sono riuscito a fare due volte la figura del fesso. La prima perché credevo che il toner che avevo portato con me venisse “rigenerato” proprio lì, seduta stante. No, evidentemente no, come ho capito dal sorrisino del proprietario.

«No, sai, noi abbiamo il fornitore che ce le vende già rigenerate…che modello è? Accapì…»

«E..scusa, quanto viene?»

«Ehm, adesso guardo, un secondo solo…»

Dall’incertezza con la quale il tale cerca il listino, lo scorre più volte e mi comunica il prezzo, capisco di essere tra i primi a richiedere questo prezioso bene rigenerato.

«Sono 47,80»

«Ah però…pensavo meno, onestamente» (un bel risparmio, in realtà, comunque un furto, considerato che si tratta più o meno di una scatola di plastica trovata nell’immondizia e riempita di polvere di carbone e limatura di ferro)

Il sorriso si spegne sulle labbra del venditore:

«Ah no, beh, scusa, aspetta un attimo…un attimino solo» (ma che sia ino-ino, mi raccomando)

Si rivolge al socio seduto al pc – immagino dedito al ritocco di immagini porno – e torna a sorridere:

«No, scusa, avevo sbagliato modello…a te non serve fattura, vero?»

«No…»

«Ecco, allora sono 39 e 50!»

«Ah, ok»

«…sai, avevo sbagliato modello…»

«Ah..» (39,50+21%=47,80)

Ecco la mia seconda figura da fesso: perché il bottegaio, come dimostra la sua ridicola giustificazione, si è accorto che tra noi due non valeva l’unico patto sociale vigente in questo Paese, il tacito accordo tra evasore e acquirente di beni&servizi. Ad un centinaio di metri dal negozio decido di tornare indietro per chiedere lo scontrino, poi desisto, non ho le palle di Alessandro Rimassa, evidentemente.
Parliamoci chiaro, l’entità della nostra debolezza “di fronte ai mercati” e quindi i tremori per gli insostenibili tassi dei nostri titoli di Stato, e in ultima analisi il nostro debito stesso, sarebbero di gran lunga più modesti se in questo paese tutti avessero pagato e pagassero le tasse. Persino gli sprechi di un welfare che in sostanza non è mai esistito – a meno che non si voglia chiamare welfare la cassa integrazione pagata coi soldi delle pensioni – sarebbero visti con altro occhio, e superati con riforme meno dure ed emergenziali, se non fossimo malati di quella brutta malattia che si chiama evasione fiscale. Lo sapete già, si pagherebbero meno tasse, se le pagassero tutti, ma pare che si tratti di un argomento che non convince nessuno. E’ anzi in tempi di crisi che chi la crisi non la sente (non la vive, cioè le sue abitudini non ne sono per nulla toccate) si attacca ancora più strettamente alla roba, acuendo l’odio sordo per il Fisco. Ieri sera mi è capitato di ascoltare un pezzo dell’osceno Fabrizio Rondolino recitato da lui medesimo, a Matrix. L’esternamente rosso ex PR del Grande Fratello e di Richelieu D’Alema proponeva nel suo piccolo editoriale le consuete formule retoriche del comunista convertito alla destra e al libero mercato – poi uno si chiede se uno così il comunista lo sia o lo faccia, l’abbia fatto o lo sia mai stato, ma in questa sede non ci interessa. In sintesi, Rondolino dixit: “le tasse strozzano la libera iniziativa e pagano un pessimo servizio pubblico, questo è un paese cattocomunista in cui la ricchezza è una colpa, e che vogliamo finire come in URSS, e invece ricordate che la ricchezza è segno del merito…eccetera”. Se non ci fosse la smania del volgare voltagabbana a rendere come di consueto insopportabile il nostro, verrebbe da dire che questa volta un po’ di ragione ce l’ha. Ma proprio poca. E’ vero ad esempio che lo scialo criminale di denaro pubblico ha reso ancora più debole la buona volontà del contribuente. Ma Rondolino non ha ragione quando afferma che la ricchezza è semplicemente un frutto del merito. Sappiamo invece che non lo è quasi mai, essendo, nella migliore e più diffusa delle ipotesi, frutto del Caso – come tale, logicamente non può essere una colpa. Il tema del cosiddetto cattocomunismo andrebbe poi elaborato meglio. E’ esistita nella storia delle società cristiane una corrente di rifiuto del denaro in quanto tale, che dai movimenti ereticali arriva sino ad alcune frange della sinistra antagonista attuale. Per qualcuno esisterebbe ancora una vergogna della propria ricchezza, appunto vista come colpa. Un pensiero in fondo funzionale al paleocapitalismo italiota: meno gente lo maneggia, il denaro, e meglio è. Epperò, se alziamo il naso dai libri e ci facciamo una passeggiata in città, vediamo una realtà ben diversa. Non mi sembra che la visione suddetta abbia molto peso in un Paese nel quale l’ostentazione della ricchezza attraverso i beni di lusso è da tempo costume diffuso e insegnato sin dalla culla, al punto che anche i morti di fame vi si devono adeguare, il proletario incolto come l’intellettualoide indignato, tutti in coda per il nuovo iphone.
E’ possibile, mi dico, che il sottoscritto debba ancora una volta plaudere al liberista cattolico Monti il quale, assumendo toni calvinisti ci dice, con grande pacatezza, senza le smanie rondoliniane, che la ricchezza è una cosa buona per la collettività e che le tasse vanno pagate proprio per (ri)compensare la collettività della sua partecipazione alla formazione della ricchezza stessa? Come tutte le cose buone, aggiungo io, la ricchezza andrebbe diffusa, distribuendola meglio. In attesa di instaurare un regime di frugalità & ordine alla coreana, come piacerebbe (ma non gli crede nessuno) a Marco Rizzo, cominciamo a chiedere sempre lo scontrino, a farci fare la fattura, a rifiutare gli affitti in nero. Dice: non mi conviene: bravo, continua a fregartene, italiota, risparmia per comprare il macchinone. Io no, visto che son fesso. E’ il mio proposito per il 2012, ultimo anno dell’umanità, secondo alcuni poveri illusi. E se si riuscirà ad abbassare del 50% il tasso di evasione in Italia, non ho dubbi, sarà davvero la fine del mondo.

Professione di realismo

Che dire…come tutte le cose troppo a lungo attese, anche la fine del Caimano si è rivelata insoddisfacente.  Che si tratti o meno di una vera conclusione, manca del tutto l’aspetto catartico di un finale di film in cui il villain è giustamente punito per le sue malefatte, precipitando da un dirupo o finendo infilzato dal bompresso di una nave. Il punto è che in questo momento è la nave stessa a rischiare di inabissarsi. Certo, affogare storcendo il naso indignati può rappresentare una valida variante scenica. La lascio agli artisti e ai cognitari, e mi tengo il professor Monti e pure (stringendo bene i denti) Corrado sinonimo di vulva.

E’ probabile che non esistano governi puramente ‘tecnici’, assolutamente decolorati e privi di orientamenti ideologici. In questo caso prevale un certo cattolicesimo liberale lombardo che, se non altro, come è stato già fatto notare, porterà una certa sobrietà di costumi nei palazzi romani, dopo il troiaio berlusconiano.  Purtroppo in tutto ciò sembra eclissarsi (con grande soddisfazione degli stronzi di destra e di sinistra) quella cultura liberalsocialista o keynesiana che, per intenderci, era rappresentata tra gli altri da Carlo Azeglio Ciampi – altro ‘tecnico’ di grande caratura, e che fatica a trovare continuatori. Pazienza. I ministri di Monti rappresentano un buon campione dell’élite tecnocratica di questo paese, col suo mix di stagionati manager, legulei e funzionari dello Stato, tutti o quasi impegnati nella riproduzione della classe dirigente dalle cattedre in Bocconi, Cattolica e Luiss. Non ce li dobbiamo sposare, non dobbiamo sentirci rappresentati più di quanto non ci possiamo sentire rappresentati dal conducente del tram. E tuttavia, la logica rassicurante del “non potranno fare peggio degli altri” mi sembra l’unica da seguire in questo momento. Una questione di buon senso condivisa da Marco Revelli, che legge l’opzione Monti con acume e pacatezza (un solo appunto, a proposito del neoliberismo, e della causa che non può essere rimedio: i chicago boys e Von Mises non ci piacciono, d’accordo. Va detto però che gran parte dei mali d’Italia tra cui la sua vulnerabilità durante questa crisi non dipendono affatto dalle dottrine neoliberiste – o semplicemente liberiste – alla cui applicazione il “sistema Italia” è stato sempre refrattario).

C’è naturalmente chi recalcitra: I fascisti, ad esempio, fanno capoccetta. E’ il loro momento. L’ex ministra Meloni strappa gli applausi dei vecchi camerati al congresso de La Destra quando dice di non aver fatto politica per vent’anni per vedere un banchiere a palazzo Chigi.  Le banche, il denaro, l’usura poundiana, e via delirando. I residui più incazzati della sinistra c.d. antagonista si dedicano allo studio delle scie chimiche e della terra cava (magari assieme ai fascisti, perché no?), quelli più creativi al copywriting di nuovi simpatici slogan e loghi con kui dekorare tante belle t-shirt. Quello che l’ha presa peggio, tuttavia, impegnato in uno scomposto e infantile piagnisteo, è Giuliano Ferrara (Qui un commento di Peppino Caldarola). Orfano del Principe (che ignora le sue preghiere), Giulianone blatera di golpe fatto “usando lo spread”, di democrazia commissariata. Per un politicista puro, di antica scuola terzinternazionalista e poi craxiana, dev’essere dura da mandar giù, dovendo pure esporsi al rischio del ridicolo parlando di cose che ignora. Perché dalle sintetiche “analisi” che abbiamo ascoltato in questi giorni dalla sua bocca abbiamo capito che Giulianone non capisce un beneamato di economia, poverino. Ecco, costasse anche qualche lagrima e un po’ di sangue, li verserei volentieri pur di veder frignare (o meglio tacere), anche solo per qualche mese, queste machiavelliche teste di minchia.

Comunicazione di servizio

L’ennesimo trasloco, preso con molta calma per non commettere vecchi errori (e cercare invece di commetterne di nuovi) non mi consente di commentare adeguatamente gli eventi politici di questi giorni. Attendo fiducioso la nomina di Mario Monti e la successiva ricetta Lacrime & Sangue. Non sto facendo dell’ironia, credetemi: sono convinto che la ricetta Lacrime & Sangue sia di gran lunga preferibile alla ricetta Petardo nel Culo, al contrario di quanto pensa qualche buffone radical-chic. A risentirci a prestissimo, miei cari lettori.

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