Una volta tanto sono d’accordo con le osservazioni di Wu-Ming: scendere in piazza non serve più, il giocattolo si è rotto. Purtroppo la facilità con la quale la Rete rende possibili le mobilitazioni ha dato in mano a gente inetta la responsabilità di muovere e gestire le folle. Su questo qualcuno dovrebbe fare un esamino di coscienza, magari scegliendo di dedicarsi alla pubblicità o alla grafica anziché giocare coi movimenti sociali. Detto questo, i fatti di sabato non si spiegano unicamente come un problema di modalità organizzativa e/o comunicativa (di “format”, è stato detto). I “disperati” hoodies con le loro felpine nere sono una piaga che in altri tempi, come altri hanno già scritto, veniva sistemata senza tanti complimenti dai servizi d’ordine. Ma la domanda principale è: CHI dovrebbe dotarsi di queste strutture? Cioè, in altri termini: chi sono gli indignati? Qualcuno chiederebbe: qual è la loro “composizione di classe”? L’impressione, senza che nessuno si debba offendere, è un po’ da armata brancaleone. In piazza c’erano precari di tutti i tipi, i rappresentanti di tante piccole battaglie locali (no TAV, no Dal Molin, acqua pubblica etc.) più o meno condivisibili, c’erano i Cobas, come sempre, pezzi di ciò che resta della sinistra c.d. antagonista, a livello di partiti ma soprattutto di collettivi e gruppetti, e pure qualcuno del volontariato cattolico. A me sembra risibile il tentativo di riunire istanze tanto diverse sotto l’etichetta ambigua dei “beni comuni” (o del “comune”, per i più raffinati) e difatti appena sotto la superficie ciò che emerge è un’accozzaglia di idee molto confuse sulla crisi in generale. Non ho visto l’ombra di un’analisi degna di essere definita tale, soltanto slogan un po’ vuoti, che lasciano un senso di sconforto: mi auguro che i due tizi intervistati dalla Berlinguer l’altra sera, che (certo, l’emozione del momento…) sono soltanto riusciti a farfugliare un “la finanza è scollata dalla ggente” non fossero i più svegli portavoce del coordinamento. Ovvio che poi questo vuoto di pensiero venga riempito dalle fesserie cospirazioniste, le sciocchezze sul signoraggio e tutti sintomi del cretinismo contemporaneo. Quello che è successo sabato si spiega con una grave crisi di rappresentanza, tipica delle fasi di transizione sociale. E infatti è questo l’unico tratto comune a tutti i soggetti che manifestavano: l’essere non-rappresentati. Un’identità negativa che si traduce nel collante della generica incazzatura. Ora, può darsi che si tratti di una mia personale paranoia, ma attenzione, perché un movimento di piazza che non abbia una piattaforma razionale, legata a interessi individuati, rischia di diventare terreno fertile per le derive autoritarie di varia specie, di quelle che danno alla folla un capro espiatorio da linciare, avete presente? O credete di essere tutti quanti immunizzati dal fascismo? Io purtroppo non credo più al discorso sull’autorganizzazione, è evidente che i soggetti che ho menzionato sopra questa capacità non ce l’hanno, per cui mi posso solo augurare che a livello di sinistra tecnocratica qualcuno apra gli occhi e una volta archiviato il nano faccia un serio esame di coscienza. Purtroppo sono pessimista.
Due parole per modo di dire. E’ uno dei miei post più lunghi, siete avvertiti.
Quando ancora – non erano poi molti anni fa – mi sentivo parte di un ‘movimento’, cercavo comunque di evitare gli scontri. Mi chiedevo sempre: vale la pena di rischiare le mazzate? O di rischiare di doverle dare a qualche sconosciuto, che forse è pure peggio? Col senno di poi, non furono gli improrogabili impegni dei quali non ricordo nulla, o la pigrizia, a non farmi andare a Genova nel 2001. Ma forse un certo presentimento e, in parte, la fifa (Santa Fifa, ne ha salvati più lei della penicillina).
Con quelli che invece continuano a sentirsi parte di un movimento, ogni tanto si riprende la vecchia discussione sulla violenza. A me la violenza non piace, non ci posso fare niente. E la violenza del Capitale sui lavoratori? Certo, non mi piace nemmeno quella. Le società umane, a qualsiasi latitudine e in qualsiasi epoca, sono sempre fondate sulla violenza. E, in determinati momenti, individuali e collettivi, la pratica della violenza è inevitabile. Succede ad esempio quando è in gioco la libertà di un popolo. Succede poche volte nel corso di un secolo. Rimanendo alla storia dello Stivale, l’ultimo caso che mi viene in mente è quello della Resistenza. Qui a Venezia, a cinquanta metri da casa mia, nel ’44, i nazisti impiccarono sette partigiani. Sette fiammelle me lo ricordano ogni giorno: sono come i metri-campione del mio personale senso della misura*.
Ma qui si parla di mazzate che si potevano non dare, o non ricevere, chiaro?
Gli argomenti morali sembrano fuori uso. Terrò quindi i miei per me, optando per una metafora scientifica:
ciascun atto di violenza è come un picco sulla curva dell’Entropia. E’ come produrre una tonnellata di monnezza in un colpo solo. E’ segno di intelligenza, per noi bipedi, cercare di non contribuire più del necessario alle conseguenze ineluttabili del Secondo Principio della Termodinamica. Per questo ho sempre mal tollerato anche la violenza sulle cose, per quanto “motivata politicamente”. Una vetrina sfondata, una macchina bruciata (tolto l’utilizzo strettamente militare di un oggetto in fiamme messo tra te e il tuo nemico) non sono mai un gesto di cui andar fieri. Tra l’altro, chi lo compie dimostra di non aver letto Marx: la distruzione della merce fa pienamente parte del meccanismo capitalistico. Coglioni, quindi, i vandali, perché lavorano per il Capitale senza saperlo, lo fanno senza nemmeno un salario (coglioni al quadrato) e rischiano pure la galera (coglioni al cubo).
E ‘coglione’ potrebbe essere stato l’epiteto con cui Gianni Rinaldini, ex segretario Fiom, ha apostrofato un ragazzotto intento a sfondare il vetro di un furgone. A manifestare contro la macelleria sociale del declinante berlusconismo, oltre ai precari della cultura e agli universitari c’era pure la FIOM. Viene il dubbio che se tutto fosse stato organizzato dal sindacato, forse non sarebbe scoppiato il finimondo. Magari se le sarebbero date, tristemente, tra metalmeccanici e studenti, come ai tempi belli (ma li saprebbero riconoscere, gli studenti di oggi, i metalmeccanici? Ci hanno mai parlato con un operaio? Ne hanno mai visto uno?) No, se le sono date tra manifestanti e poliziotti. A parte un finanziere pescato con la beretta in pugno e le manganellate date, come d’uso, principalmente sulle zucche degli inermi, lo spettro di Genova è rimasto fortunatamente lontano. Tra i manifestanti, d’altro canto, qualcuno non si è risparmiato. Cinquanta, cento persone? Non ha importanza. Quasi sicuramente non sono i 23 fermati (e fortunatamente rilasciati: da una notte in questura si può uscire più malconci che da una carica della Celere, come ha sperimentato il povero Stefano Cucchi). Qualcuno, però, a dar fuoco alle macchine c’era. Tutti infiltrati della polizia? Seriamente?
Non che i cosiddetti ‘agenti provocatori’ non esistano, intendiamoci. Esistevano negli anni ’70, esistono oggi.
In uno Stato di Diritto, per ingabbiare qualcuno cui già si siano messi gli occhi addosso lo si può coinvolgere in uno scontro violento. E un passato di trame oscure e di omicidi come quello di Giorgiana Masi sta all’origine della paranoia di una certa Sinistra barricadera, che raggiunge talvolta esiti grotteschi. Ricordo quell’amico per cui siccome un certo compagno, ai vertici del tal collettivo, girava in Lacoste, doveva essere una spia della Questura.
Che poi, paradossalmente, i dietrologi più forti, che ancora oggi credono le BR una creazione dei Servizi, sono gli stessi per cui la violenza di piazza, in quanto espressione dello scontro di classe, è quasi sempre giustificata, comprensibile, e comunque commisurata alla violenza del Potere. Per parte mia non ho una grande stima per qualcuno – di sinistra o meno – a cui manchi il senso della responsabilità individuale, senza la quale nessun Uomo Nuovo mi sembrerebbe migliore di quello vecchio…
Ripeto, esistono gli infiltrati e i provocatori al soldo del Potere. Il punto è che in genere le bassezze da questurino sono assolutamente inutili, perché la violenza si scatena comunque. Chiunque affermi che gli scontri di piazza siano sempre provocati dalla polizia e dagli infiltrati, dimostra di non aver mai partecipato ad una manifestazione, o di non avere occhi per vedere.
Comunque sia andata, anche questa volta il risultato (voluto, non voluto, preordinato, casuale: non ha importanza) che il Potere costituito si aspettava è stato pienamente raggiunto. Un Berlusconi in declino che compra parlamentari per raggiungere almeno la prescrizione degli ultimi suoi processi, una crisi economica che stanno pagando soltanto i lavoratori, e che tra essi colpisce particolarmente i precari, non soltanto del terziario culturale, la demolizione dell’università, come del servizio pubblico in generale, operata allo scopo principale di fare cassa per tappare i buchi di una gestione dissennata e corrotta, e cosi via. Tutto questo, almeno per qualche giorno, fino al prossimo “extracomunitario ubriaco alla guida di una mercedes”, fino alla prossima quindicenne uccisa da un maniaco sessuale, passa in secondo piano, sostituito dalla generale riprovazione per gli episodi di violenza.
Vecchia storia: la violenza fa paura, e la paura richiama all’ordine (in tedesco, non a caso, ‘Potere’ e ‘ Violenza’ si possono tradurre con un unico vocabolo: Gewalt). Lo Stato-padre ci garantisce protezione. Continuiamo sì ad essere sfruttati dal padrone, a fare i conti dei cinque centesimi di differenza tra una marca e l’altra di yoghurt e ad essere parecchio incazzati con chi ci governa. Ma la violenza fisica, quella per cui si perde la salute e la vita, ci sembra anche peggio. Ci terrorizza l’eventualità che quel contratto sociale che nessuno di noi ha mai visto diventi carta straccia, che la gente faccia valere il proprio diritto con i calci nelle palle. Su questa paura lo Stato fonda il suo monopolio della violenza. Ed è solo quando lo Stato appare più padrone che padre, e i calci nelle palle arrivano proprio da lassù, che le grandi mobilitazioni riescono a rovesciare i despoti. Ma l’abbattimento del Potere e la sua sostituzione rivoluzionaria non hanno mai messo in discussione il monopolio statale della violenza, e finora l’abbattimento dello Stato in senso stretto rimane solo nei libri.
A proposito di libri, nelle bibliotechine deglii adolescenti arrabbiati c’era e c’è un testo che in pochi leggono ma che occorre possedere, anche se si è solo dei punkettini brufolosi: Stato e Anarchia, del vecchio Michele Bakunin. Se capitava, finalmente, di sfogliarlo, oltre a scoprire quanto poco quagliassero Marx e Bakunin (toccava scegliere!), si scopriva la differenza sostanziale tra la rivoluzione e la rivolta, che debbono andare sempre a braccetto, e non ognuna per conto proprio. La rivolta
[...] è per sua natura istintiva, caotica e spietata [...]. Questa passione indubbiamente negativa è ben lontana dal permettere di raggiungere l’altezza della causa rivoluzionaria; ma senza di quella quest’ultima sarebbe inconcepibile e impossibile, perché non può esserci rivoluzione senza una distruzione vasta e appassionata, una distruzione salutare e feconda dato che appunto da questa e solo per mezzo di questa si creano e nascono nuovi mondi.
Insomma, dice Bakunin, la rivolta di per sé non è che una “passione negativa“. Le affettuose attenzioni scambiate col celerino lasciano il tempo che trovano. Non è rivoluzione. Basterebbe capire quando il momento è quello giusto, e non lo è quasi mai. Basterebbe un po’ di buon senso. I più lo possiedono ma il meglio e il peggio di tutto viene dalle minoranze, com’è noto. Ora, tra i pochissimi che vanno ai cortei armati di catenazza esistono, mi pare, tre categorie di individui:
La prima è composta dagli apocalittici. Quelli che sono convinti che la nascita di uno di quei nuovi mondi debba avvenire a breve e che sia giusto partecipare alla “distruzione salutare e feconda”. Conoscevo un tale (mi pare fosse della CCI) per cui, dieci anni fa, il Capitale aveva «i giorni contati». Come per i Testimoni di Geova, il tempo dell’Apocalisse è sempre imminente. Quando scade, si fa finta di niente, e lo si posticipa di poco.
Nella seconda categoria troviamo i neo-spartachisti (consapevoli o meno) o i Bimbi Disobbedienti, che mettono al centro del loro universo ideale la rivolta, più che la rivoluzione. E’ una reazione alla limitatezza delle nostre esistenze. («vedremo almeno un pezzettino della fase di transizione?«, chiedeva Nanni Moretti in un suo vecchio cortometraggio). E’ sempre più difficile vedere una rivoluzione, di questi tempi. Però almeno una rivoltina, la sensazione della spranga spinta a tutta velocità contro la plastica di un casco, il bruciore dei lacrimogeni, il senso della massa che spinge, travolge e “vince” sulla polizia, anche solo per dieci secondi, prima di disperdersi, l’adrenalina a mille…
Questo genere di esperienze sensoriali – direi quasi sensuali – sono poi condivise dalla terza categoria, quella dei teppisti. Sarò reazionario, ma credo che la teppa esista. Non è gente caratterizzata per classe o per cultura. Semplicemente, amano menare e non mancano in tutte quelle situazioni in cui vi sia la possibilità di farlo. Gli stadi naturalmente, i cortei politici…da una parte e dall’altra della barricata, con o senza distintivo. Gente di tal fatta è stata immediatamente arruolata dal fascismo, a suo tempo. Ma non elaboro oltre questa notazione. Insomma, in un contesto caotico, instabile come quello di una manifestazione di massa, quando ormai lo scontro è in atto, è veramente difficile distinguere tra la violenza “politica” e la pura dissipazione di energia, e la gran parte delle interpretazioni e delle ricostruzioni ‘politiche’ mi sembrano del tutto prive di senso. Naturalmente in questi ultimi tre giorni non si contano, sulla carta stampata, in tv e in rete, gli interventi di ogni segno e colore, tutti leciti, alcuni dettati da una sincera urgenza, altri dalla necessità di strumentalizzare, su ordine del padrone. Uno dei più discussi è quello di Roberto Saviano su Repubblica. Una lettera aperta agli studenti in parte condivisibile che però sconta un certo tono paternalistico e non mette veramente a fuoco il problema. D’altro segno il commento di Luca Telese sul Fatto Quotidiano: curiosamente, Telese contesta proprio quello che Saviano esalta, e cioè l’uso dei titoli di libri sugli scudi di polistirolo, in uso da qualche settimana durante le proteste (il Book Block – Dio, che palle: Mille piani di Deleuze e Q di Luther Blissett!) e mazzola i facinorosi con un certo astio, ma non dice granché di interessante. Nella sua semplicità, l’articolo che mi ha convinto di più e conquista la palma di commento più equilibrato lo si trova sempre sul Fatto, ed è quello di Paolo Hutter, vecchio ragazzo di Lotta Continua, da anni militante nei Verdi (nessuno è perfetto). Hutter nel ’73 fu tenuto prigioniero dai fascisti allo Stadio del Cile. Anche per questo la sua opinione mi sembra interessante.
*Vorrei ricordare qui, in forte ritardo, due antifascisti veneziani che se ne sono andati nei giorni scorsi: Franca Trentin e Marco Salvadori. Credo sia utile metterli qui, in fondo a questo post che parla d’altro, proprio per recuperare il famoso senso della misura.
Ho avuto occasione di commentare un certo post letto su Freddy Nietzsche, blog personale di Matteo Bordone, Chi è Bordone? E’ questo qui, un barbetta radical-chic con la faccia triste, scrivente su vari periodici alla moda e indossante perlopiù magliette American Apparel. L’avrete visto in televisione o sentito alla radio assieme al giornalista che Fulvio Abbate e altri chiamano “Mariangela Fantozzi”. Vorrei brevemente confermare qui il mio giudizio su di lui:
“A’ Stronzoooh!” (cit.)
Il post tratta del gesto di Paola Caruso, redattrice del Corriere Della Sera, la quale, dopo sette anni di precariato, inizia uno sciopero della fame. Il senso è questo: magari non mi assumeranno, mi brucerò. Ma lasciatemi la soddisfazione di mostrare a tutti che almeno il diritto di rompere i coglioni nessuno ce lo può togliere. Ora, è possibile dissentire sul metodo della protesta (altri utilizzerebbero metodi meno gandhiani, come i rapimenti o le gambizzazioni…fanno bene?), che comunque in questo caso sembra essere stato efficace. Ma che la protesta in sé sia causa dello sdegno di un barbetta entrato in RAI ancora in fasce in virtù di…in virtù di qualche virtù che non ci è dato conoscere, e che il medesimo barbetta parli di meritocrazia…insomma la cosa fa sorridere. O meglio, farà sorridere qualcuno, a me fa di molto incazzare. L’incazzatura diventa poi sconforto leggendo una parte dei commenti al pezzo. Non ho tempo di fare la conta dei bordoniani e degli anti-bordoniani, i primi mi sembrano comunque troppi – d’altronde stiamo sul suo blog – e tra di essi ritroviamo tanti giovani precari del terziario culturale, i quali paiono ben contenti di dare addosso alla Caruso, lisciando il fulvo pelo al loro blogger preferito. Bene, io credo che tutte le discussioni sulla gerontocrazia in Italia perdano di senso di fronte ai lappa-terga-di-padrone, agli amanti della vasella, a tutti quei lavoratori della cultura, a quei peones dell’economia immateriale che, flessibili a piacimento e proni ai canonici novanta gradi, non solo rinunciano a rivendicare i propri diritti più elementari, come la maggior parte è comunque costretta a fare nell’atto di accettare lavori da fame, ma contestano pure chi quei diritti si ostina a rivendicarli (che poi non si tratta di rivendicazione collettiva di diritti, ma di lotta individuale di singoli ‘percettori di reddito’, purtroppo incapaci di costruire un qualsiasi fronte sociale…ma questa è un’altra storia). Di fronte a queste pecore, a questi piccoli pesci pilota in eterna attesa di diventare squaletti, lo scroto inevitabilmente s’ammoscia.
Dice Bordone, “Rizzoli non è mica un ministero, è un’azienda privata”. Come dire, lo stereotipo del posto fisso al ministero contrapposto al privato che, in buona sostanza, fa un po’ il cazzo che gli pare. Ecco la visione caricaturale, paperopolesca del mondo della produzione, ammannita da un blogger giudicato tra i più brillanti in questo povero Paese. Dice ancora Bordone, pensando di rivelare chissà quali conoscenze tecniche: “ma perché non si rivolge ad un avvocato e al Giudice del Lavoro?” . Bordone non si intende di contratti, né delle strategie aziendali per tenere precari i precari. Non si intende di lavoro in sé, probabilmente, epperò ne parla, pontifica, dileggia e fa la morale.
Il problema di Bordone è che anziché ricostruire i miti della sua infanzia – chessò, la Girella, Capitan Harlock, o altri oggetti della cultura pop – pretende di dire la sua su cose che ignora o che, peggio, non lo tangono minimamente. Come ad esempio la politica. In altro post, il dolcissimo Matteo commenta un’intervista di Cazzullo a Veltroni. Ora, di Veltroni si può e si deve dire tutto il male possibile. Nella mia classifica delle rogne della Sinistra Italiota sta appena un gradino sotto Richelieu D’Alema. In questo caso, tuttavia, essendo Bordone il detrattore, tocca difendere Water senza riserve. Veltroni cita tra i suoi modelli Willy Brandt e Olof Palme, dimostrando di aver negli anni temperato l’ossessione per gli States con un po’ di socialdemocrazia europea. Verrebbe da spedirlo a calci in culo in Africa, dove diceva di voler tornare dopo l’ennesima batosta. Transeat, occupiamoci del giovin barbetta. Che poi giovanissimo non è, essendo più vicino ai 40 che non ai 30. Potrebbe, in linea teorica, essere uno di quei veteromarxisti la cui pelle, al suono della parola ‘Socialdemocrazia’, si ricopre di bolle. Ma non lo è, ovviamente, abbiamo visto cosa pensi del rapporto Capitale-Lavoro. Stando al post su Paola Caruso pare anzi condividere – confusamente, povera stella, mica ci ha tempo di approfondire – il vocabolario della neolingua tardocapitalistica. A Bordone, semplicemente, pare assurdo che si possa citare un PM svedese ammazzato dai terroristi più di vent’anni fa. E’ possibile che sappia, almeno superficialmente, chi era Palme (Santa Wiki!). Ritiene però troppo ‘vecchio’ il riferimento. Non abbastanza “figo”, probabilmente. Della Svezia Bordone conosce bene H&M e IKEA, Palme non gli interessa proprio. Però ne scrive. Ride dell’evocazione di Palme, ci costruisce sopra un miserevole titoletto comico, non perché gli interessi dileggiare la socialdemocrazia “da sinistra”, per così dire. Au contraire, cita Blair (Tony Blair. Quant’è figo. Oh, gliel’ha detto Luca Sofri) contrapponendolo agli esempi veltroniani, vetusti socialdemocratici nati addirittura prima di Mick Jagger! Contrappone Blair a Palme, sottolineando che:
[...] ci sono decine di esperienze politiche vincenti, come quella di Tony Blair, che non passano per il grande sogno ma solo per la concretezza, l’efficienza e la bravura. Ma non servono al bigino politico fanfarone, quindi è meglio non citarle.
Esperienza vincente? Mi sa che alle cene con Luca Sofri si parla ancora troppo poco di politica. Lasciamo pure stare il disastro iracheno, basta una rapida scorsa alle cronache politiche britanniche degli ultimi mesi per capire che la linea Blair all’interno del Labour è stata ‘sconfitta’, con l’elezione a segretario di Ed Milliband. E’ pure più giovane di Tony, cuntént?
Insomma, poche idee, spesso brutte ed espresse in quella prosa giovanilista, tirata via, tipica di chi crede di aver già visto tutto (in genere ‘a NY, l’anno scorso’) e ritiene che la cifra fondamentale del PoMo (dunque ‘una roba figa’) debba essere la sciatteria. Resta la questione del titolo. Che c’entra Nietzsche in tutto questo? In che misura si può parlare di nichilismo, e di quale tipo di nichilismo (concetto ambivalente, come sappiamo, in Nietzsche) in relazione al pensiero di Bordone? Secondo me c’entra proprio la perenne scocciatura del barbetta. Senza dimenticare i baffoni di Friedrich, che stanno bene lì in alto, sulla testata. In effetti un’idea piuttosto “figa”. Mai figa quanto Il Grande Lebowski, in ogni caso.