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un cane scioltissimo

Tag: razzismo

Il capocomico lascia la compagnia

La notizia è che Umberto Bossi si è dimesso. Beh, finalmente, direi. Uno col suo handicap, del resto, mica può reggere ancora a lungo i ritmi della politica attiva. Ma no, dice che si è dimesso per le accuse a Belsito, il tesoriere. Uno scandalo che colpisce anche il “cerchio magico” e la famiglia Bossi. Usavano i soldi dei rimborsi elettorali per i loro comodi! Uhm, fatemi capire: la novità consisterebbe nel fatto che i leghisti rubano? Ma pensa. E la faccenda Credieuronord-quote latte? Già dimenticata, eh? Oh, poi magari i loro elettori credevano davvero che un fazzolettone verde al collo rendesse immuni dal potere dei quattrini, vai a sapere. Chi crede all’esistenza della Padania può credere a tutto, in fondo. Il punto è che le ruberie non dovrebbero suscitare grandi sorprese. L’istigazione al genocidio sì. In realtà ci siamo abituati pure a quello. Mica male, come lascito culturale della Seconda Repubblica, no? Dice, sì vabbè, le solite boutade, dalla pallottola che costa cinquecento lire ai cappi alle sparate razziste di Borghezio alle “rivoluzioni” invocate da Giancarlo Gentilini, è tutto teatro. Faceva teatro (di strada) pure quell’ex Senatore della Repubblica che qui a Venezia, l’estate scorsa, minacciava di morte un mio amico senegalese: «Adesso salgo a prendere la pistola e ti ammazzo, e scommettiamo che non finisco neanche in galera?». Si sa che col teatro in Italia non si campa. Perciò rubano.

“Una revisione generale”

Un fascista uccide due immigrati, che si fa? Diamo una sistemata a quelli della destra radicale, gli facciamo abbassare la cresta con un paio di visite della DIGOS, paghiamo i funerali delle vittime e tiriamo avanti un altro po’.  Ma mentre osserviamo compiaciuti i risultati della potatura cosmetica, la mala pianta cresce, e cresce in un terreno – la società tutta -  che proprio sano non è. A proposito di Militia, (in questo caso dei suoi affiliati comaschi), è illuminante la presenza di un articolo sul movimento occupy – o come diamine si chiama  – in pagine che presentano un classico mix di anticapitalismo di destra e pensiero tradizionalista (vi compare anche un articolo di Franco Freda). Un’esca per il giovane indignato? Difficile ormai verificare chi attragga chi, in una fase di vuoto ideologico che risucchia tutto. E’ un momento confuso, nel quale sta giungendo a compimento un lungo processo di revisioni ideologiche e i discorsi ‘di destra e ‘di sinistra’ finiscono per incontrarsi in territori ni droite ni gauche: forse è il momento buono per rileggere Zeev Sternhell. Negli anni abbiamo imparato a conoscere tutte le tinte possibili del bruno e del rossobruno, passando per articolatissime teorie della cospirazione, culti esoterici, revival della geopolitica di Haushofer, appelli per la “Palestina libera”, movimenti per la decrescita (in)felice e progetti di “socialismo nazionale”. Marginale folklore politico amplificato dalla Rete, ma anche segno di movimenti più vasti e profondi. Di fatto, nel discorso pubblico sono già passate idee e soprattutto stili di pensiero (“idee senza parole”) fino a pochi anni fa considerati impresentabili. Passare dalla critica della finanza impazzita alle farneticazioni sulla lobby ebraica sarà anche improbabile per un cognitario indignato ma di buone letture. Non lo è per la folla. E d’altro canto, il nodo del razzismo generico non rappresenta una contraddizione insanabile, al di là delle apparenze. Come non mi ha stupito vedere Fabio Granata “operare dei distinguo” e in sostanza difendere Casa Pound, così non mi stupisce l‘intervista rilasciata dal dandy fascista Pietrangelo Buttafuoco al Corriere Fiorentino:

«Partiamo da un dato di carne e sangue, e confrontiamoci con le storie degli uomini ammazzati; senegalesi che attraversano il buio e il mare per arrivare in Italia. Ne parlo anche in “Cabaret Voltaire”; la loro eleganza e la loro fierezza sono quanto di meglio si possa immaginare nel nostro orizzonte di occidentali stanchi, deprivati e perduti di qualsiasi identità. Quindi chissà cos’è successo nella testa di questo squinternato per scegliere proprio loro come bersaglio, con la loro nobilità e il loro senso dell’avventura; tutte cose che si possono trovare nei sogni e negli immaginari jungeriani ed evoliani. C’è un cortocircuito spaventoso. Fa gioco la criminalizzazione e sarebbe devastante privare questo mondo fatto di suggestioni e di simboli e ridurlo al rango di simili pazzie».

Del resto nemmeno il giovane soreliano Mussolini era razzista, e una nostra eventuale uscita dall’Eurozona avrebbe fatto improvvisamente tornare di moda l’idea corradiniana di “nazione proletaria”. Ma sui segni della situazione prefascista che stiamo vivendo – o se preferite, sulla mia paranoia -  dovrò tornare in modo meno disordinato.

A Natale regala un pogrom

Una famiglia torinese “ossessionata dalla verginità” della figlia, accertata con “frequenti visite dal ginecologo”.
Una ragazzina – non del tutto partecipe dell’ossessione – che consuma il suo primo rapporto con un amichetto, all’insaputa dei genitori, e viene evidentemente presa dal panico per le possibili conseguenze del suo gesto. Possiamo solo immaginare quali potevano essere le reazioni della tribù insediata alle Vallette: ripudio della figlia, cacciata dalla casa paterna, lapidazione? (ricordo che stiamo parlando di cattolici apostolici romani, non di fondamentalisti islamici).
Ecco dunque balenare nella mente della ragazza – forse su suggerimento del complice fratellino, che renderà falsa testimonianza – un’idea semplice semplice: fingere di essere stata stuprata. Da chi? Ma dagli zingari, e da chi altro? Accusa pronta e capro espiatorio a portata di mano. In poche ore una folla di un centinaio di persone prende parte ad una “fiaccolata” presso un campo nomadi, che brucia in un rogo fortunosamente senza vittime. Non è un fatto nuovo, soltanto tre anni fa a Ponticelli, presso Napoli, successe qualcosa di simile. E ricordo un mio conoscente raccontare di come al suo paese (un triste borgo nello zanzaristan veneto, sulle rive del Po) di fronte a qualche sciocco diverbio, alcune decine di bravi cittadini avessero pianificato la loro spedizione antirom, rogo incluso. Avevano desistito forse per pigrizia. A quell’epoca non si parlava nemmeno di crisi economica.
In questa storia incontriamo tre comunità agenti: quella nucleare della famiglia ossessionata dall’imene. Quella allargata della folla pronta al linciaggio (della quale gli ultras della Juve sono parte integrante, l’avanguardia militarizzata, per così dire) e infine quella, settoriale, della stampa in cerca del canonico mostro da prima pagina.
La prima è un fossile di comunità, che credevamo già scomparsa in Occidente – anche se in tempi di impoverimento questo processo può rallentare o invertirsi. La seconda è semplicemente la materia bruta di cui sono fatte le società. Basta grattare un po’ sotto la superficie per accorgersene. La terza è quella comunità che vive parassitando i riflessi ancestrali delle altre due. Tendenzialmente attribuirei ai giornalisti le maggiori responsabilità. Ne hanno di enormi, sul piano della creazione della pubblica opinione nazionale. Meno, a livello locale: il pogrom è un fenomeno molto più antico dei mass media, basato sul passaparola. L’ipotesi per cui le violenze sarebbero state pilotate da qualche malavitoso desideroso di vendicare uno sgarro non cambia assolutamente nulla, aggiunge soltanto un altro squallido dettaglio ad una realtà di per sé inquietante.
Una comunità apparentemente assente è quella della politica. Del resto i partiti non dovrebbero avere a che fare con la folla. A meno che non si tratti dei partiti fascista o nazionalsocialista, che dovrebbero essere banditi da una repubblica democratica e antifascista. In realtà un politico c’era. Senz’altro in buona fede, nel tentativo di racimolare o di non perdere qualche voto, Paola Bragantini, segretaria provinciale del PD e Presidente di circoscrizione, era presente alla “fiaccolata”, documentandone gli esiti con la dovuta indignazione. Dice la Bragantini sul suo profilo fessbook che i facinorosi protagonisti del pogrom non rappresentano la città. Ci credo. Quelli che rappresentano la città sono invece la Bragantini e i suoi colleghi, la cui distanza da quello che sta succedendo in questo Paese è sempre più grande, forse incolmabile.

Le tracce della vicenda sui media (social e no) sono ben riassunte in questo storify.

POSTILLA: subito dopo aver pubblicato il post sono andato a leggermi l’edizione online de “La Stampa” di oggi, dove Massimo Gramellini commenta i fatti delle Vallette. Pare che ci sia una certa corrispondenza nello schema argomentativo: i “tre cerchi” di Gramellini, cioè le tre comunità. Peccato che Gramellini non si ricordi di citare la sua comunità, quella dei giornalisti…

Tripoli, bel suol d’amore

Effetto domino, si direbbe. Anche in questo caso, non si può che sostenere la rivolta del popolo libico contro il proprio despota, altro nostro-figlio-di-puttana (oleum non olet), al quale negli ultimi anni un’intesa col governo Berlusconi ha affidato il compito di carceriere: vale la pena di ricordare quale trattamento subiscano i migranti che hanno la sventura di passare per la Libia nel loro viaggio verso il continente europeo  (come raccontato da Andrea Segre, Dagmawi Yimer e Riccardo Biadene in Come un uomo sulla terra ). Chissà quanti culi stanno bruciando a Roma, in questo momento, oltre a quello di Frattini (quanti morti occorrono? C’è una soglia minima?)

ANSA: “Tripoli minaccia l’Ue sull’immigrazione: blocco alla cooperazione contro i flussi illegali se continua l’appoggio alla rivolta”

Memorabile Primavera, quella del 2011. Accerchiato dai giudici e messo in difficoltà da un’improvvisa reazione allergica al fondotinta, il Cavaliere era comunque riuscito a compiere l’ultimo passo della sua scalata. Con un titanico colpo di reni, attuando in pochi giorni la Legge Signorini – che metteva fuori legge la Sinistra in quanto “priva di stile” – Silvio Berlusconi aveva sbaragliato i suoi nemici una volta per tutte, senza prendersi nemmeno il tempo per una sveltina gratificatoria. Non c’è pace per i giusti, e infatti ai bordi meridionali della Penisola tornava a premere un’oscura forza illiberale, non più contenuta dagli sforzi dell’amico Gheddafi. Il Colonnello, minacciato da una rivolta ordita dai poteri forti del bolscevismo finanziario, si trovava in grave difficoltà e non poteva più garantire di tenere gli extracomunitari lontano dalle coste italiane. A un secolo esatto dalla Guerra italo-turca, era venuto quindi il tempo di intervenire nuovamente, in nome della Libertà, per soccorrere il prezioso alleato. Numerosi esponenti dell’esecutivo, dimostrando il loro sprezzo del pericolo, si erano subito resi disponibili per far parte della spedizione, della quale La Russa aveva curato gli aspetti logistici. Ripristinato l’utilizzo del mulo, animale amatissimo da La Russa, il ministro combattente era partito alla volta di Tripoli con la divisione aviotrasportata “Italo Balbo”.    Al seguito delle truppe d’assalto, Il reparto costruzioni, comandato dal Geniere Capo Castelli, che doveva approntare i campi di concentramento dove rinchiudere sia i rivoltosi che avevano tentato di rovesciare Gheddafi che – così recitava la circolare vergata dal Ministro Testicoli diffusa prima della partenza – “I membri di Al Càida o comunque negri di provenienza subsahariana in procinto di invadere il territorio nazionale allo scopo di instaurarvi il Califfato”.

La sera del 29 Marzo la colonna di camion carichi di tubi innocenti e filo spinato era stata investita dal terribile vento del deserto, il Ghibli. Senza possibilità di trovare un riparo, in poche ore l’intero reparto si era ritrovato sotto una pesante coltre di sabbia che ricordava i bastoni messi dalla Sinistra tra le ruote del Libero Mercato, come argutamente notò il Geniere Capo. I mezzi erano inservibili e già sorgeva il temibile sole libico – unico vero nemico dei militi padani, mai scesi a sud di Gabicce. Fu allora che il Capitano Bossi Renzo suggerì al geniere Castelli di muovere assieme in avanscoperta, alla ricerca del “primo distributore di benzina”.  Ma il deserto, terrone e comunista, sembrava aver teso loro una trappola mortale.

«Pronto pronto, pattuglia Olona chiama Nibbio, Olona chiama Nibbio, mi sentite..? Niente»

«E alura? Come la mettiamo?»

«Eh, non so, chiamiamo l’assistenza»

«Non trovo il numero, prova a sentire La Russa»

«La Russa non si riesce a chiamarlo nemmeno lui, è su un C130 e là il cellulare non prende»

«Casso, Castelli, e allora siam del gatto…me l’avevano detto di non andare, ma io niente. Pensavo “se a far bocchini ti fanno ministro, figuriamoci ad andare in Libia!”

«Aspetta, aspetta…cos’è ‘sto rombo?»

«La so! E’ come un quadrato, però schiacciato!»

«Bestia! ‘sto rombo qui, non lo senti? Un motore!»

«Un autoveicolo, sì! Adesso lo sento!»

Nel deserto non è facile capire da dove provenga un suono. Come due fennech intenti ad aguzzare l’udito in attesa della magra preda (un piccolo roditore, un beccaccino, una blatta), i due militi  si accquattarono dietro a una duna, dalla quale fece capolino un blindato amico. Era uno dei Doblò ricarrozzati in ghisa, prodotti dalla Fiat di Marchionne a Puerto Rico per finire gli ultimi pezzi dei magazzini torinesi. La Russa era riuscito ad inserirne 12mila esemplari nell’ultima finanziaria, ad un prezzo particolarmente conveniente.

«E’ dei nostri! E’ dei nostri!»

«’Spetta, testina, che ne abbiamo venduti anche ai beduini, di ‘sti furgonati qui…controlla la targa…sì, sembra proprio dei nostri»

Il mezzo si fermò inchiodando in una nuvola di sabbia sottile dalla quale, come in sogno, apparve nientemeno che il Maresciallo Borghezio, lo stratega dell’impresa Libica, a capo della Legione Padana.

«BORGHESSIO! E’ il Cielo che ti manda! Qui è successo un casino, abbiamo perso il resto del reparto e non si riesce a comunicare, con queste radio del menga! Sono ancora in garanzia ma non si trova il numero dell’assistenza!»

«Camerata, quelle radio sono finte. Le aveva ordinate la RAI a Paolo Berlusconi per la fiction “Squadra Giambellino”, ne servivano dieci ma il costo al pezzo veniva drammaticamente abbattuto ordinandone dai mille in su, per cui han deciso di riciclarle…quando torniamo a Roma mi farò sentire io, non temere!»

«Ma porca…come coi decoder»

«Non importa, camerati, saltate sulla camionetta! Lasciate perdere i tubi innocenti, questi islamici bastardi non meritano il vostro lavoro! costruirete ben di meglio, quando avremo riconquistato tutta la Tripolitania e l’intera Cirenaica! Non capite? Ora che siam qui non ce ne andremo più«

«Ma…e a Gheddafi ghe giren minga i ball?»

«Gheddafi lo sa, il suo esilio è già concordato, Berlusconi gli regala la Sicilia. La Tripolitania ce la teniamo noi del Nord, naturalmente, la Cirenaica se la prendono i camerati del PDL. E ci sarà lavoro per tutti!»

«E figa!»

Il Geniere Capo Castelli sorrise e tirò un calcio al giovane Capitano Bossi, dicendo sottovoce:

«Pirla…lo sai che al Borghezio ci piace il casso!»

Nazi D.O.C.

Su WordPress è attivo un algoritmo antispam che si chiama Akismet. E’ molto efficiente e finora non ha lasciato passare nulla di indesiderato. Lo lascio lavorare e non mi accorgo di niente. Stamattina, però, mi punge vaghezza di dare un’occhiata ai commenti in coda. A parte lo spam dei blog di forex in inglese, con una certa sorpresa trovo, vecchio di una settimana e prossimo all’eliminazione, il vivace commento di un certo Paolo Sizzi, “identitario bergamasco e quindi lombardo“. Rispondendo al titolo del mio post Che lingua parlano gli orchi?, Sizzi scrive:

“Che lingua parlano gli orchi? Toscano con accento meridionale o arabo, cinese, spagnolo, romeno, albanese e lingue negre.”

Ullallà, un razzistone! Di più: uno di quei (spero pochi, comunque troppi) bergamaschi contenti della scomparsa della povera Yara, che ha fornito loro l’occasione per dimostrare al mondo quale putredine abbiano nella testa. D’istinto avrei cestinato il commento e aperto le finestre per far uscire il tanfo. Epperò credo vada colta l’occasione di mostrare ai miei lettori com’è fatta un’autentica merda. Una tantum si può fare. Nel piccolo manifesto del blogger (“Paulus Lombardus”…) leggiamo:

“Ho aperto questo spazio virtuale per motivi propagandistici legati al Lombardesimo, ovvero l’esaltazione nazionalistica di tutto ciò che è lombardo, poiché è mia ferma intenzione impegnarmi sulla Rete e soprattutto sul territorio per l’autodeterminazione e l’Indipendenza della Nazione Lombarda, della Grande Lombardia storica che comprende Insubria, Orobia, Padania e Piemonte.”

E fin qui siamo dalle parti dei consueti deliri storico-geografici dei legaioli, fregnacce sulla “ferrea volontà”, il Bene della Nazione Lombarda, eccetera. Il bello viene poi:

“Ma il mondo reale non è che un incubo da esorcizzare col risveglio d’Europa e di tutte quelle Nazioni senza stato bisognose di rivincita e riscossa, e a questo proposito è una guerra costellata di mille nemici apparentemente invulnerabili.

Per citare i principali Italia, stati-apparato europei, Eurolandia, America, Israele, sistema-mondo.”

Doppio ullallà, un nazista! E non finisce qui, basta cercare a caso tra gli altri post. Dove peschi, peschi bene e mica robetta ma titoli come Soluzione Finale del Problema Ebraico.

Vi confesso che tutta la manfrina sulla violenza del mio articolo sugli scontri di piazza, nel caso dei nazi non vale più. Oh, è l’eccezione che conferma la regola. Naturalmente spero non si presenti mai l’eventualità di incontrare una simile faccia di cazzo.

Quindi, ricapitolando: legaiolo, razzista, antisemita (“razionalmente antisemita“), antimondialista e filopalestinese (come tutti i nazi D.O.C.). Certo, per Sizzy l’islam è un problema, ma, per citare la sua sintesi geopolitica da nazileghista,

“Una volta liquidato per sempre il carognoso problema ebraico si comincerà a pensare a come tenere a bada e neutralizzare il pericolo islamico, sebbene io sia dell’idea che vendicandosi di Giuda, Maometto si ritroverà ad essere bello sazio ed esausto.”

Non credo ci saranno altre occasioni di scambio con Sizzy, eppure quest’unica volta è stata utile, almeno per me. E’ un campione rappresentativo dell’enorme ammasso di spazzatura che circola in Rete e sulla quale da più parti si invocano provvedimenti forti. L’ultimo in ordine di tempo è quello della proposta presentata alla camera da Fiamma Nirenstein (sì, quella che sta nello stesso partito col fascista e antisemita Ciarrapico. Transeat.). Da libertario quale sono, resto contrario a qualsiasi limitazione della libertà di espressione e non si tratta di una mera (si fa per dire) questione di principio. Io la spazzatura prodotta da gente come Sizzy la voglio poter leggere e credo che a un vero democratico il tanfo di merda non debba spaventare. Occorre anzi annusare bene e imparare a distinguere la varie puzze. Per restare in metafora, non serve mettere il coperchio alla fogna, serve invece tenerla d’occhio per evitare che tracimi. E’ quella che si chiama la “vigilanza democratica e antifascista”. Alla quale è iscritto per merito anche il simpatico Akismet, il primo plugin antispam-antifa.

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