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Tag: silvio berlusconi

Io, Rifonda e gli altri/2

Lo sappiamo, la politica a vent’anni è anche un rifugio dalle magagne che l’ingresso nell’età adulta comporta. E tuttavia a quella roba io ci ho creduto per davvero. Riconoscevo le ingiustizie, mi identificavo, pensavo ai rimedi, cercavo un senso, una direzione, un’identità forti. E una famiglia aggiuntiva, in un certo senso.


Se devo scegliere un solo ricordo prezioso di quel mio noviziato politico, penso ad un episodio apparentemente banale. Era morto T., lo storico sindaco socialista del paese, una persona in gamba e perbene. Avevamo inviato un telegramma di condoglianze alla famiglia, e la figlia ci aveva risposto con una bella lettera. “Ai compagni del circolo di Rifondazione”, diceva. Mentre R. la leggeva, sentivo – e percepivo negli altri – una sorta di lieve commozione, un sentimento che non avrei mai più provato, né il 25 Aprile, né il Primo Maggio, né in altre occasioni di quel tipo. Quando sento parlare di ‘Unità della Sinistra’ mi torna sempre alla mente quell’episodio. Proprio in quel periodo, per la prima volta nella storia dell’Italia Repubblicana, la classe dirigente dell’ex PCI era al governo del Paese. Non da sola, certo, e al prezzo di molti compromessi, come si fa in democrazia. Dal punto di vista del mio partito di allora, il primo governo Prodi era un esecutivo sostanzialmente liberista cui tuttavia si poteva dare l’appoggio esterno. Era pur sempre l’unica alternativa a Berlusconi, i cui otto mesi di governo erano sembrati una tremenda allucinazione collettiva. Per un paio d’anni, pur tra mille tentennamenti, il gioco funzionò, finché non arrivò il “grosso scherzo” di Bertinotti, ricordato da Nanni Moretti nei giorni scorsi. Al momento della fiducia sulla finanziaria dell’autunno ’98, Rifondazione votò contro e fece cadere il governo. Il bello è che oggi quella finanziaria, se paragonata alle (salutari) legnate di Monti, pare scritta da Keynes in persona. Certo, occorre storicizzare, contestualizzare. Come no. Il Fausto difende tuttora con una certa arroganza una scelta che, già allora, mi pareva assolutamente incomprensibile. Ricordavo la visione di Maroni e Ferrara ministri, o meglio la sola idea di Maroni e Ferrara ministri, e rabbrividivo. Non avevo dubbi, Rifonda aveva fatto un’enorme cazzata. Se non altro, imparai qualcosa sul narcisismo, sulla politica politicista, sui tic dei rivoluzionari da salotto, dei parolai radical chic che, dopo aver arringato le loro folle, si ritrovano a bere prosecchi nei palazzi della nobiltà romana. Decisi di uscire dal partito, terminando dopo neppure un anno la mia esperienza di militante-tesserato (ah, non stracciai la tessera, che conservo ancora da qualche parte). Dichiarai la mia intenzione ad una delle solite riunioni settimanali. Alla preoccupazione per le reazioni degli altri – che in parte già sapevano – si univa un certo compiacimento per quel mio piccolo gesto da dissidente. Non avevo capito un cazzo.

Con mia grande sorpresa, la mia scelta aveva infatti dato il via ad una sorta di effetto domino. Quella sera tutti i compagni del direttivo espressero la volontà di lasciare il partito. Beninteso, con motivazioni opposte alla mia: non giudicavano più tollerabile l’ambiguità di Bertinotti rispetto alle scelte liberiste del Centrosinistra. “Siamo anticapitalisti o no, cazzo?!”. Potevano pensarci prima, direte voi, come poteva pensarci prima Bertinotti. Transeat. Ciò che conta è che la defezione di gruppo ebbe una conseguenza grottesca, o drammatica, a seconda dei punti di vista. Venendo a mancare il nucleo che teneva in piedi il circolo, quest’ultimo, semplicemente, cessava di esistere. L’unico ventenne, il sottoscritto, mollava, i trentenni pure (anche se non ricordo più cosa fece E.), gli anziani era già tanto se rinnovavano l’iscrizione. E i comunisti di mezz’età dov’erano? Non c’erano. Erano tutti diessini. Toccava comunicare la notizia alla Federazione Provinciale. Non la presero benissimo. Qualche giorno dopo, inviarono un apparatčik per tentare di convincerci a fare marcia indietro. Pazienza per noi quattro cazzoni, ma era pur sempre il circolo di un importante centro operaio che veniva a mancare. Lo sapevamo, Rifonda in fabbrica di fatto non esisteva, ma sbandierarlo così, in quel modo, in quel momento! Giacca, cravatta, soprabito scuro e ventiquattrore, l’apparatčik si presentò alla riunione successiva, e non fu granché persuasivo. Non ricordo alla lettera cosa ci disse ma, pescando nelle formule di rito, è facile ricostruire il suo meccanico pistolotto: “Vi invito a riflettere, questo è proprio il momento di dimostrare compattezza, superando le logiche di corrente, sostenendo la coraggiosa scelta della direzione nazionale, che ha voluto alzare la posta, al di là di ogni opportunismo“, eccetera. L’opportunismo era ovviamente quello di Cossutta e Diliberto, gli scissionisti. Niente da fare, avevamo deciso. Al di là delle motivazioni strettamente politiche, i più vecchi avvertivano quella stanchezza che ti prende dopo aver tanto predicato nel deserto, assieme al desiderio e alla necessità di dedicarsi ai sacrosanti cazzi propri. L’inviato della Federazione prese atto e se ne andò. Fine. Dopo mezzo secolo, i comunisti non avevano più una sezione in paese. In realtà nessuno di noi smise subito di fare politica, c’erano pur sempre l’associazione e il giornaletto. Ma senza il partito veniva a mancare un binario fondamentale. Per quanto mi riguardava, assecondai sempre più il mio individualismo – quello che alla lunga, se non te ne vai di tuo, ti porta ad essere cacciato dalle parrocchie – e cominciai a riflettere sul come la pensassi veramente, al di là di pose e infingimenti vari. Cominciai sul serio a leggere i testi sacri (canonici ed apocrifi) della Sinistra, e in quel periodo nacque la mia discutibile predilezione per il saggio rispetto al romanzo. (continua)

Aiuto, Gandalf!

Voi tutti conoscerete la storia del Vajont, almeno attraverso lo spettacolo di Paolini. Bene, a Longarone vive un certo Tiziano Dal Farra, cittadino convinto che la ricostruzione e la memoria del disastro siano state gestite in modo criminale. Tra i bersagli preferiti di Dal Farra, che, dalle pagine del suo sito, scrive peste e corna di vari politici e maggiorenti locali, troviamo anche Maurizio Paniz, avvocato di cui in provincia si parlava molto già quando ancora ci abitavo, molti anni prima della sua resistibile ascesa tra i Berluscones. Ora, accade che Paniz, non digerendo la frase riportata nell’immagine di apertura (pregasi cliccare) chieda ed ottenga l’oscuramento delle pagine del sito. Fine. Anzi no, visto che le pagine sono sì oscurate, ma soltanto attraverso il DNS. Senza entrare in tecnicalità, come direbbe l’altro bellunese, Tremonti, significa che il sito è raggiungibile a vostro agio attraverso Webproxy. E’ roba piuttosto colorita, di interesse prevalentemente locale. Giudicate voi stessi gli argomenti affrontati e lo stile utilizzato. Io non li discuto, come non discuto la decisione del giudice (che in linea di principio NON condivido), né dirò la mia sulla questione – fondamentale, beninteso – della libertà di espressione in Rete. Per ora mi limito a registrare la pronta rappresaglia di Anonymous.

Questa piccola vicenda mi ha più che altro dato l’occasione di tornare a riflettere sui personaggi citati da Dal Farra. Scilipoti e Paniz. Buon Dio, che accoppiata. Persino in una democrazia che abbia toccato il fondo, scavando poi ancora più giù per pozzi nerissimi, persino in Italia, voglio dire, c’è da stupirsi della bizzarria di questi personaggi. Non sembrano reali, ecco. Su Scilipoti, signoraggista, guaritore olistico, sosia di Joe Pesci, dotato di sosia lui stesso, si è già detto sin troppo. E su Paniz? Paniz supeficialmente appare come antitesi di Scilipoti: alto, polentone e legnoso l’uno, basso, terrone ed istrionico. l’altro. Ma queste sono differenze puramente estetiche. Lasciate perdere l’aspetto dimesso. Tenete invece a mente un fatto: Paniz ha speso tutte le proprie risorse retoriche di azzeccagarbugli davanti al Parlamento per dimostrare la buona fede dell’anziano satiro alle prese con “la nipote di Mubarak”. Lo devo ripetere? Ruby, la “nipote di Mubarak”. Non ci pensiamo già più ma un episodio del genere rimarrà tra le perle dell’era berlusconiana. Una performance simile espone inevitabilmente, nella migliore delle ipotesi, ad ampie alzate di sopraccigli. E come non pensare che i suoi stessi compagni di partito amino prenderlo per il culo? Andiamo, i lazzi sul montanaro un po’ tardo, l’alpino amante della grappa, etc. Secondo voi lo invitano ai festini, uno così? “Io porto le cubane, tu porti la bianca, paniz fa la polenta, AH AH AH AH AH AH“. Per fare quello che ha fatto Paniz occorre un gran fegato, ma soprattutto occorre l’attitudine di chi abbia naturalmente superato un confine. Che non è tanto il confine del ridicolo. E’ piuttosto quello che separa il Reale dal Fantastico, il Logos dal Mito, le abilità retoriche dai poteri magici, l’instant-book giudiziario di Travaglio dal romanzo fantasy. Insomma, osservateli bene e ditemi se Scilipoti e Paniz vi sembrano di questo mondo.

E’ evidente che non lo sono. Mentre centinaia di migliaia di complottisti auto-lobotomizzatisi cercano le prove della presenza rettiliana nelle gerarchie politiche dell’Occidente, qui da noi in Italia gli abitanti della Terra di Mezzo sono eletti in Parlamento e decidono i destini dei governi. Esattamente come diceva l’amico etiope in Ecce Bombo di Moretti: anche leggendo attentamente Marx, l’Italia rimane il casino che è. Avete sbagliato tutto, occorre leggere Tolkien.

Amici di penna

- Allora Umberto, gliela vuoi dare un’occhiata a questa lettera o no? Guarda qua…

- Mh.

- Che entusiasmo. Sono stato su tutta la notte a scriverla, sai?

- Eh… ma tanto…tanto te…gggh…te stai sempre su tutta la notte…

- Che c’entra?! In genere faccio altro, non scrivo letterine a Brussèl, mi faccio le “letterine”, piuttosto!

- Ghhh…

- Insomma, eccola qua, te la leggo io:

Gentile dott. Trichet,

La informiamo che il suo abbonamento al pacchetto Mediaset Premium, comprensivo di diretta Champions League, è in scadenza…” No, scherzo…EH EH EH! Carina no?

- Bhfff…

- No, dai, seriamente:

Gentile dott. Monti,

Ci pregiamo di comunicarLe che la rateizzazione…

- Bravo, rateissasione…’ssasione…tanto poi non paghiamo e quando arriva…quando arriva l’ufficiale giudissiario…rrr… facciamo finta che non c’è nessuno…

- ‘Scolta:

…che la rateizzazione del suo strumento di previdenza integrativa, concordata in precedenza con il nostro agente Mediolanum di zona, deve essere rinegoziata, perché il suddetto agente è un pirla..e l’abbiamo dovuto anche licenziare” AH AH AH AH AH AH AH…carina anche questa, no?

- Mmgh. Silvio…senti una cosa…

- Dimmi, caro.

- Ma te…. ti diverti propio a fare il pajass?

- Certo che non si può mai scherzare con te! Sensofiùmor, questo sconosciuto! Dai, adesso faccio il serio, promesso. In realtà la lettera non l’ho ancora scritta, proprio perché ti rispetto, in quanto alleato e in quanto amico, e insomma avrei piacere che la scrivessimo insieme.

- Mmgh…

- Benissimo. Dunque, hai qualche suggerimento? Io pensavo semplicemente di scrivergli che stiamo lavorando e che non rompessero i coglioni…magari mettendola giù in modo cortese…

- Ci devi dire…ci devi dire che le pensioni dei lavoratori padani… non si toccano!

- Eh no scusa Umberto, lo sai che questo non lo posso…

- Piuttosto meglio toccare i grandi patrimoni…

- Ma lo vedi come sei? Ricorda, signorino, che il patrimonio del qui presente dottor Berlusconi è servito a salvare il culo ai tuoi amici investitori della domenica, quando si erano messi in testa di avere una banca tutta loro! Ricordi?

- Bbbhggh!

- Non fare i capricci. Io le mani in tasca agli italiani non…

- Ghhh…Silvio…basta co’ sta manfrina, dai… ce le hai già messe…le tasche nelle mani…le mani nelle tasche…

- Cribbio, mi fai veramente incazzare quando fai cosí! Basta adesso, scriviamo o no???

- Va bene…te la detto io…

- Ma neanche per idea!

- Devi dirci delle quote…che non tagliamo niente…ggghh…e che ci diano indietro le quote…

- Le quote? Che quote?

- …che gli allevatori padani…’dani…sono alla fame…

- Ma di che caspita parli, delle quote latte? Stiamo parlando d’altro! Sveglia, rincoglionito!

- BBGGHHRR…rincoglionito…’onito…sarai TE!

- Eh, insomma…a me pare che qui quello che non ci sta con la testa sei tu!

- E alura…e alura il governo…te lo reggi da solo…coi tuoi scilipoti…se ne trovi abbastansa…capito?

- No, senti, non trascendiamo, adesso..dobbiamo mantenere la calma e stare uniti, altrimenti qui ci fanno il culo, capito? Senti, facciamo che le pensioni non le tocchiamo, e nemmeno i patrimoni…e sai che ti dico? La facciamo scrivere a qualcun altro. Ma ti pare che con la mia posizione e con tutti i problemi che ci ho, mi metto a scrivere le lettere? Adesso chiamo Letta, lui ha degli stagisti dello IULM che magari ce la scrivono direttamente in inglese, rigirandogliela un po’…in modo da avere un altro annetto per sistemare le nostre rogne, e poi…

- Pfffttt…

- Bravo.

Aggiornamento delle 16:30:

G.LETTA: PER LETTERA A BRUXELLES SERVE QUALCHE RITOCCO  – “Mi dovete scusare se me ne andrò prima ma quella letterina che Berlusconi porterà questa sera a Bruxelles ha bisogno di qualche messa a punto e di qualche ritocco”. (ANSA)

Quindici uomini

 

Berlusconi il pirata si salva ancora una volta. Con quindici voti di differenza. Non è una vittoria politica, è l’ennesima vittoria del clan.  Nemmeno alle soglie del collasso economico il gruppo che sostiene questo governo riesce a far prevalere l’interesse collettivo sugli interessi personali. I pretoriani sono legati al cesare da un patto di dipendenza, e lo seguiranno sino alla fine. Hanno tutto da perdere.

Fallito quindi il tentativo dell’opposizione di far mancare il numero legale – una pratica legittima ma eccezionale, esattamente come il ricorso continuo al voto di fiducia -  Rosy Bindi ed altri se la sono presa con quegli “stronzi” dei Radicali Italiani, che hanno partecipato al voto sin dalla prima chiamata. Bene, senza dimenticare le stupidaggini compiute da Pannella nel corso degli anni, accusare i Radicali di fare da quinta colonna di Berlusconi per il fatto di aver esercitato con coerenza la loro funzione parlamentare è una vera sciocchezza. In 617 hanno votato, la maggioranza richiesta era di 309 voti, i ‘sì’ sono stati 316, i no 301, e tra questi i sei ‘no’ dei radicali eletti nelle liste del Partito Democratico. Questi sono i numeri, il resto è il tentativo di un PD assai malconcio di trovare un capro espiatorio.  Qui l’intervento di Rita Bernardini.

Michele strikes back

Che ci crediate o no, è possibile detestare il berlusconismo con tutte le proprie forze e allo stesso tempo aver trovato irritante Raiperunanotte.

Parto da un presupposto spero condiviso: l’informazione televisiva è un momento spettacolare come gli altri, merce pensata per condurre, attraverso la pubblicità, ad altre merci. In tv la scelta non è tanto tra dire e non dire, tra mostrare il vero o mostrare il falso perché il sistema più produttivo è quello che mostra entrambi, che dice tutto. Ne consegue che in questo sistema non c’è spazio per la censura. Era questo lo scarto tra il vecchio monopolista di Stato e la tv commerciale, naturaliter pluralista, scarto a partire dal quale Berlusconi ha alimentato il suo mito di imprenditore tollerante, sincero difensore della libertà d’espressione, uno che “faceva lavorare i comici di sinistra”, eccetera. Era semplicemente un imprenditore dei media intento a far quattrini, nemico naturale – in quanto nemico economico – della censura propriamente detta. Purtroppo per lui (oltre che per tutti noi), la necessità di evitare la galera l’ha costretto ad entrare in politica. Il destino del Cav. era già segnato nel momento in cui egli scendeva in campo e faceva dei suoi giornali e delle sue televisioni degli organi politici.  A quel punto lo spregiudicato cumenda è diventato censore, dimentico del fatto che anche i suoi maldestri tentativi di censura diventano immediatamente momenti spettacolari.
Uno che la sa lunga a questo proposito è il Santoro post-editto bulgaro. Dopo essersi bagnato, alquanto controvoglia, nelle acque dell’Ill, il nostro ha iniziato ad ostentare il segno del martirio e dei modi da predicatore, con esiti spesso sconcertanti. Pochi mesi fa l’abbiamo visto mettersi sullo stesso piano degli operai dei petrolchimici che chiudono, contrattando la propria liquidazione milionaria in diretta nazionale (quale altro lavoratore potrebbe farlo?) e rivendicando giustamente la propria produttività, cioè la capacità di attrarre inserzionisti. Ancora più recentemente, dopo la rottura definitiva con la RAI, qualcuno ha pensato che lo potessimo vedere su LA7. Ma l’ego di Santoro è troppo esteso per poter essere contenuto in una rete già così affollata. Eccolo quindi alle prese con il lancio del suo nuovo programma, questa volta completamente autoprodotto, sulla scorta dell’esperienza di raiperunanotte (sono l’unico ad averlo trovato irritante?). Si chiamerà Comizi d’amore, scippo a Pasolini che poteva essere evitato e che credo voglia rimandare ad uno dei deliri berlusconiani. Nel frattempo Santoro ha già aperto un’associazione – Servizio Pubblico – e un sito omonimo, nel cui logo si riconosce, curiosamente, un cave canem pompeiano (a rappresentare l’incazzatura) unito all’immagine del conduttore in forma di zio Sam (a rappresentare il coinvolgimento del pubblico, la mobilitazione).


Comizi d’amore sarà prodotto a Cinecittà, venduto tra gli altri a Sky e visibile in streaming sul sito. Per sostenere la cosa e i suoi futuri possibili sviluppi il conduttore ci chiede di versare dieci euro. Dice che è necessario per garantire l’esistenza di “un pezzettino di televisione senza padroni economici e senza padrini politici“, perché la censura esiste e l’ultimo caso in ordine di tempo, quello della Dandini, lo dimostra.
La Dandini? Parla con Me? Le interviste a Scamarcio sul divano? Censurata? Suvvia. In casi come questo mi convinco che l’ottuso accanimento dei berluscones verso le piccole icone televisive della sinistra sia un fenomeno di altro tipo. E’ la vendetta per lo sgarro subito dall’uomo de panza, una sorta di primitiva dimostrazione di potere, politicamente inutile quando non controproducente.  Visto il livello medio dei lacché del centrodestra, la cosa non sorprende.
Ma torniamo a Michelone nostro e diamo un’occhiata ai primi contenuti video del suo sito.  Accanto ai link delle varie modalità di versamento e sotto alla presentazione del conduttore, troviamo un’intervista esclusiva a questa signorina Imene…pardon, Imane Fadil, un’altra delle sveglie ragazzette ospiti del vecchio satiro per una notte.

Onestamente: c’è qualcosa che ancora non sapete sulle troie di Berlusconi? E’ questa la libertà di cui parla l’annuncio nella voce “Michele Santoro” di Wikipedia?


“Rai per una notte” e “Servizio pubblico” sono titoli eloquenti. Santoro in cuor suo vorrebbe riprodurre lo spazio istituzionale della TV pubblica, ma in che senso? Forse nel senso dello spettacolo adrenalinico, della rissa televisiva che tanto ci divertiva. Ammettetelo: anche voi guardavate Anno Zero come si guardano il calcio o la boxe – le aree cerebrali che si attivano durante la visione dei due spettacoli devono essere le stesse, del resto. Ma oltre allo stimolo endocrino bipartisan, il talk politico per come lo intende Santoro assolveva ad un’altra importante funzione, un tempo assolta dalla militanza attiva in un partito. Anno Zero mi consentiva di maledire Calderoli o Alfano ogni volta che li vedevo. Santoro me li presentava al loro peggio, imbastendo una drammaturgia elementare attraverso la quale io, spettatore de sinistra, potevo veder confermate la mia autostima e la mia identità. Era un prodotto con una sua ragion d’essere. L’importante è ricordare sempre che il giornalismo-spettacolo non è qualcosa che possa ridare la vista ai ciechi o l’udito ai sordi e spostare i loro voti da una parte all’altra. Chi fa finta di non saperlo dimostra la propria disonestà intellettuale.
Mi pare che le possibilità di ricreare quel genere di combattimento tra polli di cui Santoro era gran cerimoniere saranno piuttosto scarse. La formula alternativa potrebbe essere quella dell’invettiva tribunizia, in diretta concorrenza con Grillo? Oppure un ritorno alle inchieste sul campo? Il punto è che altri, (tra i quali i vari Iacona e Formigli) si occupano già, in altri spazi, di fare inchiesta, e lo fanno molto bene. Non so fino a che punto le rivelazioni della nuova zoccola di turno potranno interessare.

Ad ogni modo, in bocca al lupo, penso che Michelone ce la farà senza i miei dieci euro.

Dolce Fortezza Europa

Mentre l’ignavia europea lascia languire la rivoluzione in Libia e il Cav. continua nei suoi tentativi di sfuggire ai processi, per distrarre l’italiota medio viene proiettato il vecchio filmino sull’”emergenza immigrazione”. Come scenario (quasi à la Antonioni!) l’estrema propaggine insulare della malconcia Repubblica, già bersaglio dei missili di Gheddafi un quarto di secolo fa, oggi palco per l’ennesimo show del Caimano e simbolo di una vergogna nazionale, quella dei Centri di Identificazione ed Espulsione.
Sulla vergogna dei CPT/CIE non si dirà mai abbastanza. L’esistenza di quei campi è un’onta per ogni paese che si definisca civile e lo è persino per un paese incivile quale l’Italia berlusconizzata. Anche senza ricorrere ai discutibili papiri di Agambenuccio nostro, L’idea che lo spostamento in massa di esseri umani inermi possa essere ‘gestito’ con il concentramento degli stessi ha in se qualcosa di malato, e certamente risulta funzionale, se non ad un’ideologia globalmente diffusa, almeno agli squallidi interessi di una “classe dirigente” fatta di s t r o n z i.
L’industria della crisi e delle emergenze vere o finte è come sappiamo una voce stabile dell’economia nazionale. Lo stato emergenziale, o meglio la percezione dello stesso, ha un valore d’uso politico altissimo in campagna elettorale e  la campagna elettorale in Italia comincia durante lo spoglio delle schede, non finisce mai. Ma oltre all’uso politico c’è quello puramente economico. Il cittadino onesto, preoccupato per la robba e la virtù della figliola, minacciate entrambe dagli sbarchi dei pirati barbareschi, non si interessa di queste cose. Non si indigna per i CIE, ma forse nemmeno sa quale sia l’indotto gravitante attorno all’ingabbiamento, all’identificazione e all’espulsione di questa gente.
(Ministro Testicoli, se proprio li vuole rinchiudere, questi migranti, anziché nelle tendopoli dentro al filo spinato, li sistemi nelle caserme dismesse. Ho capito che le dobbiamo tenere da parte per le prossime pappate degli speculatori ma nel frattempo usiamole no? Lo faccia sapere al suo collega Ignazio, il mulo parlante, che ne ha la competenza. I miei rispetti.)

E con la parte istituzionale abbiamo chiuso. Ma dei nuovi arrivati che possiamo dire?
L’impressione, confermata dai fatti, è che le migliaia (migliaia, non milioni…) di ragazzi tunisini non si vogliano fermare nel Bel Paese ma vogliano semmai raggiungere la Francia e i paesi del Nord Europa.
E’ possibile che di questo i nazileghisti siano contenti, convinti di essere riusciti nel miserabile intento di mostrare l’Italia quale paese inospitale. Purtroppo per loro non possono cancellare per decreto la posizione geografica dello stivale, che ne ha fatto per secoli un’ideale banchina di transito tra Europa e Mediterraneo. Quindi i migranti continuano ad arrivare, seppure per non fermarsi. E in ogni caso i Francesi li rispediscono a Ventimiglia senza tanti complimenti.

Non tutte le ondate, o mini-ondate migratorie sono uguali. E’ certo che i settanta eritrei che hanno perso la vita tre giorni fa sfuggivano alle violenze in Libia, come le altre vittime della notte scorsa,  in quella che sempre più spesso si rivela una traversata mortale. Ma da cosa sfuggono i giovani tunisini che arrivano a Lampedusa? E’ difficile riconoscere uno status preciso a questi ultimi migranti: sono richiedenti asilo? No, e il paradosso è vederli partire da un paese in cui si è appena svolta una rivoluzione, la meglio riuscita, finora, tra quelle che interessano il Mondo Arabo. “perché se ne vanno proprio ora?”, verrebbe da chiedere ingenuamente.
La risposta più interessante è forse quella di Gabriele Del Grande, che da anni si occupa di narrare le storie delle migrazioni dal Sud del Mondo verso la Fortezza Europa. Prendendo spunto da un popolarissimo brano hip-hop algerino, Partir loin, forse meglio che attraverso centinaia di report socioeconomici, è possibile capire cosa spinge le decine di migliaia di giovani nordafricani ad attraversare il canale di Sicilia:

Vogliono viaggiare. Il perché, sono fatti loro. Dopotutto viaggiare non é un’esclusiva dei disperati, ma al contrario è una parte imprescindibile della vita di ogni ragazzo nel mondo globale di oggi. Se non fosse che le nostre ambasciate da anni vietano a tutta una generazione in Africa di poter viaggiare legalmente con un visto sul passaporto.
[...]
il regime di criminalizzazione della libertà di circolazione deve cadere, esattamente come sono cadute le dittature del sud del Mediterraneo.

Beh, che dire: sottoscrivo.

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