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un cane scioltissimo

Tag: sinistronzi

Io, Rifonda e gli altri/3

Ma quanto diamine la stai menando, con questo tuo apprendistato politico? Il giusto, soltanto il giusto. Ultima puntata.

Ero incazzato per la caduta del governo, che aveva portato all’interregno di Richelieu D’Alema e preludeva al ritorno del Caimano, anche se le sue conseguenze sarebbero state chiare soltanto in seguito. L’uscita da Rifonda era in realtà solo il sintomo di un mal di pancia più profondo. Mi ero già accorto di essere lontano su troppe questioni, non soltanto dal partitino, ma da tutta la cosiddetta Sinistra antagonista, della quale Rifonda era poi la sponda di destra. Non capivo perché certi dittatori dovessero piacermi soltanto perché si dichiaravano “socialisti”. Ero in disaccordo totale sul sionismo (l’“anti-israelismo”: l’unico collante che tenga ancora insieme la maggior parte della Sinistra), sugli OGM e sul pensiero scientifico,  sull’Europa e sulla moneta unica, sull’uso della forza in determinate situazioni e su tante questioni economiche, rispetto alle quali rivelavo una scandalosa vicinanza a quei liberali che a parole avrei dovuto disprezzare! Mi accorsi che l’estremismo – al di fuori delle arti – mi respingeva, così come mi respingeva la Totalità hegelo-marxista. La dura verità stava emergendo. Ero un riformista. «Dio buono, che vergogna!». Ma fingevo, negavo soprattutto a me stesso, perché non è sexy essere riformisti a vent’anni. Ai tempi di Genova – quando  il Bertinotti, che si è sempre creduto molto furbo, cercava di “cavalcare i movimenti” – osservavo con curiosità quello che succedeva nella galassia no-global. Era una realtà che mi attraeva e mi respingeva allo stesso tempo, che fondamentalmente non capivo e che un po’ invidiavo. Mi accorsi ad esempio che alcuni giovani cattolici di paese, cresciuti e rimasti topi di sacrestia, ora si erano piazzati più a sinistra di me, in quella cazzo di Rete Lilliput! Non che fosse una novità, nella storia politica d’Italia.

Alcuni episodi lasciarono il segno. Ricordo ad esempio la presentazione di Impero di Toni Negri e Michael Hardt, a Trieste, credo proprio nel 2001. Quando le tirate negriane raggiungevano il climax, mi giravo verso il resto della platea in cerca di qualche sorriso, ma lo studentame adorante non coglieva il ridicolo. Applaudivano anzi sempre più forte, guidati dai capiclaque dei disobba locali. Mi venivano in mente le descrizioni di certi rituali primitivi: mi aspettavo che Negri da un momento all’altro tirasse fuori un coltellaccio e immolasse Pier Aldo Rovatti, seduto di fianco a lui. Finita la messa, mi fermai a cercare qualche voce di dissenso. La trovai in un giovane comunista di non so che gruppetto, il quale, dopo aver dato del revisionista a Negri, mi spiegò con tranquillità che il crollo definitivo del Capitale, dati alla mano, era ormai una questione di mesi. Occorreva pensare all’organizzazione dei soviet nella Bassa Friulana. In quell’occasione compresi due cose importanti. La prima era che avrei sempre preferito i veterocomunisti ai postoperaisti innamorati del suono della loro voce. La seconda era che le infinite faide interne alla Sinistra avevano effettivamente qualcosa di religioso. Era una lotta per l’egemonia dottrinale che continuava da un secolo e mezzo, fatta di chiese, concili, scismi, movimenti ereticali, scomuniche, roghi, santi e martiri. Occorre avere almeno un po’ di fede, in quelle faccende. A me la fede manca del tutto e, agli invasati che si scannano per la giusta dottrina, preferisco chi tenta concretamente di mettere una pezza ai mali del mondo (e non al Male, che nessuna utopia potrà mai eliminare) senza troppi strepiti, con umiltà e intelligenza. La maggior parte dei comunisti pre-Bolognina erano fatti così, a ben vedere. Ma erano comunisti? Io di sicuro non lo sono più.

Sia chiaro: non rinnego niente. Se penso soprattutto a quel circolino di paese, so di aver scelto le migliori persone che potessi frequentare allora. Con alcuni era nata una vera amicizia, al di là della politica e se ora non ci vediamo più è soltanto perché la vita ci ha allontanati. Nel ’98 mi ero già trasferito in città per studiare, come gli amici più stretti. Cominciai a tornare meno spesso al paese, soltanto per vedere i miei. Negli anni ho continuato a frequentare gli stessi ambienti, un po’ per affinità, un po’ per abitudine, un po’ per caso. Ho scoperto lo strano piacere delle eresie marxiste (francofortesi-operaisti-situazionisti-etc.) considerate puramente come generi letterari. Ho votato tutti i partiti della sinistra, comunista e non, inclusi i Radicali ed escluso Tonino Di Pietro, che non è di sinistra. Grazie a Gianpaolo Pansa, mi sono iscritto all’ANPI, che qui a Venezia spesso delega la faccenda delle iscrizioni a…Rifonda (mi hanno già telefonato varie volte perchè vada a ritirare la tessera 2012 al circolo, me ne dimentico sempre).

Ho scoperto che, là dove la Sinistra è maggioranza, i sinistronzi sono legioni, sia tra i puri e gli antagonisti che tra gli opportunisti e gli amici dei palazzinari. La stronzaggine, del resto, è una qualità prepolitica che a volte si colora di qualche tinta. Quanta politica, decisamente troppa. Quanta ideologia è davvero necessaria per affrontare razionalmente e in modo laico le questioni più elementari, ad esempio del dove e come far passare una strada o una ferrovia? Sarà che viviamo in uno strano Paese, una Repubblica in cui non è mai esistita una Destra democratica, dove c’è la Sinistra più settaria del mondo, dove il termine “legalità” evoca un’idea di Stato di polizia, mentre “antifascista” – anche grazie agli sciocchi per i quali tutto è fascismo, dalla cravatta al biglietto del tram – viene scambiato per qualcosa di a-democratico e violento dalla maggioranza filistea. La quale maggioranza, peraltro, in fatto di democrazia, avrebbe molto da imparare. Con la crisi, poi, lo scenario si è fatto ancora più confuso, le parole d’ordine sono diverse, o hanno cambiato senso, e il vecchio Marx – un grande classico della modernità, da leggere e rileggere – non sta più sulle insegne della rivolta. La verità è che ho provato ad essere comunista fuori tempo massimo, quando il comunismo era ormai una pantomima, e la radicalità stava prendendo altre forme, come oggi appare evidente a tutti. Pare proprio che i vent’anni passati dalla fine del socialismo reale siano stati soltanto una parentesi di spappolamento e marcescenza delle idee radicali: postmodernisti e tradizionalisti, cyberfanatici e luddisti, islamisti e leghisti, complottisti, signoraggisti, sciroccati ingenui e miserabili che spillano loro quattrini, giovani borghesi indignati, nazi e fasci 2.0, comunisti che riscoprono la patria e fanno l’occhiolino ai rossobruni. Tutta roba da cui mi tengo ben distante.

Resta il problema dell’etichetta da portare. Sembra che non se ne possa fare a meno. «Riformista…» no, «Migliorista…» nemmeno, «Socialdemocratico» per carità. Il mio amico comunista scuote la testa. Quelle etichette non gli piacciono. Improvviso e azzardo un «Azionista», nel senso del Partito D’Azione, di Giustizia e Libertà, di Rosselli, Rossi, Salvemini, Ginzburg, Lussu, Foa, Spinelli, Galante Garrone, Fenoglio, etc. «Ecco, ti pareva, snob fino all’ultimo!», direte. Boh. A me sembra più snob citare Agamben, la biopolitica e i rizomi, ed ho il sospetto che il vero discrimine stia nell’attitudine all’autoironia, qualità estremamente rara (e preziosa), in politica:

Nel febbraio del 1974 il “Giorno” pubblicava un’intervista fattami da Corrado Stajano. Il titolo, credo non scelto da lui, era: Il mite giacobino non s’arrende. Quella qualifica mi mise di buon umore, e subito scrissi e mandai a Stajano, dedicandoglielo, questo scherzoso


Autosfottò del “mite giabobino”

Gli antifascisti levano le tende
ma il mite giacobino non si arrende.
La birba vince e il giusto se la prende,
ma il mito giacobino non si arrende.
Cadono Luther King, Kennedy, Allende,
ma il mite giacobino non si arrende.
La fiaccola del Mis losca si accende,
ma il mite giacobino non si arrende.
La classe dirigente compra e vende,
ma il mite giacobino non si arrende.
Dilaga il mal da Napoli a Torino,
ma non si arrende il mite giacobino.

(Alessandro Galante Garrone, Paolo Borgna – Il mite giacobino, Roma, Donzelli 1994)

Avercene, di miti giacobini così.

(Fine)

Io, Rifonda e gli altri/2

Lo sappiamo, la politica a vent’anni è anche un rifugio dalle magagne che l’ingresso nell’età adulta comporta. E tuttavia a quella roba io ci ho creduto per davvero. Riconoscevo le ingiustizie, mi identificavo, pensavo ai rimedi, cercavo un senso, una direzione, un’identità forti. E una famiglia aggiuntiva, in un certo senso.


Se devo scegliere un solo ricordo prezioso di quel mio noviziato politico, penso ad un episodio apparentemente banale. Era morto T., lo storico sindaco socialista del paese, una persona in gamba e perbene. Avevamo inviato un telegramma di condoglianze alla famiglia, e la figlia ci aveva risposto con una bella lettera. “Ai compagni del circolo di Rifondazione”, diceva. Mentre R. la leggeva, sentivo – e percepivo negli altri – una sorta di lieve commozione, un sentimento che non avrei mai più provato, né il 25 Aprile, né il Primo Maggio, né in altre occasioni di quel tipo. Quando sento parlare di ‘Unità della Sinistra’ mi torna sempre alla mente quell’episodio. Proprio in quel periodo, per la prima volta nella storia dell’Italia Repubblicana, la classe dirigente dell’ex PCI era al governo del Paese. Non da sola, certo, e al prezzo di molti compromessi, come si fa in democrazia. Dal punto di vista del mio partito di allora, il primo governo Prodi era un esecutivo sostanzialmente liberista cui tuttavia si poteva dare l’appoggio esterno. Era pur sempre l’unica alternativa a Berlusconi, i cui otto mesi di governo erano sembrati una tremenda allucinazione collettiva. Per un paio d’anni, pur tra mille tentennamenti, il gioco funzionò, finché non arrivò il “grosso scherzo” di Bertinotti, ricordato da Nanni Moretti nei giorni scorsi. Al momento della fiducia sulla finanziaria dell’autunno ’98, Rifondazione votò contro e fece cadere il governo. Il bello è che oggi quella finanziaria, se paragonata alle (salutari) legnate di Monti, pare scritta da Keynes in persona. Certo, occorre storicizzare, contestualizzare. Come no. Il Fausto difende tuttora con una certa arroganza una scelta che, già allora, mi pareva assolutamente incomprensibile. Ricordavo la visione di Maroni e Ferrara ministri, o meglio la sola idea di Maroni e Ferrara ministri, e rabbrividivo. Non avevo dubbi, Rifonda aveva fatto un’enorme cazzata. Se non altro, imparai qualcosa sul narcisismo, sulla politica politicista, sui tic dei rivoluzionari da salotto, dei parolai radical chic che, dopo aver arringato le loro folle, si ritrovano a bere prosecchi nei palazzi della nobiltà romana. Decisi di uscire dal partito, terminando dopo neppure un anno la mia esperienza di militante-tesserato (ah, non stracciai la tessera, che conservo ancora da qualche parte). Dichiarai la mia intenzione ad una delle solite riunioni settimanali. Alla preoccupazione per le reazioni degli altri – che in parte già sapevano – si univa un certo compiacimento per quel mio piccolo gesto da dissidente. Non avevo capito un cazzo.

Con mia grande sorpresa, la mia scelta aveva infatti dato il via ad una sorta di effetto domino. Quella sera tutti i compagni del direttivo espressero la volontà di lasciare il partito. Beninteso, con motivazioni opposte alla mia: non giudicavano più tollerabile l’ambiguità di Bertinotti rispetto alle scelte liberiste del Centrosinistra. “Siamo anticapitalisti o no, cazzo?!”. Potevano pensarci prima, direte voi, come poteva pensarci prima Bertinotti. Transeat. Ciò che conta è che la defezione di gruppo ebbe una conseguenza grottesca, o drammatica, a seconda dei punti di vista. Venendo a mancare il nucleo che teneva in piedi il circolo, quest’ultimo, semplicemente, cessava di esistere. L’unico ventenne, il sottoscritto, mollava, i trentenni pure (anche se non ricordo più cosa fece E.), gli anziani era già tanto se rinnovavano l’iscrizione. E i comunisti di mezz’età dov’erano? Non c’erano. Erano tutti diessini. Toccava comunicare la notizia alla Federazione Provinciale. Non la presero benissimo. Qualche giorno dopo, inviarono un apparatčik per tentare di convincerci a fare marcia indietro. Pazienza per noi quattro cazzoni, ma era pur sempre il circolo di un importante centro operaio che veniva a mancare. Lo sapevamo, Rifonda in fabbrica di fatto non esisteva, ma sbandierarlo così, in quel modo, in quel momento! Giacca, cravatta, soprabito scuro e ventiquattrore, l’apparatčik si presentò alla riunione successiva, e non fu granché persuasivo. Non ricordo alla lettera cosa ci disse ma, pescando nelle formule di rito, è facile ricostruire il suo meccanico pistolotto: “Vi invito a riflettere, questo è proprio il momento di dimostrare compattezza, superando le logiche di corrente, sostenendo la coraggiosa scelta della direzione nazionale, che ha voluto alzare la posta, al di là di ogni opportunismo“, eccetera. L’opportunismo era ovviamente quello di Cossutta e Diliberto, gli scissionisti. Niente da fare, avevamo deciso. Al di là delle motivazioni strettamente politiche, i più vecchi avvertivano quella stanchezza che ti prende dopo aver tanto predicato nel deserto, assieme al desiderio e alla necessità di dedicarsi ai sacrosanti cazzi propri. L’inviato della Federazione prese atto e se ne andò. Fine. Dopo mezzo secolo, i comunisti non avevano più una sezione in paese. In realtà nessuno di noi smise subito di fare politica, c’erano pur sempre l’associazione e il giornaletto. Ma senza il partito veniva a mancare un binario fondamentale. Per quanto mi riguardava, assecondai sempre più il mio individualismo – quello che alla lunga, se non te ne vai di tuo, ti porta ad essere cacciato dalle parrocchie – e cominciai a riflettere sul come la pensassi veramente, al di là di pose e infingimenti vari. Cominciai sul serio a leggere i testi sacri (canonici ed apocrifi) della Sinistra, e in quel periodo nacque la mia discutibile predilezione per il saggio rispetto al romanzo. (continua)

“Ascolta un cretino…”

Non è bastato un intero anno di insurrezione con alcune migliaia di morti. Sarà che Mubārak prendeva i soldi dagli Ammarigani, mentre Bashār al-Assad è sostenuto dagli antichi alleati, Russia e Cina, fatto sta che non si sono viste grandi manifestazioni di solidarietà alla rivolta siriana da parte della sinistra-sinistra (quella che “la Primavera Araba ci serva da esempio“, “saldiamo le lotte“, “Piazza del Popolo come Tahrir“, etc.). Da par suo, il Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Piano Richelieu D’Alema, che ha visitato nei giorni scorsi quelle plaghe sfortunate per conto della Fondazione Europea di Studi Progressisti, pare invece aver perso un po’ della vecchia simpatia per Assadino. Sembrano così lontani i tempi in cui, prima da Segretario del PDS e, soltanto quattro anni fa, da Ministro degli Esteri, D’Alema vedeva negli Assad (padre e figlio) due figure importanti…per la Pace in Medio Oriente. Non scherzava – l’ultimo che abbia visto D’Alema scherzare è stato Fabio Mussi ai tempi della FGCI. Ci credeva, come ora crede che la virata islamista seguita alle rivoluzioni arabe rappresenti la conferma di una sua vecchia idea, quella per cui con quelle simpatiche canaglie di Ḥamās è necessario trattare. Il che, in termini relativi, non sarebbe niente di che: Israele è riuscita a riavere Gil’ad Shalit vivo proprio trattando con Ḥamās. Quello che colpisce è piuttosto l’estremo candore che si accompagna sempre al machiavellismo radicale. Dice infatti Baffino nostro: « Rimuovere questo movimento con un esorcismo, mi sembra strampalato. C’è un indebolimento delle dirigenze moderate, anche fra i palestinesi prima o poi arriverà la primavera araba. Hamas non è più un movimento isolato: avrete notato che a Tunisi il nuovo governo ha invitato Khaled Meshaal, non Abu Mazen». Un po’ come all’epoca della bicamerale, no? « A rega’, svejjah! Berlusconi arivince de sicuroh, se dovemo da mette d’accordoh! ». Genio incompreso.


Come ti compro il giovane

Si direbbe che oggi la mia parte reazionaria si sia parecchio gonfiata. Ho acceso Radiotre, aspettandomi uno Schumann qualsiasi – ma pure un Paul Motian (RIP) piuttosto che la recensione della mostra di Rodchenko. E invece mi sono ritrovato ad ascoltare la voce di Paolo Benvegnù, ex cantante degli Scisma, seguito da una cantante a me ignota. Bravo Paolo Benvegnù, nulla da dire (gli Scisma non mi dispiacevano, peraltro) – un po’ meno la cantantessa dalla dizione incerta. Ma al di là dei giudizi di valore, uno si domanda che ci facevano su Radiotre, ossia sull’unico canale nazionale che programmi regolarmente classica, contemporanea, jazz e tutte quelle musiche in cui la pettinatura dei musicisti non abbia pregnanza semantica. Radiotre è ancora l’unico luogo, tra i media tradizionali, in cui si possano trovare le cosiddette musiche pesanti, come le chiama Quirino Principe*, quelle la cui fruizione richiede un certo impegno. Con tutti gli spazi già occupati dalle musiche di consumo, si sente veramente il bisogno di rubare minuti preziosi anche a Radiotre? Mi sembra di sentire qualche fischio di disapprovazione, ma il mio non è affatto snobismo, tutt’altro! Continuo ad ascoltare Eugenio Finardi alternandolo a Luciano Berio, e il divino Marvin Gaye subito dopo una cantata di Bach. Ma questo pertiene al mio gusto personale, dozzinale, schizoide od eclettico che sia, formatosi su lunghi ascolti di infinite musiche diverse, di ascolto più o meno impegnativo. Quel gusto si è formato anche grazie alla Radiotre che ascoltavo negli anni ’90. Prima di muovermi fisicamente dal paesello, prima che la Rete diventasse uno strumento quotidiano, la radio rappresentava l’unico modo per conoscere certe musiche, certi testi. Senza tante moine, con quella naturalezza che presuppone un certo sforzo da parte dell’ascoltatore. Questa era la funzione di Radiotre, per quanto mi riguarda: un supporto fondamentale alla mia educazione. Occorre essere cresciuti nella provincia più profonda, lontano dai teatri, per capire ciò di cui sto scrivendo. Purtroppo in questo paese antichi malintesi relativi a divulgazione e cultura di massa continuano a fare danni. Il ceto intellettuale continua l’involuzione, mantenendo invariata la sua caratteristica principale: il disprezzo per le masse, camuffato da amore per le stesse.

Ma non era di questo che volevo scrivere, in realtà. Una ricerchina nel sito istituzionale dell’emittente mi chiarisce che cosa sta trasmettendo Radiotre. La puntata di Zazà – così si chiama il programma – è interamente dedicata a:

MEDIMEX, la Fiera delle Musiche del Mediterraneo organizzata da Puglia Sounds, il programma della Regione Puglia per lo sviluppo del sistema musicale
molti ospiti musicali a fare da colonna sonora della puntata, selezionati tra i giovani gruppi, pugliesi e non, che partecipano alla manifestazione: Paolo Benvegnù, Boom Da Bash, Mama Marjas, Erica Mou,  Radiodervish
poi, il coordinatore del progetto Puglia Sounds, Antonio Princigalli, illustrerà il programma del MEDIMEX con l’assessore al “Mediterraneo, cultura, turismo” Silvia Godelli parleremo della rinascita culturale pugliese [..]

La solita fuffa, in forma di elaborata marchetta, insomma. Ho lavorato per qualche tempo – da utile idiota – alla produzione culturale della città in cui vivo, conosco bene certe mode della sinistra corsara, conosco le resistibili ascese degli stronzi negli assessorati alla cultura, attraverso i festival di “musica etnica” piuttosto che l’ultima craze da tecnodeficienti. Quel genere di offerta culturale rivolta principalmente ai giovani, caratterizzata dalla gratuità, zuccherino dal lato della fruizione, carotina da quello della produzione. Credo che nelle città del nostro meridione le pratiche non siano molto diverse. La retorica vendoliana contribuisce anzi a rendere la fuffa meravigliosa, strutturandola. La creatività giovanile è il perno retorico attorno a cui ruotano tante iniziative relativamente economiche, ma piuttosto produttive in termini di clientele, su scala locale, e d’immagine, su scala nazionale. Non stupisce che, in un’epoca di tagli selvaggi al bilancio delle attività culturali, il giovane musicista o teatrante o videomaker o artista o saltimbanco che cerchi di vivere delle proprie passioni creative possa restare ammirato di fronte al proliferare dei vari Puglia Sounds e Puglia Film commission, di fronte al generoso sostegno alle nuove produzioni artistiche voluto dal futuro candidato leader alla guida del centrosinistra.

Tutto questo presupponendo che ai giovani non faccia troppo schifo intascare il proprio assegnuccio tacendo in cambio del malaffare.  Mi domando se basti qualche concerto a far dimenticare il sistema di corruzione che faceva capo ad Alberto Tedesco, con il quale Nichi Vendola sembra essere venuto a patti senza troppi mal di pancia. Oppure la convinzione con la quale lo stesso Vendola sta sostenendo un’incredibile operazione speculativa come quella del San Raffaele del Mediterraneo. Dopo che lo scandalo della bancarotta ha investito tutto l’entourage di Don Verzé, Vendola cerca di tenere dritto il timone. I capitali si sono già mossi, gli interessi sono enormi, non ci si può più tirare indietro, facciamolo senza Don Verzé, dice Nichi. Auguri a Vendola, e soprattutto ai malati di tumore, mentre agli altri potrei dire: godetevi i circenses “donati” sborsando denaro pubblico, bevetevi la vostra tazzulell’ e café.

Ma ditemi un po’, sinceramente; chi è il reazionario?

 

*ERRATA CORRIGE: in realtà Quirino Principe parla di “musica forte”, mentre era Franco Donatoni ad ironizzare sulla “musica pesante”.

Anime Belle

Era evidente a tutti che in Libia le cose sarebbero andate diversamente che in Tunisia ed Egitto. A Tripoli non c’era un esercito pronto a deporre il tiranno come in Egitto, ma una truppa di mercenari al soldo del Colonnello, perfettamente in grado di schiacciare la rivolta. In un paio di settimane sarebbe tutto finito, i partigiani (li chiamo così, come giustamente suggerisce Farid Adly) che non fossero stati ammazzati sarebbero finiti nelle accoglienti galere di Gheddafi, o nei lager già riservati ai migranti in pieno deserto, e qui saremmo tornati al nostro tran-tran quotidiano di debole indignazione a distanza. Mentre in questi giorni il ‘nostro’ coinvolgimento in una guerra che già era in corso e che le anime belle guardavano ‘con preoccupazione’ ha improvvisamente riattivato, nella c.d. Sinistra-sinistra, i meccanismi della produzione retorica. Quella roba autoreferenziale che chiamiamo dibattito ma a volte sembra più che altro un tentativo di ricordare la propria esistenza e rimarcare le proprie differenze-da (dal rinnegato interventista, dal socialdemocratico, dall’anarcoide provocatore), mentre prendono forma altre inaspettate consonanze,  (con il Cavaliere amico del Colonnello, coi fascioleghisti, con l’orribile Formigoni). Vi riporto qui sotto un piccolissimo florilegio delle varie letture. E’ la parafrasi di alcuni commenti ad un post su Nazione Indiana (tra i quali trovate anche la mia posizione, espressa, spero, in modo accettabilmente serio). A volte capita che l’oggetto della satira sia più ridicolo della satira stessa, giudicate voi:

Quelli che “Gheddafi è un patriota arabo e un rivoluzionario e chi sta contro di lui è semplicemente un lacchè del capitalismo. Ricordatevi del compagno Ceausescu!”

Quelli che “Gheddafi non è un granché ma è sempre meglio degli insorti che sono pilotati da CIA e Mossad!

Quelli che “Fonti indipendenti che i media servi dell’imperialismo censurano ma che io che faccio controinformazione diffondo qui, anche se purtroppo non mi potete capire perché ormai siete rintronati dai media suddetti, insomma queste fonti indipendenti che per motivi di sicurezza non posso esplicitare mi hanno rivelato che dietro la facciata umanitaria delle motivazioni si nascondono enormi interessi economici. Si parlerebbe di petrolio e addirittura – ma non mi vorrei sbilanciare – di gas naturale”.

Quelli che “il capo degli insorti è neoliberista, io voglio i soviet domani mattina! No! Voglio i soviet! Ueeee! Ueeeeeee! Ueeeeeeeeeeeeee!”

Quelli che “Gheddafi è un dittatore criminale e complice delle deportazioni dei migranti e noi stiamo dalla parte del processo democratico che sta investendo il nordafrica. D’altronde siamo anche contro la guerra senza se e senza ma. Per cui scendiamo in piazza, cerchiamo due alberi tra i quali tendere la nostra fettuccia e passiamo un pomeriggio divertente. Non dimenticate ginocchiere e paragomiti”.

Quelli che “Avete tutti individuato una serie di contraddizioni che, come suggeriscono un paio di numeri dei Quaderni Piacentini usciti nel corso del ’74 (annata eccellente, bouquet ricchissimo, ne ho una bottiglia a casa), sono feconde e pericolose allo stesso tempo e andrebbero maneggiate con cura. Sbaglia chi usa il Ballon o il Gran Cru, in questo caso, coi rossi leggeri, è senza dubbio meglio un Dolcetto. Di cristallo, certo, eccheccazzo, su questo punto non cediamo!”

Quelli che “Non mi piace essere contro-la-guerra-assieme-a-voi. Voglio essere contro-la-guerra-per-i-cazzi-miei”.

Non biasimatelo, è colpa delle emorroidi

Con la simpatia che da sempre lo contraddistingue, l’ex Sindaco Cacciari, quello che piaceva tanto alle radical-sciocche foreste (“che uomo affascinante…e che intelligenza, come siete fortunati voi Veneziani…”) riassume così, in un’intervista a Radio24, i suoi anni da Sindaco:

”A un esercito di infanti incapaci di arrangiarsi su qualsiasi vicenda umana, terrena a un certo momento gli dici “vabbè” – ha aggiunto – ti faccio un’ordinanza, ma smettila di rompermi le palle”

Per quasi quindici anni, tra l’Inizio e la Cosa Ultima, interrompendo forse  una tempesta d’acciaio in cima a qualche scogliera di marmo, Cacciari Massimo ha donato la sua intelligenza al governo della città di Venezia. Un inizio entusiasmante, quel tocco visionario che ha abbindolato molti, fino alla raggiunta consapevolezza per cui le grandi idee nulla possono di fronte alla stupidità di noi poveri ‘infanti’, per quanto saggiamente siamo amministrati da un sindaco-filosofo.  Tanto vale, decide ad un certo punto Cacciari, sfruttare la situazione per fare un po’ di cassa. Così, di concerto con la sua squadra di faccendieri, funzionari, intrallazzatori, geometri, urbanisti, sociologi e mosche cocchiere di varia specie e stazza e con l’avallo dell’aristronzcrazia intellettuale ‘de sinistra’ (?), il sindaco decide di  lasciare la città in pasto agli speculatori.  Acqua Marcia, mi sembra perfetto per Venezia. Il MOSE è straordinario, anzi no, il MOSE è un disastro. Ma tanto non si può tornare indietro, cari i miei infanti, e ve lo meritate, non sapete cavalcare lo zeitgeist, poveri di spirito che siete. La casa, la casa a Venezia costa, ma come non ce l’avete? Adesso non fatemi incazzare dicendo che non capite, è così semplice! E’ la separazione dall’Unità originaria, ci potete fare ben poco. Semmai fate come mio nipote, occupate. Tanto poi chiamo i carabinieri, e vi stronco! Perché l’Origine è quella che è.  No, la pomata non fa niente, porca di quella…

Case impopolari

Come previsto, i primi segni di continuità con l’era Cacciari non si sono fatti attendere. Il previsto progetto di social housing (case popolari, per noi villan) che l’Immobiliare Veneziana avrebbe dovuto realizzare presso l’ex caserma Manin cambia natura. Quegli spazi saranno utilizzati unicamente come residenza universitaria. La motivazione della scelta, “studenti e residenti non stanno bene assieme”, è perfettamente in linea con la volontà di espellere definitivamente i cittadini dal centro storico, condannato allo sfruttamento turistico intensivo o ad una presenza transitoria come quella studentesca (l’asse della quale si muoverà comunque progressivamente verso la terraferma). Una mentalità da tecnocrati arcistronzi quella per cui gli spazi cittadini debbono essere parcellizzati e separati tra loro in base, in ultima analisi, a criteri classisti. E gli aspetti pratici del dietrofront, in prospettiva, sono evidenti: tra qualche anno sarà più facile spostare gli studenti che non spostare dei residenti, e magari riconvertire ad ostello la residenza, massimizzando i profitti.

Non c’è male come prima uscita pubblica importante per l’assessore alla casa, IDV (ed ex sindacalista CGIL), Bruno Filippini. Ma forse qualche domanda, relativamente all’ “exit-strategy” complessiva, andrebbe fatta anche all’assessore all’Urbanistica, il professor Micelli (il quale, va detto, ha opportunamente rassegnato le dimissioni dalla presidenza dell’IVE non appena nominato assessore. Al suo posto c’è ora Alfiero Farinea, possibile candidato sindaco ritiratosi all’ultimo momento…ma questa è un’altra storia). IVe utilizza sul suo sito istituzionale il payoff “Un nuovo volto per Venezia”. Com’è questo nuovo volto? E’ un volto orribile, assomiglia a quello della sua classe dirigente cosiddetta di “Sinistra” (intesa come aggettivo).

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