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un cane scioltissimo

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I libertari secondo Velardi & Rondolino

Uh, quanto mi piacciono quei due. Anche senza leggere il loro blog, prima o poi i cerchi prodotti dai sassetti che la coppia lancia nell’acqua stagna della chiacchiera politica arrivano a sfiorarti.  Velardi & Rondolino – the dynamic duo – hanno detto che c’è bisogno di un nuovo giornale in Italia, un foglio che possa finalmente rappresentare ”quelli che lottano contro le tasse” [sic]. Dicono che vogliono fondarlo loro e che lo chiameranno “Il Libertario”. Ma che bello, come quel vecchio settimanale anarchico che si stampava a La Spezia. Forse hanno confuso il libertarian di tradizione USA con il libertario che, in Italia e in gran parte d’Europa, si associa ad una famiglia politica affatto diversa? Ma va là, come direbbe il libertario (in quanto garantista) Ghedini, vuoi che non lo sappiano, con quei capoccioni che si ritrovano? Lo sanno, lo sanno. E’ che sono loro a creare il lessico, e noi nun semo un cazzo. Got it?

Prendete quindi nota, bimbi: da oggi, in Itaglia, gli opportunisti e i traffichini più furbi si chiameranno LIBERTARI.

Schadenfreude

 

Matt Damon vs. Mariastella Gelmini

Se credi che i neutrini viaggino dentro ad un tunnel lungo settecento chilometri che nessuno ha mai costruito, crederai di poter convincere gli italiani di qualunque fesseria. Ad esempio del fatto che i tagli alla Scuola Pubblica sono guidati da una logica di ristrutturazione “in senso meritocratico”. Dopo la sparata di tre anni fa sui bonus individuali agli insegnanti giudicati migliori, subito rientrata per motivi di bilancio, la Mariastella è riuscita comunque ad imporre gli orridi test INVALSI – giustamente boicottati da un gran numero di insegnanti – attraverso i quali si verrà a creare una sorta di schedario degli istituti più “produttivi” il cui “premio” consisterà nell’essere eventualmente risparmiati dalla futura macelleria operata sul servizio pubblico. Dice: “Negli Stati Uniti funziona così”. E’ vero, proprio negli USA si sta diffondendo un sistema di valutazione del risultato delle scuole e dei singoli insegnanti che interviene sul reddito di questi ultimi in modo sostanziale. Anche prescindendo dal fatto che questo dispositivo è stato pensato dall’amministrazione Obama, e non da una task force di commercialisti, zoccole e uomini d’onore,  siamo proprio sicuri che tutti gli americani lo approvino entusiasticamente? Pare proprio di no. Il dibattito sulla scuola pubblica negli Stati Uniti è molto vivace e coinvolge testimonial particolari, come Matt Damon, diplomato alla public school e figlio di un’insegnante. Su questo tema Damon ha le idee molto chiare e si dice deluso dalle scelte di Obama. Imperdibile l’intervista che trovate qui sotto:

P.S.: fa piacere trovare anche nella Hollywood di oggi qualche testa pensante e attiva, in questo caso un attore che abbia qualcosa di sostanziale da dire e da fare. Tentiamo un rapido confronto tra Matt Damon ed alcuni dei cinematografari nostrani. Massì, avete capito, di quelli un po’ radical scicche, che vanno tre volte l’anno dalla Dandini a ripetere la tiritera sulla difesa della scuola pubblica. Anche se poi, loro, i figlioli li mandano alla scuola privata.

I cosiddetti liberali

Merita di essere trascritto nella sua interezza un commento dell’economista Michele Boldrin apparso su NoiseFromAmerika. Lo sottoscrivo integralmente. Fatte le dovute distinzioni, esiste una costante nella popolarità di personaggi nefasti come Mussolini Benito, Craxi Bettino e Berlusconi Silvio tra gli autodefinentisi ‘liberali’ nostrani. (Grazie ad Amaryllide per la segnalazione).

L’Italia è strapiena di servi di BS ed ex servi di Craxi che si definiscono “liberali”.

Tanto che oramai io mi vergogno di usare questo termine per definire una mia generale attitudine ideale. Dai Porro ai Martino passando per libertari de noantri, tea parties all’italiana, associazioni “anti-tasse e nient’altro”, ultra-cattolici in crociata, è tutto un autoproclamarsi “liberali” per poi difendere ed appoggiare qualsiasi atto criminale compiuto da BS e la sua banda.

La cosa meriterebbe una riflessione, perché è un fenomeno tutto italiano. Quando provi a dialogare con costoro ti rendi conto che, 8 volte su 10, sono liberali come io sono cinese. In realtà sono semplicemente “anti-comunisti” o, meglio, “antiquellidisinistra”. È una cosa monomaniacale, da minus habens: se l’affermazione X è fatta da uno di “sinistra” allora deve essere sbagliata, se il soggetto in questione (BS in questo caso) è contro la “sinistra” allora ha ragione su tutto e sempre, a priori, e via andando. Il liberismo non c’entra nulla, è pura copertura ideologica nemmeno tanto coerente. In media né l’han capito né l’han studiato.

La cosa più incomprensibile è come, mentalmente, selezionino il gruppo definito di “sinistra”. Non ne son certo ma ho una teoria diciamo così “empirica”, basata sull’osservazione e, purtroppo, la discussione con costoro. La “sinistra” è = exPCI+CGIL, nient’altro. Neanche i gruppuscoli erano di “sinistra” (infatti, decine di costoro son transitati tranquillamente dall’uno all’altro) perché ebbero il merito di “fare il culo” a PCI+CGIL (infatti, a suo tempo gli antenati di costoro ed alcuni fra i più anziani, sotto la guida di Craxi Bettino, ebbero una simpatia tattica per l’autonomia) né lo erano i radicali dei referendum su divorzio ed aborto perché operavano anti-PCI+CGIL. I socialisti, ovviamente, da Craxi in poi sono “anti-sinistra” per definizione, il che permette a personaggi tanto improbabili quanto incoerenti e statal-social-corporativisti come Brunetta, Sacconi e Tremonti di definirsi “liberali” …

La “sinistra”, nella mente di costoro, è PCI+CGIL, ossia la classe operaia delle fabbriche 1920-1980. La radice è una mescola fra l’odio di classe ed il terrore del piccolo borghese per i “rossi” che, nel biennio da essi colorato, venivano a portargli via la “roba” e che, nel decennio 1969-79, portavano gli operai “in centro” a disturbare lo struscio ed i bei negozi. Le radici storiche sono lì. Per questi “liberali” (te lo ammettono se li spingi all’angolo e mi è capitato) Benito era una brava persona (un “liberale”, dopo tutto) che ha dovuto fare quel che ha fatto perché c’erano i rossi da combattere. Come Pinochet il quale, mi spiegò tanti anni fa una variante USA del “liberale” italiano, “ne ha torturati ed uccisi migliaia, è vero … ma dopotutto eran tutti comunisti”. Appunto.

Da questa definizione di “sinistra” segue che chiunque ad essi (exPCI+CGIL) si accompagni, o anche solo qualche volta difenda, tale diventa. È infettivo l’essere di sinistra. Ecco quindi che la Bindi diventa di sinistra e che, nella mente di costoro, quel traditore di Fini è, chiaramente, un amico dei comunisti.

Funzionano così. Non è solo ignoranza (tremenda fra questi liberalidelcazzo, che mi son scocciato delle virgolette), è qualcosa di più profondo. È la paura storica della borghesia italiana per la redistribuzione di ricchezza e potere. Insomma, la ragione per cui il risorgimento italico NON fu nemmeno un tentativo di rivoluzione liberale: troppo rischioso, meglio tenersi il medioevo socio-politico che rischiare che qualche morto di fame ci porti via la roba ed i privilegi medievali … Non a caso il gruppo sociale dove questo tipo di liberaledelcazzo appare con più frequenza (relativa) consiste dell’aristocrazia terriera e della borghesia parassitico-professionale del Sud. Se voi girate per i ministeri romani e v’intrattenete con l’alta dirigenza dei medesimi, una buona parte della quale da lì viene, v’imbattete con grandissima frequenza proprio in questa figura sociale tutta italica: il liberaledelcazzo nostalgico della “parte buona” del regime.

Sono, in realtà, nostalgici di una versione non troppo criminale, non anti-semita e non guerrafondaia (ah, è lì che ci siamo rovinati … se facevamo a meno d’entrare in guerra, ora saremmo liberi di quella teppaglia, cara signora … è hitler che ci ha rovinato!) del fascismo. Oltre che, ovviamente, provinciali di scarsa cultura. Ah, la frequenza relativa di diplomati al liceo classico, fra questi liberalidelcazzo, è particolarmente elevata rispetto alla media della popolazione. Che sia per caso? Non credo. Nient’altro

Puttani olistici

Credevate fosse un semplice ominicchio à la Di Gregorio, un parassita trafficone e marchetta dei potenti, vergogna del Parlamento, nonché ulteriore dimostrazione della natura farlocca del movimento di Di Pietro. Beh, è certamente tutto questo, ma anche qualcosa di più. Figura simbolo del riscatto dei peones e maneggione untuoso come nella più pura tradizione pseudo-socialdemocratica italiota (vade retro, Saragat!), quello splendido cinquantenne di Domenico Scilipoti è anche un grande promotore delle medicine alternative. In particolare, l’ex dipietrista divenuto ‘responsabile’ pare interessato all’approccio olistico del medico ciarlatano e antisemita Ryke Geerd Hamer, come ci spiega Antonio scalari nel suo blog. La cosa fa il paio con il suo impegno signoraggista. A una testolina così lucida, glielo vogliamo dare un posticino, Presidente?

Da che parte stare

Non starò a dipingere scenari o a copincollare bignamini sulla cellula impazzita della fazione di destra della costola gazana del movimento salafita che ha rapito ed assassinato Vittorio Arrigoni. Non ne sono in grado e non ne ho voglia. Dopo qualche giorno dai fatti, sentivo il bisogno di scrivere due righe in risposta alle reazioni di questi giorni.
Da una parte c’è il conflitto, dall’altra la sua rappresentazione. Da una parte le vite di chi nel conflitto ci vive, dall’altra le vite di chi costruisce identità, politiche e potere sulla rappresentazione del conflitto. Non condividevo molto delle posizioni e dei toni assunti da Vittorio Arrigoni. Ma nella mia rappresentazione io sono uno spettatore dedito alla chiacchiera, lui era in qualche modo un protagonista. Arrigoni aveva deciso di vivere nel cuore del conflitto, donando la sua presenza fisica, il suo corpo, ad una causa nella quale credeva, senza peraltro torcere il capello ad alcuno. Ha fatto una fine orribile, e tutti gli altri, quelli che dai loro blog strepitano “E’ stato il Mossad, porci sionisti, e comunque a loro conviene“, oppure “Era un antisemita di merda, l’hanno fatto fuori i suoi amici arabi, ben gli sta“, dovrebbero avere almeno il buon gusto e il buon senso di tacere. Ma di buon senso, al contrario che del senno di poi, non sono affatto piene le fosse.
Il discorso pubblico sul Medio Oriente è polarizzato in modo sconfortante. Se di dialettica si può parlare, si tratta di un’ animalesca dialettica da tifo calcistico. Naturalmente mi riferisco alle frange rumorose, le minoranze  che, da sempre, ‘fanno opinione’. Si potrebbe ignorarle, ma questi sono i germi attorno ai quali cristallizzano le opinioni più ragionevoli. Da una parte i resti di una smandrappata sinistra ‘antagonista’ i cui legami con Marx si fanno sempre più tenui, che conserva per motivi sostanzialmente identitari l’attaccamento dogmatico alla causa palestinese, arrivando a disgustosi linguainbocca con hizbollah e hamas. Dall’altra, la pletora di rinnegati che vogliono espiare la loro militanza a sinistra, a braccetto con la feccia (post?)fascista, filoisraeliana in modo ambiguo e strumentale, e con i cultori del rambismo muniti di cappelluccio di tsahal.
Certo siamo spettatori e basta, ma nel mio piccolo, anziché stare in poltrona tra due stronzi, preferisco restare in piedi (non è un caso che personaggi di ogni tendenza mi abbiano tacciato di arroganza, doppiezza, filosionismo, antisionismo e, soprattutto, di ingenuità. Sono soddisfazioni.)

Dolce Fortezza Europa

Mentre l’ignavia europea lascia languire la rivoluzione in Libia e il Cav. continua nei suoi tentativi di sfuggire ai processi, per distrarre l’italiota medio viene proiettato il vecchio filmino sull’”emergenza immigrazione”. Come scenario (quasi à la Antonioni!) l’estrema propaggine insulare della malconcia Repubblica, già bersaglio dei missili di Gheddafi un quarto di secolo fa, oggi palco per l’ennesimo show del Caimano e simbolo di una vergogna nazionale, quella dei Centri di Identificazione ed Espulsione.
Sulla vergogna dei CPT/CIE non si dirà mai abbastanza. L’esistenza di quei campi è un’onta per ogni paese che si definisca civile e lo è persino per un paese incivile quale l’Italia berlusconizzata. Anche senza ricorrere ai discutibili papiri di Agambenuccio nostro, L’idea che lo spostamento in massa di esseri umani inermi possa essere ‘gestito’ con il concentramento degli stessi ha in se qualcosa di malato, e certamente risulta funzionale, se non ad un’ideologia globalmente diffusa, almeno agli squallidi interessi di una “classe dirigente” fatta di s t r o n z i.
L’industria della crisi e delle emergenze vere o finte è come sappiamo una voce stabile dell’economia nazionale. Lo stato emergenziale, o meglio la percezione dello stesso, ha un valore d’uso politico altissimo in campagna elettorale e  la campagna elettorale in Italia comincia durante lo spoglio delle schede, non finisce mai. Ma oltre all’uso politico c’è quello puramente economico. Il cittadino onesto, preoccupato per la robba e la virtù della figliola, minacciate entrambe dagli sbarchi dei pirati barbareschi, non si interessa di queste cose. Non si indigna per i CIE, ma forse nemmeno sa quale sia l’indotto gravitante attorno all’ingabbiamento, all’identificazione e all’espulsione di questa gente.
(Ministro Testicoli, se proprio li vuole rinchiudere, questi migranti, anziché nelle tendopoli dentro al filo spinato, li sistemi nelle caserme dismesse. Ho capito che le dobbiamo tenere da parte per le prossime pappate degli speculatori ma nel frattempo usiamole no? Lo faccia sapere al suo collega Ignazio, il mulo parlante, che ne ha la competenza. I miei rispetti.)

E con la parte istituzionale abbiamo chiuso. Ma dei nuovi arrivati che possiamo dire?
L’impressione, confermata dai fatti, è che le migliaia (migliaia, non milioni…) di ragazzi tunisini non si vogliano fermare nel Bel Paese ma vogliano semmai raggiungere la Francia e i paesi del Nord Europa.
E’ possibile che di questo i nazileghisti siano contenti, convinti di essere riusciti nel miserabile intento di mostrare l’Italia quale paese inospitale. Purtroppo per loro non possono cancellare per decreto la posizione geografica dello stivale, che ne ha fatto per secoli un’ideale banchina di transito tra Europa e Mediterraneo. Quindi i migranti continuano ad arrivare, seppure per non fermarsi. E in ogni caso i Francesi li rispediscono a Ventimiglia senza tanti complimenti.

Non tutte le ondate, o mini-ondate migratorie sono uguali. E’ certo che i settanta eritrei che hanno perso la vita tre giorni fa sfuggivano alle violenze in Libia, come le altre vittime della notte scorsa,  in quella che sempre più spesso si rivela una traversata mortale. Ma da cosa sfuggono i giovani tunisini che arrivano a Lampedusa? E’ difficile riconoscere uno status preciso a questi ultimi migranti: sono richiedenti asilo? No, e il paradosso è vederli partire da un paese in cui si è appena svolta una rivoluzione, la meglio riuscita, finora, tra quelle che interessano il Mondo Arabo. “perché se ne vanno proprio ora?”, verrebbe da chiedere ingenuamente.
La risposta più interessante è forse quella di Gabriele Del Grande, che da anni si occupa di narrare le storie delle migrazioni dal Sud del Mondo verso la Fortezza Europa. Prendendo spunto da un popolarissimo brano hip-hop algerino, Partir loin, forse meglio che attraverso centinaia di report socioeconomici, è possibile capire cosa spinge le decine di migliaia di giovani nordafricani ad attraversare il canale di Sicilia:

Vogliono viaggiare. Il perché, sono fatti loro. Dopotutto viaggiare non é un’esclusiva dei disperati, ma al contrario è una parte imprescindibile della vita di ogni ragazzo nel mondo globale di oggi. Se non fosse che le nostre ambasciate da anni vietano a tutta una generazione in Africa di poter viaggiare legalmente con un visto sul passaporto.
[...]
il regime di criminalizzazione della libertà di circolazione deve cadere, esattamente come sono cadute le dittature del sud del Mediterraneo.

Beh, che dire: sottoscrivo.

Uh-oh…

E’ noto il destino delle città d’arte come Venezia, i cui amministratori non riescono a mettere in pratica le palle che raccontano ai loro elettori (Venezia-città-della-cultura, economia dell’immateriale, industria leggera ad alto valore aggiunto, salvaguardia dell’ambiente lagunare, difesa e incentivo della residenzialità in centro storico, etc.). In assenza di un progetto, le città si riducono a vendere loro stesse nel peggiore dei modi, diventando tristi baracconi della moncoultura turistica o prede di quella pestilenziale specie di bipedi Urbivori, gli immobiliaristi. Alberghi, alberghetti, B&B, appartamenti da affitto turistico, seconde (e terze e quarte e quinte) case, vuote dieci mesi l’anno.  I pesci più piccoli fanno diventare B&B le dimore avite, uno studente fuorisede come portiere (in nero, ça va sans dire!), una professoressa di matematica ucraina come cameriera. E mettono via il loro gruzzolo, dichiarato al fisco per meno del 50%. Ah, quante ne avrei da raccontare!

Questo processo che si suppone ‘naturale’ è in larga parte assecondato e diretto dalle amministrazioni comunali e regionali, che hanno concesso licenze come se piovesse e hanno scritto regolamenti ad uso e consumo delle categorie interessate. Questo ha fatto il centrosinistra veneziano negli ultimi diciott’anni. Ha governato per settori, per clientele, per pacchetti di consenso. A volte riuscendo casualmente a governare bene. Ma in buona sostanza pensando unicamente ad incassare, dove possibile.

Naturalmente la sistemazione di quella che era una casa in un dormitorio di cartongesso, attrezzato coi suoi piccoli cessetti, richiede una serie di pratiche amministrative di una certa importanza. Questo è vero ovunque, immaginate un po’ a Venezia, città in cui il patrimonio edilizio è patrimonio dell’Umanità, in cui ogni pietra ha mille anni di storia da raccontare, per chi sappia ascoltare. C’è una Commissione di Salvaguardia che tutela quelle pietre. Dice: al Nord si usa così, mica come giù. Sicuro sicuro?

E’ di ieri la notizia per cui qualche nodino sarebbe venuto al pettine, come riporta il “Corriere della sera” di ieri:

VENEZIA – Tangenti in laguna. Ancora. Dopo i casi della Provincia ora nel mirino delle Fiamme Gialle sono finiti funzionari comunali e della commissione di salvaguardia, vigili, e un professionista, (principale arrestato), il geometra Antonio Bertoncello, consulente dell’Ava (Associazione veneziana albergatori), protagonista dal 2004 di «un’irresistibile ascesa», come ha detto il procuratore aggiunto Carlo Mastelloni. Oltre cento finanzieri del Comando Provinciale di Venezia hanno eseguito sette ordini di custodia cautelare ( e 42 perquisizioni) per ipotesi di corruzione e concussione nei confronti, appunto, di Antonio Bertoncello, dei funzionari del Settore Edilizia Privata del Comune di Venezia Angelo Dall’Acqua e Rudi Zanella dello sportello unico edilizia residenziale e attività produttive, di due funzionari della Commissione di Salvaguardia Lagunare, l’ingegner Tullio Cambruzzi e Luca Vezzà, dei vigili urbani Andrea Badalin e Michele Dal Missier.

In pratica, secondo la ricostruzione dell’operazione coordinata dal procuratore aggiunto Carlo Mastelloni e dal pm Paola Tonini, Antonio Bertoncello aveva realizzato una sorta di rete che comprendeva funzionari del Comune (agli sportelli unici di edilizia residenziale e attività produttive) e funzionari della commissione salvaguardia. Secondo l’accusa, erogando frequenti tangenti variabili dai 1000 ai 4000 euro o con compartecipazioni a speculazioni immobiliari, il geometra beneficiava di un controllo aggiornato e continuo nel settore dell’edilizia privata comunale e presso la Commissione Salvaguardia. Intercettazioni, pedinamenti ed altri accertamenti avrebbero rivelato che i quattro erano dediti a velocizzare e risolvere le pratiche di Bertoncello relative a una ventina di immobili, anche di pregio, spesso trasformati in strutture ricettive.

Un secondo filone dell’inchiesta riguarda invece gli (omessi) controlli da parte di alcuni vigili urbani sempre in cambio di mazzette (attraverso l’escamotage di sponsorizzazioni alla società sportiva della polizia municipale). Andrea Badalin e Michele Dal Missier avrebbero infatti invitato i titolari di hotel e bed & breakfast a fare delle donazioni «spontanee» per tutelarsi su future verifiche. E tra le strutture che in questi ultimi mesi avrebbero pagato ci sarebbe anche la Palazzina Grassi con 3.800 euro.

Il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni ha subito convocato una conferenza stampa: «Abbiamo aperto un’inchiesta interna amministrativa e abbiamo già avviato una riorganizzazione del settore per prevenire altri casi simili». Gli arrestati, ha comunicato il primo cittadino, sono stati subito sospesi e i cinque indagati sono stati trasferiti. I tre del settore edilizia all’archivio storico e i due della polizia municipale al magazzino vestiario.

«Al momento non c’è alcun coinvolgimento di politici» ha detto in conferenza stampa Carlo Mastelloni. Che accusa: «E’ stata un’offesa alla città di Venezia, un tradimento- perchè vi sono tecnici destinati al controllo e alla conservazione del patrimonio abitativo e monumentale della città che hanno tradito la loro funzione».

(Qui e qui e qui trovate altri articoli apparsi sulla stampa locale)

Quando la Legge riesce a toccare il malaffare del funzionariato comunale, io godo. Siano pure due ingegnerucoli da niente, un vigile, un geometra. Il prossimo passo, parlando di Vigili urbani, sarebbe pizzicare quelli che chiudono entrambi gli occhi di fronte ai debordanti plateatici di certi ristoranti, che venderebbero la madre pur di piazzare due tavoli in più. Ma non occorre vendere la mamma, basta una mazzetta all’amico vigile. E stiamo ancora parlando di pesci piccoli. Delle grosse magnarìe, come si dice qui, e delle gravi irregolarità relative agli accordi tra i grandi gruppi immobiliari e i sindaci, si parla molto nei bar, ma ancora non sembra esservi inciampato alcun giudice.

Mario, pensaci tu

Mi ritengo una persona profondamente laica, eppure, devo ammetterlo, non son del tutto libero dal dogmatismo. Pratico infatti il culto di Amici Miei. Amici Miei, il primo. Salvo con riserva l’atto II, il terzo non lo considero nemmeno e di certo non concepisco l’idea di sequel o prequel di sorta. E’, la mia, una forma di ortodossia intollerante di cui vado fiero. Ora, come tutti sapete, è accaduto che il regista Neri Parenti abbia girato appunto un prequel di Amici Miei, in questi giorni nei cinema. Un’operazione volgare che in tanti abbiamo considerato alla stregua di una profanazione. E quindi questo film io non lo vedrò e dissuaderò amici parenti e conoscenti dall’andare a vederlo. Dice: “ma se non l’hai nemmeno visto, come fai tu a giudicar?” Sono dogmatico, ve l’ho detto. Si potrebbe tagliare la testa al toro con il vecchio argomento scatologico: “nemmeno la merda l’ho mai mangiata, eppure…”. In realtà i due clip visti a Che tempo che fa bastano ed avanzano a confermare il mio pregiudizio. Nel cast l’immancabile Christian De Sica (quello che mio padre ha inventato il neorealismo, mio zio ha ucciso Trotsky, io faccio ridere con le scorregge), assieme a Michele Placido, Massimo Ghini, Paolo Hendel e Giorgio Panariello. Nessuno stupore. Si sa, l’attori son burattini, i produttori fanno i quattrini. Stendiamo anche un velo pietoso sulla campagna promozionale del film: sulle ospitate da Fazio e a Hollywood Party, chez Steve Della Casa ed Enrico Magrelli, su tutti i critici marchettari e i produttori peracottari. Velo doppio strato per Marco Giusti e la sua incredibile recensione su “Il Manifesto”.

Assieme ai fratelli Vanzina e ad Enrico Oldoini (che ultimamente si dedica alle serie tv, anche se è del 2009 un suo sequel de I Mostri, per restare in tema), Neri Parenti rappresenta la quintessenza della tragica degenerazione del cinema comico in Italia, quello che, a partire dagli anni ’80 ci ha regalato Vacanze di Natale, a Cortina, in India, a Beverly Hills e soprattutto nel budello della su ma‘. E’ nelle mani di Parenti che Paolo Villaggio ha tristemente consegnato il proprio talento per molti anni, costretto al cinema alimentare dei tardi Fantozzi e de Le comiche. Visto il pregresso, c’era da aspettarsi anche quest’ultima boiata, uscita a pochi mesi dalla scomparsa di Monicelli. E’ a proposito dell’assenza di una dedica al regista scomparso che Parenti si esprime così:

«Mario lo conoscevo bene, sono sempre stato certo che non gli si potesse fare una dedica senza chiederglielo prima. Se l’avessi fatto, sono sicuro, mi sarebbe venuto a tirare i piedi di notte»

Secondo me ci va lo stesso, a tirargli i piedi.

Non biasimatelo, è colpa delle emorroidi

Con la simpatia che da sempre lo contraddistingue, l’ex Sindaco Cacciari, quello che piaceva tanto alle radical-sciocche foreste (“che uomo affascinante…e che intelligenza, come siete fortunati voi Veneziani…”) riassume così, in un’intervista a Radio24, i suoi anni da Sindaco:

”A un esercito di infanti incapaci di arrangiarsi su qualsiasi vicenda umana, terrena a un certo momento gli dici “vabbè” – ha aggiunto – ti faccio un’ordinanza, ma smettila di rompermi le palle”

Per quasi quindici anni, tra l’Inizio e la Cosa Ultima, interrompendo forse  una tempesta d’acciaio in cima a qualche scogliera di marmo, Cacciari Massimo ha donato la sua intelligenza al governo della città di Venezia. Un inizio entusiasmante, quel tocco visionario che ha abbindolato molti, fino alla raggiunta consapevolezza per cui le grandi idee nulla possono di fronte alla stupidità di noi poveri ‘infanti’, per quanto saggiamente siamo amministrati da un sindaco-filosofo.  Tanto vale, decide ad un certo punto Cacciari, sfruttare la situazione per fare un po’ di cassa. Così, di concerto con la sua squadra di faccendieri, funzionari, intrallazzatori, geometri, urbanisti, sociologi e mosche cocchiere di varia specie e stazza e con l’avallo dell’aristronzcrazia intellettuale ‘de sinistra’ (?), il sindaco decide di  lasciare la città in pasto agli speculatori.  Acqua Marcia, mi sembra perfetto per Venezia. Il MOSE è straordinario, anzi no, il MOSE è un disastro. Ma tanto non si può tornare indietro, cari i miei infanti, e ve lo meritate, non sapete cavalcare lo zeitgeist, poveri di spirito che siete. La casa, la casa a Venezia costa, ma come non ce l’avete? Adesso non fatemi incazzare dicendo che non capite, è così semplice! E’ la separazione dall’Unità originaria, ci potete fare ben poco. Semmai fate come mio nipote, occupate. Tanto poi chiamo i carabinieri, e vi stronco! Perché l’Origine è quella che è.  No, la pomata non fa niente, porca di quella…

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