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Il peggio è l’Italia

Un sabato mattina d’agosto, a bordo di un aliscafo che da Lussinpiccolo ci dovrebbe riportare a Venezia. Il condizionale è fuori luogo al momento della partenza, ma diventa utile dopo un’ora di traversata. C’è mare grosso e le hostess iniziano a distribuire i sacchetti di carta – che ogni volta mi riportano alla mente Tognazzi in Amici miei – atto III. Si balla parecchio e, dopo una spanciata più forte delle altre, vedo il comandante correre a poppa per controllare lo scafo. Ancora qualche minuto e viene annunciato il cambio di programma: a causa delle cattive condizioni meteo nel nord Adriatico, l’aliscafo attraccherà a Pola, da dove alcuni pullman ci porteranno a destinazione. Molti passeggeri cominciano a imprecare pensando alle loro coincidenze di treni ed aerei. Ci sono americani di ascendenza lussignana, francesi e scandinavi che perderanno il volo di ritorno. Eppure sembrano reagire col minimo sindacale di compostezza e di razionalità che la situazione richiede. E’ la Natura, baby, non ci puoi fare niente.

Gli unici rompicoglioni – ma che ve lo scrivo a fare? – sono gli Italiani.

La prima fase è quella della chiacchiera. I più rielaborano le scarne informazioni in loro possesso, in modo che, nel giro di cinque minuti, ogni passeggero italiano abbia la sua versione personalizzata dei fatti.

«Il peggio è il Quarnaro, chi naviga lo sa, da qui in poi il mare è calmo»

Una sorta di Nostromo padano, serafico dietro ai suoi occhiali da sole, si inserisce nella conversazione dei nostri vicini di posto:

«Il peggio è il Quarnaro, questi fanno come Alitalia che cancella i voli per risparmiare»

La tesi è quella per cui la compagnia ci starebbe fregando. Siccome a a navigare col mare «un po’ mosso»  si consuma più carburante e i passeggeri sono pochi, la compagnia avrebbe deciso di interrompere qui il viaggio e caricarci sui pullman. Vorrei intervenire con qualche dato in mio possesso ma M. mi dà di gomito, implorandomi di lasciar perdere.

«Il peggio è il Quarnaro. Certo, se uno i gradi li ha presi a terra…»

La possibilità che il capitano croato possa agire diversamente da Schettino (vergogna di una marineria che è stata la migliore del mondo, diciamolo ancora) e voglia preservare prima di tutto l’incolumità di passeggeri e vascello non è contemplata dal nostromo padano. E siccome il capitano sta al suo posto, sono le hostess a dover subire i tiramenti dell’italiano in vacanza. Non c’è rimedio. Al di là del ceto di provenienza, gli italiani in vacanza esprimono al meglio la loro cultura nazionale, una perfetta mistura di feudo borbonico e asilo infantile. Deboli coi forti e forti coi deboli, disprezzano il lavoro – e, sempre, la persona – di chi li serve, cameriere, capitano, portiere d’albergo o autista che sia. Pretendono poi di insegnare il mestiere altrui e rispondono a qualunque tentativo di accontentarli con ancora maggior aggressività, certi che si tratti di un tentativo di fotterli. L’italiano vede infatti fregature ovunque posi il suo sguardo distratto, perché sa quanto a casa sua la truffa sia la regola. A casa sua, tuttavia, accetta la situazione di buon grado («Il mondo è tondo e chi non sta a galla va a fondo», ripeteva ancora Tognazzi in un memorabile episodio de I mostri), così di buon grado da aver eletto per vent’anni il truffatore in chief, appunto l’italiano quintessenziale, l’incarnazione dello stereotipo nazionale. Ma all’estero – presso genti che spesso nemmeno parlano l’italiano, oi barbaroi – no, non accetta di essere fregato, e non fa alcuno sforzo di distinguere la sfortuna dal dolo altrui. Se la truffa è solo immaginata, l’italiano approfitterà dell’occasione per sfogare su qualche incolpevole le fregature subite in Patria.

«Il peggio è il Quarnaro», sento ripetere altre sedici o diciassette volte nello stesso tono di compiaciuto cinismo. L’autoproclamatosi lupo di mare verrà poi smentito da altri passeggeri, dopo qualche telefonata: bora a 65 nodi in mare aperto, marine chiuse. Peccato averlo perso di vista, mi sarebbe piaciuto sentirgli commentare la notizia. (Altra caratteristica nazionale, questa elevata a regola aurea: mai ammettere di aver avuto torto, mai, nemmeno sotto tortura. Mai concedere una smentita, mai e poi mai). Ma che importa, in fondo? All’italiano in vacanza tutto è dovuto, soprattutto l’impossibile.

All’arrivo a Pola, in dieci minuti il trasbordo è fatto. Col cambio di mezzo la situazione umana, se possibile, peggiora. Si crea una fronda degli italiani che chiedono rumorosamente di essere scaricati a Mestre, e non in Stazione marittima a Venezia. (L’Italiano riesce sempre a chiedere cose giuste nei modi più sbagliati). Sul pullman ci sono almeno tre famiglie di non italofoni (oi barbaroi!) che chiedono che cosa stia succedendo, ma non importa, cazzi loro, imparino la nostra lingua, quella di Alighieri e di Briatore. Un simpaticissimo (vogliamo negare che gli italiani siano simpatici?) quarantenne meneghino che ricorda il Mauro di Francesco di Sapore di Mare (dotato però del grano) si improvvisa animatore tra il gruppo dei più chiacchieroni, trasformando il viaggio in una sorta di gita scolastica, per la gioia dei vicini di posto. Le periodiche molestie all’autista («ma perché non va di qua? Ma perché ferma qua? Oh, ma che antipatico!») si alternano a quel po’ di cabaret in cui l’italiano eccelle. Tutto questo per quasi cinque ore di viaggio.

Come in ogni commedia ben congegnata, non può mancare il climax comico finale. A non più di trecento metri dalla stazione di Mestre, quando ormai è chiaro che la fronda padana è stata accontentata, la moglie di Maurino, rimasta fino a quel momento silenziosa (e sola, essendo il marito impegnato nell’animazione del gruppo) inizia a gridare all’autista in preda ad una crisi isterica:

«Stop heeeere, stop heeeere, why don’t you stop heeeere!!!!»

La fronda padana si associa e diventa una canea assordante, chiedono di scendere come se il pullman stesse andando a fuoco. Volano i “vaffanculo” e gli “stronzo” al povero autista, che cerca si spiegare come non abbia senso piantarsi in mezzo ad una strada a due corsie, alla fermata degli autobus urbani, per scaricare venti persone e relativi bagagli, quando la stazione è dietro l’angolo. Arrivati al parcheggio degli autobus sono ancora tutti convinti di aver dirottato il pullman a forza di strilli («oooh, lo vedi che l’hai capita, finalmente»). Andranno a prendere i loro treni e sperabilmente non li rivedrò più. Sperabilmente, in particolare, non rivedrò più il simil-Mauro di Francesco, che prima di scendere dà un’altra prova della sua simpatia:

«Son solo contento che questo qui [l'autista] adesso si becca le code al ritorno e arriva a casa stanotte. Godo.»

All’arrivo a Venezia azzardo uno hvala (‘grazie’) un po’ imbarazzato al disgraziato che si è dovuto sorbire una simile banda di stronzi per cinque ore e noto che almeno un altro passeggero, credo scandinavo, va a stringergli la mano ringraziandolo, credo più per lo spirito di sopportazione che non per la guida in sé.

Ecco, direi che i tempi sono maturi per mettere in atto la vecchia proposta.

Voglio il protettorato scandinavo sull’Italia.

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«Arancheenas, my friend. The rest is populism»

Come siamo prevedibili, però. Vedendo Benigni parlare di Costituzione in TV mi è tornato in mente un articolo di Christian Coll’acca Rocca uscito su “IL” qualche mese fa, che non mi ero peritato di commentare qui. E mi son detto: sicuro che lo ritwitta. E che fa Christian Coll’acca Rocca? Tira fuori l’articolazzo dal vaso di alici e lo ritwitta. Beh. l’avremmo fatto tutti. Tema fisso, articolo standard, me lo riciccio quando mi pare. Ma il meglio viene proprio da twitter, che il nostro Christian Coll’acca usa proprio come fanno l’Ammaregani, ma che dico, mejo dell’Ammaregani! Tra un peana alla Juve di Moggi (con o senza schizzetto di bile ai giudici) e ‘na rassegna stampa da paura sulla faccenduola delle armi in ze Iuesséi (te lo spiega lui che si tratta di una faccenda di freedom, testina, altrimenti te mica lo sai che cos’è il Secondo emendamento della Constitution), ecco che arriva la rivendigazziòne éttinigo-gascionòmiga:

arancheenasEd ora leggetevi l’inizio di quest’altro mio post di novembre.

Il Mondo si avvia proprio alla Fine, se non c’è nemmeno più gusto a prendere per il culo certa gente.

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Stress da superlavoro?

«A voi che ce l’avete con Marchionne: ricordatevi che Marchionne sostiene Obama», cinguettano i nostri pennivendoli ammaregani di Trapani o del rione Monti («I wanna teach you how to make a REAL arancheenah, goombah…what? Oh no, Peegee’s from Rome, they eat Souplee over there. By the way, have I ever told you the story of me trying to explain the USA to Italians? C’mon, have a seat… Well, let’s start from the Sicilian Independence Movement…»).

Dunque, andiamo per ordine: USA, 2009. Lo Stato sgancia più di sette miliardi di dollari per salvare un importante gruppo automobilistico. Li mette in mano ad un manager che di auto si occupa da poco più di cinque anni, ma che è noto per saper mettere in ordine i conti di aziende quasi decotte. L’operazione riesce, ed è il Presidente in persona a dimostrare la propria stima per il manager. «Mi piace quando Obama parla di Chrysler. E’ la pubblicità più dannatamente a buon mercato che possa avere», dichiara Sergio Marchionne. Ecco tutto, certi favori vanno ricambiati. Ogni altra considerazione è frutto della logica difettosa utilizzata dai pennivendoli di cui sopra. Beninteso, nemmeno loro credono al genio assoluto di Sergio Marchionne – anche perché di economia non capiscono un cazzo – ma identificano in lui il soggetto agente di una sorta di revanche (contro i sindacati, contro i “comunisti”, contro la sinistra tutta). Chi non abbia di queste fisime sta abbandonando il treno di Marchionne. Anche Renzi l’ha fatto, meglio tardi che mai.

Lo sappiamo, dietro alla generica definizione di manager si trova un po’ di tutto. Sempre più spesso troviamo professionisti del tutto ignari del prodotto, della produzione e soprattutto del mondo delle relazioni industriali, messi lì per salvare almeno gli asset finanziari delle aziende. E se poi si deve chiudere, che si chiuda. Fate caso al tipo di ubermanager diffuso nei paesi in declino, dove non si produce quasi più nulla, da dove non arrivano idee nuove e dove non arrivano capitali: in genere quel tipo di manager non sta lì per rilanciare un bel nulla, ma unicamente per ridurre il danno e preservare i profitti di un gruppo ristretto di azionisti. Questo doveva avere in mente Umberto Agnelli quando chiamò Marchionne nel Consiglio di Amministrazione di FIAT. Scusate se ripeto cose già dette sino alla nausea: la FIAT è stata la nostra più grande azienda pubblica detenuta da privati, sostenuta quasi ininterrottamente dagli aiuti di Stato, guidata da un viveur poco interessato alla ditta di famiglia e da vecchie volpi come Romiti (che oggi pontifica in TV facendo la figura del buon padrone…). Un attimo prima del tracollo, Umberto Agnelli decide di tentare la carta Marchionne. “Ha salvato aziende messe malissimo, dicono”. L’anno dopo Umberto muore e Sergio diventa AD. Difficile pretendere che la volontà di Marchionne di continuare a fare auto in Italia potesse essere più salda di quella, già scarsa, dei proprietari. Ma FIAT è ancora un giocattolone essenziale in un’operazione come quella del salvataggio Chrysler. Certo, è una bella seccatura tenerla in piedi in Italia. Con quei sindacati che rompono le balle, poi. In un’altra occasione potremo riprendere il discorso sui problemi dell’industria italiana e su quali siano le responsabilità del Sindacato. Ora no, ora è giusto e sensato spernacchiare Sergio Marchionne, che prima licenzia 19 operai a causa delle loro opinioni e poi, costretto giustamente a reintegrarli, ne licenzia altri 19, inventandosi la deplorevole panzana della crisi del mercato. Una rappresaglia come forse non se ne vedevano dai tempi di Valletta. Questa sarebbe una dimostrazione di sapienza manageriale? A me sembra puttosto che, agendo e reagendo in modo arrogante, e stupendosi poi di non ottenere i peana riservatigli negli USA, Marchionne stia dimostrando di non essere affatto smart. O, se non altro di essere molto, molto (ma molto) stressato. Chi gli vuole bene glielo faccia notare.

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La Costituzione, Christian Rocca e i nuotatori della marana

Che faccio, prendo il Corrierone? Sì, dai, il corrierone, bello spesso, tanta roba da leggere. Però fa caldo, e se poi c’è il corsivo di Falli della Roggia mi innervosisco, che fatica. Pure il formato non aiuta. E se invece prendessi un bel mégasin patinato? Un “Venerdì”? Quanto tempo è che non prendo “Il Venerdì” di Ripobblica? Bof. Alternative…eccola là. E’ il primo giugno ma tento ugualmente e chiedo il numero di maggio.
«Senti, ce l’hai ancora “IL“?»
«Il maschile?» fa l’edicolante.
«No, il mensile…sì insomma il mensile… di cultura del Sole 24 ore»
Proprio così, “di cultura”, gli dico. Giudicatemi male, me lo merito.
«Eh, “IL”, del Sole»
«Sì, ecco, “IL”», ribadisco, ma la scarsa lucidità del mattino, unita certo al clima atroce, da metropoli subtropicale, mi manda in confusione e il mio povero cervello traduce la definizione di “maschile” in immagini di automobili, playmate poppute e attrezzi da palestra. Essù, sveglia, giù dalle brande! “IL” maschile, nel senso di magazine-mensile-maschile. De cultura e politica e attualità, certo, semplicemente orientato in base al genere. Nel senso che questa pubblicazione si rivolge ai possessori di pene e testicoli. Me li tasto con delicatezza, mentre l’edicolante si gira per prendere la rivista. Sono al loro posto.
«Quant’è?»
«Te lo regalo, è il numero di maggio…e cosa vuoi che ti faccia pagare, 50 centesimi?»
Edicolante modello.
Bello, questo mègasin, graficamente. Da un punto di vista materiale, maschile ma non troppo virile, a dire il vero: in mano resta infatti un po’ molliccio, sarà per via della grammatura della carta e della rilegatura. Ma la sostanza pare buona, a giudicare dai nomi dei collaboratori. Prevale la parrocchia terzista-fogliante con le sue migliori penne, c’è Saviano con un articolone sulla violenza criminale in Sudamerica, e altre cosucce interessanti, mi sembra. Dico “mi sembra” perché purtroppo la rivista l’ho scordata sul tavolino di un bar dopo pochi minuti, e con quest’afa non ce l’ho proprio fatta a tornare indietro a prenderla. Qualcosa però ho fatto in tempo a leggerla. Un estratto dal prossimo libro di Luigi Zingales, il padovano di Chicago, ad esempio. E l’introduzione alla serie di articoli sulla Costituzione Italiana – cioè sulla supposta necessità di cambiarla – a firma del direttore, Christian Rocca. Rocca chi? Quello che va raccontando in giro da dieci anni la storiella secondo cui (il mio amatissimo) La Versione di Barney sarebbe stato portato al successo in Italia dal Foglio? Massì, lasciamoglielo pure credere, in fondo c’è qualcosa di teneramente infantile in questa millanteria. Non si riesce nemmeno a rimanere infastiditi dal ridicolissimo tentativo di fare della Versione una sorta di manifesto implicito dei nostri neo (e teo) con alla vaccinara. Tutta gente che si è fermata prima di leggere la postilla di Mike, al termine del romanzo, tutta gente che un giorno scoprirà la componente edipica del proprio posizionamento politico. E chi se ne frega di simili inezie, in fondo? Quando però gli stessi personaggi si mettono a scrivere di Costituzione, la faccenda si fa un tantino più seria. Perché va bene che siamo lettori curiosi del Foglio, che le utopie non ci piacciono e che la sinistra italiota ci fa pena, che semo tutti quanti open-minded, senza più dogmi (il mio, a dire il vero, ce l’ho ancora: i fascisti lo chiamano “dogma antifascista”), che saremmo curiosi di vedere un po’ di libero mercato in questo Paese, anche solo per vedere l’effetto che fa. Ma a tutto c’è un limite, signori, soprattutto alle cazzate. Vediamo un po’ che cosa ci racconta Christian – con l’acca – Rocca sulla Costituzione repubblicana. Innanzitutto dice che la nostra non è la Costituzione più bella del mondo. Il che ci può stare, perché no. Mica è caduta sul Sinai. Che ci spieghi il perché.

Nessuno nega che il testo del 1948 abbia svolto un compito importante e decisivo nell’Italia post fascista né che sia stato a lungo tutela e garanzia democratica di un Paese uscito malamente dalla dittatura mussoliniana. Ma dalla fine della Seconda guerra mondiale sono trascorsi sessantaquattro anni, e ventidue dalla caduta del Muro di Berlino.

Capito, la Costituzione non va più bene perché è vecchia.

Non che il problema sia l’anzianità della Carta. L’età non c’entra niente con la sua inadeguatezza.

Contrordine: non è un problema d’età.

Alcune Costituzioni, quelle nate nel modo giusto, addirittura migliorano con gli anni. La Costituzione americana, nata come esperimento democratico inaudito, è di due secoli fa ma ancora adesso è fresca come un fiore

La Costituzione Ammaregana, certo. Che è nata nel modo giusto, si suppone. Mentre la Costituzione Italiana è nata nel modo sbagliato. Cioè a dire, in che modo?

La Costituzione italiana è di un altro tipo: non è il prodotto di una rivoluzione democratica e liberale,

Certo che no, lo sappiamo.

non è frutto di una lotta di liberazione nazionale, ma è figlia di un particolare incrocio storico e politico post bellico.

Un particolare incr..I beg your pardon, sir:

“non è frutto di una lotta di liberazione nazionale”. Perché la Resistenza non fu una lotta di liberazione? Pare di no:

La nostra Costituzione è nata dalla devastazione di un Paese sconfitto e per molti versi è stata anche un ottimo compromesso ideologico che ci ha consentito di superare la Guerra civile e di allentare le tensioni tra i blocchi contrapposti. Se fino agli anni Settanta siamo stati l’unica democrazia del Mediterraneo,

Ma non mi dire. E Israele che fine ha fatto? Ah già, ce ne ricordiamo solo quando serve a mettere in piedi qualche polemica. (Sull’esistenza della Francia mediterranea potrei dilungarmi ma non lo farò)

un Paese capace di superare la drammatica stagione del terrorismo rosso e una nazione in grado di ridurre a triste caricatura i tentativi di golpe della destra, il merito è anche di quel testo redatto dai Padri fondatori della nostra Repubblica.

Del terrorismo e dell’eversione di destra – quella delle bombe – non rimane nulla, nella sintesi di Rocca. Resta soltanto la “triste caricatura” dei golpe stile Vogliamo i colonnelli. Ma non ci lamentiamo, in fondo Rocca riconosce qualche merito ai Padri fondatori. Purtroppo non basta:

Oggi però non è più così. Siamo tutti consapevoli che la Costituzione del 1948 non è più all’altezza della situazione.

Tutti consapevoli, dice. Ma di che altezze – o bassezze – parla? Che abbia deciso di spiegarci finalmente il perchè?

Altrimenti non si spiegherebbero i tentativi di cambiarla, compresi quelli recentissimi di Alfano, Bersani e Casini

Alfano. Angelino Alfano. Quello del Lodo…Scusate, mi ero distratto. Dice Christian Rocca: la Costituzione non va più bene perché altrimenti nessuno avrebbe tentato di cambiarla. Quando il pragmatismo anglossasone incontra la caponata di melanzane. So impressive.

Non spetta a IL entrare nel merito dei principi e delle regole da cambiare nella Costituzione. Rientra però nei compiti di una rivista di attualità ribadire che la Costituzione va cambiata, ok, ma non a spizzichi e bocconi, non rubacchiando una norma alla Quinta repubblica francese e il resto al cancellierato tedesco o al presidenzialismo degli Stati Uniti. Le Costituzioni non nascono a tavolino. [?] Il tentativo di migliorare la Carta con interventi rapsodici e successivi è stato il grande errore di questi anni. A confusione si è aggiunta confusione. A problemi si sono sommati altri problemi. Qualche miglioramento c’è anche stato, ma a danno di una visione di insieme, di un sistema coerente, di regole chiare.

Il titubante avvoltoio gira attorno alla carogna ma non si posa. Rocca parla poi di legge elettorale, del ruolo del Presidente – che di fatto, dice Rocca, conta già più di quanto non dica la Costituzione, e quindi tanto vale diventare una repubblica presidenziale. Ma quello che veramente non gli va non ce lo vuole dire. Lo fa dire al ben più navigato Piero Ostellino. Non oseranno prendersela con Ostellino, pensa Rocca.

Se il problema fosse soltanto quello del funzionamento degli organi costituzionali, non saremmo neanche messi male. Piero Ostellino sostiene da anni, pressoché solitario, che la causa principale del ritardo del nostro Paese sia la struttura socio-economico-costituzionale ancora collettivista, dirigista, corporativa. Abbiamo un ordinamento giuridico che non si fonda sull’individuo ma sul lavoro, su un’astrazione collettiva stabilita dall’articolo 1 della Carta. Secondo Ostellino sono i principi della Costituzione, ancora più che le regole, a essere superati. Difficile dargli torto.

Eccoci qui, dove volevamo arrivare sin dall’inizio. Naturalmente, degli orientamenti sociali della Costituzione o della “modernizzazione del Paese” non frega nulla a nessuno dei cosiddetti liberali che scrivono su IL. La propaganda in favore di una riscrittura radicale della Costituzione è stata in questi anni uno dei più remunerativi lavori su commissione presi in carico dai pennivendoli terzisti, dotati o meno di qualche competenza in materia. L’obiettivo è produrre e diffondere la volgare falsificazione secondo cui la carta del ’48 sarebbe una sorta di porcheria totalitaria, mezza cattocomunista e mezza fascista, che è dovere di ogni “liberale” contribuire a riformare. Che i liberali propriamente detti avessero contribuito a scriverla, quella costituzione, che i veri liberali oggi la difendano, è del tutto irrilevante. Un Berlusconi defilato ha reso ancora più semplice il compito dei pennivendoli, i quali riescono persino a mettere da parte la loro vis polemica. Almeno sinché parliamo di riforme costituzionali, s’intende. Perché ci son cose molto più serie di una costituzione repubblicana, di fronte alle quali è tuttora impossibile mantenere l’aplomb. Ad esempio, come si fa a mantenere l’aplomb parlando dei soliti magistrati rompicoglioni? E come si fa a rimanere sereni parlando di calcio, l’unica grande ossessione nazionale? Non si può. E se poi i magistrati tornano ad occuparsi di calcio, no, dico, come si fa a mantenere l’aplomb?

«Di nuovo, non so se Buffon scommettesse. So, però, che in Italia c’è il fascismo.»

Nel frattempo è arrivata l’estate. A sguazzare nella marana pseudoliberale, cercando un po’ di refrigerio, cercando di recuperare la serenità perduta, troviamo tutti i nostri opinionisti Ammaregani, da Christian Rocca a Pigi Battista. Hanno timore degli scherzi e fanno il bagno vestiti.

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I libertari secondo Velardi & Rondolino

Uh, quanto mi piacciono quei due. Anche senza leggere il loro blog, prima o poi i cerchi prodotti dai sassetti che la coppia lancia nell’acqua stagna della chiacchiera politica arrivano a sfiorarti.  Velardi & Rondolino – the dynamic duo – hanno detto che c’è bisogno di un nuovo giornale in Italia, un foglio che possa finalmente rappresentare “quelli che lottano contro le tasse” [sic]. Dicono che vogliono fondarlo loro e che lo chiameranno “Il Libertario”. Ma che bello, come quel vecchio settimanale anarchico che si stampava a La Spezia. Forse hanno confuso il libertarian di tradizione USA con il libertario che, in Italia e in gran parte d’Europa, si associa ad una famiglia politica affatto diversa? Ma va là, come direbbe il libertario (in quanto garantista) Ghedini, vuoi che non lo sappiano, con quei capoccioni che si ritrovano? Lo sanno, lo sanno. E’ che sono loro a creare il lessico, e noi nun semo un cazzo. Got it?

Prendete quindi nota, bimbi: da oggi, in Itaglia, gli opportunisti e i traffichini più furbi si chiameranno LIBERTARI.

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Schadenfreude

 

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I cosiddetti liberali

Merita di essere trascritto nella sua interezza un commento dell’economista Michele Boldrin apparso su NoiseFromAmerika. Lo sottoscrivo integralmente. Fatte le dovute distinzioni, esiste una costante nella popolarità di personaggi nefasti come Mussolini Benito, Craxi Bettino e Berlusconi Silvio tra gli autodefinentisi ‘liberali’ nostrani. (Grazie ad Amaryllide per la segnalazione).

L’Italia è strapiena di servi di BS ed ex servi di Craxi che si definiscono “liberali”.

Tanto che oramai io mi vergogno di usare questo termine per definire una mia generale attitudine ideale. Dai Porro ai Martino passando per libertari de noantri, tea parties all’italiana, associazioni “anti-tasse e nient’altro”, ultra-cattolici in crociata, è tutto un autoproclamarsi “liberali” per poi difendere ed appoggiare qualsiasi atto criminale compiuto da BS e la sua banda.

La cosa meriterebbe una riflessione, perché è un fenomeno tutto italiano. Quando provi a dialogare con costoro ti rendi conto che, 8 volte su 10, sono liberali come io sono cinese. In realtà sono semplicemente “anti-comunisti” o, meglio, “antiquellidisinistra”. È una cosa monomaniacale, da minus habens: se l’affermazione X è fatta da uno di “sinistra” allora deve essere sbagliata, se il soggetto in questione (BS in questo caso) è contro la “sinistra” allora ha ragione su tutto e sempre, a priori, e via andando. Il liberismo non c’entra nulla, è pura copertura ideologica nemmeno tanto coerente. In media né l’han capito né l’han studiato.

La cosa più incomprensibile è come, mentalmente, selezionino il gruppo definito di “sinistra”. Non ne son certo ma ho una teoria diciamo così “empirica”, basata sull’osservazione e, purtroppo, la discussione con costoro. La “sinistra” è = exPCI+CGIL, nient’altro. Neanche i gruppuscoli erano di “sinistra” (infatti, decine di costoro son transitati tranquillamente dall’uno all’altro) perché ebbero il merito di “fare il culo” a PCI+CGIL (infatti, a suo tempo gli antenati di costoro ed alcuni fra i più anziani, sotto la guida di Craxi Bettino, ebbero una simpatia tattica per l’autonomia) né lo erano i radicali dei referendum su divorzio ed aborto perché operavano anti-PCI+CGIL. I socialisti, ovviamente, da Craxi in poi sono “anti-sinistra” per definizione, il che permette a personaggi tanto improbabili quanto incoerenti e statal-social-corporativisti come Brunetta, Sacconi e Tremonti di definirsi “liberali” …

La “sinistra”, nella mente di costoro, è PCI+CGIL, ossia la classe operaia delle fabbriche 1920-1980. La radice è una mescola fra l’odio di classe ed il terrore del piccolo borghese per i “rossi” che, nel biennio da essi colorato, venivano a portargli via la “roba” e che, nel decennio 1969-79, portavano gli operai “in centro” a disturbare lo struscio ed i bei negozi. Le radici storiche sono lì. Per questi “liberali” (te lo ammettono se li spingi all’angolo e mi è capitato) Benito era una brava persona (un “liberale”, dopo tutto) che ha dovuto fare quel che ha fatto perché c’erano i rossi da combattere. Come Pinochet il quale, mi spiegò tanti anni fa una variante USA del “liberale” italiano, “ne ha torturati ed uccisi migliaia, è vero … ma dopotutto eran tutti comunisti”. Appunto.

Da questa definizione di “sinistra” segue che chiunque ad essi (exPCI+CGIL) si accompagni, o anche solo qualche volta difenda, tale diventa. È infettivo l’essere di sinistra. Ecco quindi che la Bindi diventa di sinistra e che, nella mente di costoro, quel traditore di Fini è, chiaramente, un amico dei comunisti.

Funzionano così. Non è solo ignoranza (tremenda fra questi liberalidelcazzo, che mi son scocciato delle virgolette), è qualcosa di più profondo. È la paura storica della borghesia italiana per la redistribuzione di ricchezza e potere. Insomma, la ragione per cui il risorgimento italico NON fu nemmeno un tentativo di rivoluzione liberale: troppo rischioso, meglio tenersi il medioevo socio-politico che rischiare che qualche morto di fame ci porti via la roba ed i privilegi medievali … Non a caso il gruppo sociale dove questo tipo di liberaledelcazzo appare con più frequenza (relativa) consiste dell’aristocrazia terriera e della borghesia parassitico-professionale del Sud. Se voi girate per i ministeri romani e v’intrattenete con l’alta dirigenza dei medesimi, una buona parte della quale da lì viene, v’imbattete con grandissima frequenza proprio in questa figura sociale tutta italica: il liberaledelcazzo nostalgico della “parte buona” del regime.

Sono, in realtà, nostalgici di una versione non troppo criminale, non anti-semita e non guerrafondaia (ah, è lì che ci siamo rovinati … se facevamo a meno d’entrare in guerra, ora saremmo liberi di quella teppaglia, cara signora … è hitler che ci ha rovinato!) del fascismo. Oltre che, ovviamente, provinciali di scarsa cultura. Ah, la frequenza relativa di diplomati al liceo classico, fra questi liberalidelcazzo, è particolarmente elevata rispetto alla media della popolazione. Che sia per caso? Non credo. Nient’altro

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Puttani olistici

Credevate fosse un semplice ominicchio à la Di Gregorio, un parassita trafficone e marchetta dei potenti, vergogna del Parlamento, nonché ulteriore dimostrazione della natura farlocca del movimento di Di Pietro. Beh, è certamente tutto questo, ma anche qualcosa di più. Figura simbolo del riscatto dei peones e maneggione untuoso come nella più pura tradizione pseudo-socialdemocratica italiota (vade retro, Saragat!), quello splendido cinquantenne di Domenico Scilipoti è anche un grande promotore delle medicine alternative. In particolare, l’ex dipietrista divenuto ‘responsabile’ pare interessato all’approccio olistico del medico ciarlatano e antisemita Ryke Geerd Hamer, come ci spiega Antonio scalari nel suo blog. La cosa fa il paio con il suo impegno signoraggista. A una testolina così lucida, glielo vogliamo dare un posticino, Presidente?

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Da che parte stare

Non starò a dipingere scenari o a copincollare bignamini sulla cellula impazzita della fazione di destra della costola gazana del movimento salafita che ha rapito ed assassinato Vittorio Arrigoni. Non ne sono in grado e non ne ho voglia. Dopo qualche giorno dai fatti, sentivo il bisogno di scrivere due righe in risposta alle reazioni di questi giorni.
Da una parte c’è il conflitto, dall’altra la sua rappresentazione. Da una parte le vite di chi nel conflitto ci vive, dall’altra le vite di chi costruisce identità, politiche e potere sulla rappresentazione del conflitto. Non condividevo molto delle posizioni e dei toni assunti da Vittorio Arrigoni. Ma nella mia rappresentazione io sono uno spettatore dedito alla chiacchiera, lui era in qualche modo un protagonista. Arrigoni aveva deciso di vivere nel cuore del conflitto, donando la sua presenza fisica, il suo corpo, ad una causa nella quale credeva, senza peraltro torcere il capello ad alcuno. Ha fatto una fine orribile, e tutti gli altri, quelli che dai loro blog strepitano “E’ stato il Mossad, porci sionisti, e comunque a loro conviene“, oppure “Era un antisemita di merda, l’hanno fatto fuori i suoi amici arabi, ben gli sta“, dovrebbero avere almeno il buon gusto e il buon senso di tacere. Ma di buon senso, al contrario che del senno di poi, non sono affatto piene le fosse.
Il discorso pubblico sul Medio Oriente è polarizzato in modo sconfortante. Se di dialettica si può parlare, si tratta di un’ animalesca dialettica da tifo calcistico. Naturalmente mi riferisco alle frange rumorose, le minoranze  che, da sempre, ‘fanno opinione’. Si potrebbe ignorarle, ma questi sono i germi attorno ai quali cristallizzano le opinioni più ragionevoli. Da una parte i resti di una smandrappata sinistra ‘antagonista’ i cui legami con Marx si fanno sempre più tenui, che conserva per motivi sostanzialmente identitari l’attaccamento dogmatico alla causa palestinese, arrivando a disgustosi linguainbocca con hizbollah e hamas. Dall’altra, la pletora di rinnegati che vogliono espiare la loro militanza a sinistra, a braccetto con la feccia (post?)fascista, filoisraeliana in modo ambiguo e strumentale, e con i cultori del rambismo muniti di cappelluccio di tsahal.
Certo siamo spettatori e basta, ma nel mio piccolo, anziché stare in poltrona tra due stronzi, preferisco restare in piedi (non è un caso che personaggi di ogni tendenza mi abbiano tacciato di arroganza, doppiezza, filosionismo, antisionismo e, soprattutto, di ingenuità. Sono soddisfazioni.)

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Dolce Fortezza Europa

Mentre l’ignavia europea lascia languire la rivoluzione in Libia e il Cav. continua nei suoi tentativi di sfuggire ai processi, per distrarre l’italiota medio viene proiettato il vecchio filmino sull’”emergenza immigrazione”. Come scenario (quasi à la Antonioni!) l’estrema propaggine insulare della malconcia Repubblica, già bersaglio dei missili di Gheddafi un quarto di secolo fa, oggi palco per l’ennesimo show del Caimano e simbolo di una vergogna nazionale, quella dei Centri di Identificazione ed Espulsione.
Sulla vergogna dei CPT/CIE non si dirà mai abbastanza. L’esistenza di quei campi è un’onta per ogni paese che si definisca civile e lo è persino per un paese incivile quale l’Italia berlusconizzata. Anche senza ricorrere ai discutibili papiri di Agambenuccio nostro, L’idea che lo spostamento in massa di esseri umani inermi possa essere ‘gestito’ con il concentramento degli stessi ha in se qualcosa di malato, e certamente risulta funzionale, se non ad un’ideologia globalmente diffusa, almeno agli squallidi interessi di una “classe dirigente” fatta di s t r o n z i.
L’industria della crisi e delle emergenze vere o finte è come sappiamo una voce stabile dell’economia nazionale. Lo stato emergenziale, o meglio la percezione dello stesso, ha un valore d’uso politico altissimo in campagna elettorale e  la campagna elettorale in Italia comincia durante lo spoglio delle schede, non finisce mai. Ma oltre all’uso politico c’è quello puramente economico. Il cittadino onesto, preoccupato per la robba e la virtù della figliola, minacciate entrambe dagli sbarchi dei pirati barbareschi, non si interessa di queste cose. Non si indigna per i CIE, ma forse nemmeno sa quale sia l’indotto gravitante attorno all’ingabbiamento, all’identificazione e all’espulsione di questa gente.
(Ministro Testicoli, se proprio li vuole rinchiudere, questi migranti, anziché nelle tendopoli dentro al filo spinato, li sistemi nelle caserme dismesse. Ho capito che le dobbiamo tenere da parte per le prossime pappate degli speculatori ma nel frattempo usiamole no? Lo faccia sapere al suo collega Ignazio, il mulo parlante, che ne ha la competenza. I miei rispetti.)

E con la parte istituzionale abbiamo chiuso. Ma dei nuovi arrivati che possiamo dire?
L’impressione, confermata dai fatti, è che le migliaia (migliaia, non milioni…) di ragazzi tunisini non si vogliano fermare nel Bel Paese ma vogliano semmai raggiungere la Francia e i paesi del Nord Europa.
E’ possibile che di questo i nazileghisti siano contenti, convinti di essere riusciti nel miserabile intento di mostrare l’Italia quale paese inospitale. Purtroppo per loro non possono cancellare per decreto la posizione geografica dello stivale, che ne ha fatto per secoli un’ideale banchina di transito tra Europa e Mediterraneo. Quindi i migranti continuano ad arrivare, seppure per non fermarsi. E in ogni caso i Francesi li rispediscono a Ventimiglia senza tanti complimenti.

Non tutte le ondate, o mini-ondate migratorie sono uguali. E’ certo che i settanta eritrei che hanno perso la vita tre giorni fa sfuggivano alle violenze in Libia, come le altre vittime della notte scorsa,  in quella che sempre più spesso si rivela una traversata mortale. Ma da cosa sfuggono i giovani tunisini che arrivano a Lampedusa? E’ difficile riconoscere uno status preciso a questi ultimi migranti: sono richiedenti asilo? No, e il paradosso è vederli partire da un paese in cui si è appena svolta una rivoluzione, la meglio riuscita, finora, tra quelle che interessano il Mondo Arabo. “perché se ne vanno proprio ora?”, verrebbe da chiedere ingenuamente.
La risposta più interessante è forse quella di Gabriele Del Grande, che da anni si occupa di narrare le storie delle migrazioni dal Sud del Mondo verso la Fortezza Europa. Prendendo spunto da un popolarissimo brano hip-hop algerino, Partir loin, forse meglio che attraverso centinaia di report socioeconomici, è possibile capire cosa spinge le decine di migliaia di giovani nordafricani ad attraversare il canale di Sicilia:

Vogliono viaggiare. Il perché, sono fatti loro. Dopotutto viaggiare non é un’esclusiva dei disperati, ma al contrario è una parte imprescindibile della vita di ogni ragazzo nel mondo globale di oggi. Se non fosse che le nostre ambasciate da anni vietano a tutta una generazione in Africa di poter viaggiare legalmente con un visto sul passaporto.
[...]
il regime di criminalizzazione della libertà di circolazione deve cadere, esattamente come sono cadute le dittature del sud del Mediterraneo.

Beh, che dire: sottoscrivo.

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