Flaneurotic trasloca

La notizia principale è che gli ottimi Jacopo Tondelli e Lorenzo Dilena hanno tirato fuori dal cilindro Gli Stati Generali, nuova creatura che unisce il meglio del giornalismo c.d. tradizionale all’informazione partecipata della Rete. Un grande in bocca al lupo a loro, un piccolo in bocca al lupo al sottoscritto, perché la notizia secondaria è che Jacopo, credo a partire da un momentaneo stato allucinatorio, mi ha offerto la possibilità di contribuire al progetto. «Adesso comincia a tirarsela», direte. Io direi proprio di no. Semmai proverò l’imbarazzo di chi trovi il proprio pezzo accanto a quello di professionisti navigati o comunque di penne (e teste) molto, ma molto più valide della propria. In ogni caso mi sembra doveroso dedicare agli Stati Generali un impegno maggiore di quello che da qualche tempo dedico al presente blog, per cui a chi vorrà leggermi ancora chiedo di farlo di là (tra un paio di giorni si va online). Questo tuttavia non è l’annuncio di morte di flaneurotic. Trasloco, sì, ma la vecchia casa rimarrà aperta e piena di cose mie, un archivio per me prezioso, al quale attingerò spesso.

Intanto beccatevi questo Fossati d’annata.

René Burri 1933-2014

Uno dei più celebri ritratti del Che, la straordinaria immagine degli uomini dalle lunghe ombre in cima a un grattacielo di San Paolo del Brasile, le foto di guerra dal Vietnam e da Israele, e forse i più bei ritratti di Giacometti nel suo atelier. Pochi fotografi sono riusciti ad unire la consapevolezza estetica alla capacità di raccontare per immagini come René Burri. In un mondo sempre più invaso da artisti-fotografi che tendono spesso a negare l’esistenza di uno specifico fotografico, Burri era un fotografo-fotografo. Un fotoreporter il cui sguardo era sì educato ai valori formali (Burri aveva studiato alla scuola di arti applicate di Zurigo), ma sempre rivolto al mondo, più che al proprio ombelico.

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Noi e i Curdi

Donne curde, combattenti per la libertà (da @athkurd)

Donne curde, combattenti per la libertà (da @athkurd)

«A me i Curdi stanno sul cazzo, io studio arabo e turco». Così, testualmente, anni fa, una studentessa di Lingue Orientali rispondeva all’invito del mio amico capetto rifondarolo («Ah, studi lingue orientali? Vieni a trovarci! Sai, ospitiamo diversi compagni curdi»). Qui vorrei fare subito un piccolo inciso: nella mia semi-fallimentare esperienza universitaria, non ho trovato alcuna traccia dell'”orientalismo” descritto da Edward Said. Ciò che ho notato è piuttosto l'”occidentalismo” (nell’accezione usata da Ian Buruma e Avishai Margalit) manifestato dalla quasi totalità degli arabisti ed iranisti in erba oltre che da una parte dei docenti. L’accademia è un ambiente in cui molto – troppo – spesso i conflitti mediorientali e i pregiudizi ad essi sottesi sono riprodotti verbalmente, teatralizzati, messi in scena in tutta comodità davanti ad uno spritz. («No! Studi ebraico? Che delusione!»). Ma questa è un’altra storia. Per tornare all’episodio iniziale, esso avveniva in un periodo in cui il superficiale interesse dell’opinione pubblica italiana per la questione curda era ormai scemato quasi del tutto. Per chi fosse troppo giovane o non ricordasse, la stampa iniziò a parlare dei Curdi a proposito dei massacri compiuti da Saddam nel Kurdistan iracheno, a fine anni ’80 (Qui la testimonianza di una sopravvissuta alla strage di Halabja). Dieci anni dopo, venne il momento di notorietà di Abdullah Öcalan, leader del PKK, partito armato che voleva fare del Kurdistan Turco uno stato indipendente. Ricercato da Turchi e Tedeschi per terrorismo, rifugiatosi a Mosca e da lì portato in Italia dal parlamentare di RC Ramon Mantovani, Öcalan fu protagonista di una vicenda complicata, conclusasi con la sua estradizione verso la Turchia. Oggi il mondo ha scoperto che la questione curda non interessa soltanto la Turchia e il PKK, ma tutti gli stati in cui è compreso il Kurdistan nel suo insieme. Un territorio abitato da trenta milioni di persone diviso tra Siria, Turchia, Iraq e Iran, un popolo che non conosce i veleni della regione – né l’odio verso l’Occidente e Israele né il fondamentalismo religioso – ed anzi sta combattendo anche per conto nostro i tagliagole dello “Stato Islamico”. Proprio in queste ore, Koban, città del Kurdistan siriano [il Rojav, cioè l’Occidente] al confine con la Turchia, è diventata il simbolo della resistenza curda all’IS. Resisteremo casa per casa, si sente dire, e tornano alla mente episodi della storia europea che ogni tanto nominiamo, in modo da sentirci per un attimo “consapevoli” e poi tornare alle nostre faccenduole: Stalingrado, Varsavia, Sarajevo. Se non temessi la retorica, potrei direi che tra Koban, in Siria, e Kirkuk, in Iraq – dove combattono i peshmerga del Partito Democratico del Kurdistan – corre la trincea del mondo libero.

Mondo libero dai totalitarismi, sì, ma non dai rapporti diplomatici e/o dalla dipendenza energetica. A dispetto delle apparenze di «raid aerei» piuttosto inefficaci, né USA né UE hanno finora dimostrato di voler intervenire in modo risolutivo in un conflitto dal fronte troppo complicato. Il Rojav nei mesi scorsi ha cominciato a sperimentare una forma di autogoverno in cui il PKK – che in questi anni ha assai ammorbidito la sua piattaforma politica – rappresenta la forza egemone. Questo non fa ovviamente piacere alla Turchia, che teme una secessione dalla sua parte del confine, e rende inerti gli alleati NATO, che non vorrebbero mai esacerbare le preoccupazioni turche. Ecco quindi che la questione passa quasi totalmente nelle mani dell’astuto Erdoğan, il quale si trova nella posizione in assoluto più confortevole, quella di chi vede due suoi nemici scannarsi tra loro. In realtà non sembra che Curdi e tagliatori di teste islamisti siano nemici allo stesso modo per Erdoğan e il suo governo. Di certo rimane l’ambiguità della risposta all’IS e la lentezza con la quale il Parlamento Turco ha deciso un intervento militare. In quanto alla provincia più ridicola del mondo libero, quella in cui mi trovo, il disinteresse e l’ignoranza sono interrotti soltanto da qualche nostro cinguettio su twitter. Nelle sue dichiarazioni pubbliche, Matteo Renzi afferma che Iraq e Siria oggi «non devono essere una nuova Srebrenica» o che «sono una nuova Srebrenica», in quell’alternanza “quantistica” cui il nostro premier ci sta abituando. Senza saperne granché di strategie militari, credo comunque di poter dire che per evitare una nuova Srebrenica occorrerebbe uno sforzo maggiore da parte nostra. Per ora questi sono i nostri aiuti ai Curdi: CENTO mitragliatrici pesanti Beretta M42/59, CENTO mitragliatrici pesanti Breda-SAFAT (inutilizzate da trent’anni) e 2500 proiettili per arma (cioè cinque minuti di tiro continuo). In aggiunta a ciò, un carico di armi sequestrate vent’anni fa in Ex Jugoslavia (“1000 razzi RPG 7, 1000 razzi RPG 9, 400mila munizioni per mitragliatrici di fabbricazione sovietica”) che dobbiamo solo sperare non esplodano in mano a chi ne farà uso. Possiamo essere fieri di noi stessi, che dite?

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Ritorni di fiamma

Il primo (moderato e momentaneo) ritorno di fiamma è quello del sottoscritto per l’operato di Matteo Renzi. È un po’ lo spirito di contraddizione a muovermi, lo stesso che mi ha portato a scegliere Renzi alle primarie.  Non posso in alcun modo seguire la sinistra del partito nella levata di scudi contro una riforma del lavoro della quale ancora non esiste un testo definitivo, ma che sembra comunque andare nella direzione che molti di noi cani sciolti – e precari – considerano sensata. Ed ecco l’altro ritorno di fiamma: quello di una Sinistra e un sindacato nella migliore delle ipotesi incapaci di affrontare la realtà e, nella peggiore, impegnati più nella difesa delle proprie posizioni di potere che non in quella degli interessi dei lavoratori (presenti e futuri). La preventiva minaccia di grandi mobilitazioni è giunta assieme all’immancabile evocazione di un «autunno caldo». Fu l’autunno caldo propriamente detto, quello del 1969, apice di una fibrillazione operaia che il sindacato stesso faticava a governare, a spingere sindacalisti e giuslavoristi di area socialista come Giacomo Brodolini e Gino Giugni a pensare lo Statuto dei lavoratori, una legge che potesse finalmente regolare il diritto alla rappresentanza e all’attività sindacale, in un’epoca in cui ancora si veniva licenziati per il solo fatto di distribuire volantini ai cancelli della fabbrica – questo non lo dobbiamo mai dimenticare. Lo Statuto, tuttavia, nasceva in qualche modo già vecchio. L’ultima grande lotta operaia del Novecento italiano fu infatti condotta proprio sul crinale tra due diverse epoche produttive. Subito dopo l’approvazione della legge iniziava infatti quella lunga fase di ristrutturazione industriale, fatta di esternalizzazioni, di decentramento e di atomizzazione del lavoro che arriva sino ai giorni nostri e disegna un mondo del tutto nuovo. (Qualcuno, nella sinistra c.d. operaista, coglie l’importanza di queste trasformazioni, ma il clima ideologico di quegli anni trasforma presto quelle intuizioni nei deliri dell’autonomia operaia, con gli esiti che sappiamo).

Quarant’anni dopo l’approvazione dello Statuto, in un Occidente in cui il fordismo è finito e sono quasi scomparse le grandi industrie, in un paese in declino, indebitato, senza lavoro, sembra che tutto il dibattito debba ancora ruotare attorno allo Statuto, per sineddoche ridotto al solo articolo 18. Nessuno è ancora riuscito a dimostrare in modo inoppugnabile che le poche decine di vertenze l’anno che riguardano l’art.18 – una minima parte di tutte le cause portate davanti ai giudici del lavoro – siano un freno alla produttività o agli investimenti stranieri. A me riesce difficile crederlo, ma del resto chi ha mai detto che «i mercati» siano guidati dalla razionalità? D’altro canto, mi riesce altrettanto difficile considerare l’art.18 una sorta di baluardo di civiltà, a meno che non ci si riferisca a una “civiltà” nella quale il lavoro sia diviso per caste: non hanno mai goduto della tutela dell’art.18 le decine di migliaia di lavoratori interessati dai licenziamenti collettivi frutto di crisi e ristrutturazioni, né i lavoratori autonomi – che peraltro non godono nemmeno di ferie e malattia pagate, non ne hanno goduto gli operai delle migliaia di microimprese terziste ai quali si devono il “miracolo del Nord Est” e il successo di tanti distretti produttivi in Italia, né, tantomeno, chi lavori in nero in zone dove spesso al “sommerso” non esiste alcuna alternativa. Raramente ne hanno goduto le persone della “generazione X”, cui appartengo, e di quella successiva – ammesso e non concesso che un ventenne medio abbia la benché minima idea di cosa sia l’art.18 e di cosa faccia un sindacato.

Il tema di fondo, che va in effetti ben al di là della «possibilità di licenziare», è quello di un problematico cambio del paradigma col quale il movimento sindacale ha immaginato – e contribuito a disegnare – i rapporti giuridici tra lavoro e capitale. Il passaggio è in buona sostanza quello dalla contrattazione collettiva a quella individuale, dal potere di negoziazione della classe operaia all’ [aaargh!] employability del singolo percettore di reddito. Si tratta, come i critici credono, di un passo indietro, o di una sfida a cercare strumenti nuovi? Quando parliamo di interesse dei lavoratori, stiamo pensando in termini di massa o in termini di individui? Il fine di un’azione politica e sindacale “di sinistra” non consiste nel garantire diritti e benessere degli individui? Non è così facile prendere posizione su questioni complesse in cui si intrecciano – e confondono – diritti e interessi, effetti economici e ricadute sociali, opposte visioni ideologiche e problemi etici. Io stesso, appena due anni fa, nel momento in cui Monti andava parzialmente a toccare l’articolo, scrivevo che l’articolo non andava toccato. Mi lasciava perplesso l’insistenza ossessiva per una faccenda di natura soprattutto simbolica. La situazione di oggi è assai simile: stiamo parlando di un «segnale da dare ai mercati» e a Bruxelles. Dal punto di vista dell’attuale maggioranza, il segnale è diretto anche alle varie componenti del centrodestra e viene accolto come vittoria storica da quella parte della diaspora craxiana (i Sacconi, i Brunetta) che di queste materie ha fatto una bandiera, credo più per tigna revanscista che per convinzione profonda. Sul fronte opposto, è comprensibile che un sindacato cui non la politica, ma la realtà stessa delle forze produttive sottrae giorno dopo giorno il ruolo e il peso politico voglia battere sulla questione dell’art.18. Basta sia chiaro che non sempre l’interesse dell’organizzazione e quello del lavoratore coincidono. A lasciarmi perplesso è invece l’opposizione interna al Partito Democratico, visto che gli stessi soci della “Ditta” non considerano davvero la faccenda più che un fatto di principio, una «questione simbolica importante» – parole di Gianni Cuperlo – che sembra nascondere la frustrazione derivante dal non aver potuto guidare personalmente il cambiamento e dal vederlo invece guidato dagli ultimi arrivati.

In un certo senso, l’arrivo dei renziani in casa PD assomiglia all’ascesa della borghesia alle spese di un’aristocrazia declinante. I membri di quell’aristocrazia di sinistra, i più lungimiranti tra i vecchi “ragazzi della FGCI” che un quarto di secolo fa hanno accompagnato il passaggio della sinistra marxista al riformismo, avevano compreso il tipo di trasformazione epocale subita dal lavoro organizzato già all’epoca in cui Matteo Renzi viveva il suo (primo) quarto d’ora di celebrità alla Ruota della Fortuna. Ciò che è mancato non è stata la capacità di analisi, ma la volontà, la capacità o la possibilità di tradurre le analisi in soluzioni. Gli errori sono stati molti e altrettante le circostanze storiche sfavorevoli. Certamente l’elitismo del ceto dirigente ex-PCI e la sua scarsa attitudine alla comunicazione hanno impedito di spiegare alla propria base la necessità delle riforme del lavoro. Dall’altra, la mutua dipendenza politica tra lavoro sindacalizzato e partiti della sinistra ha fatto temere grandi perdite di consenso – che si sono poi verificate ugualmente. Ma non possiamo nemmeno dimenticare la natura fragilissima delle maggioranze di quegli anni, messe a rischio dai ricatti di Rifondazione (partito nel quale ho militato, prima della “svolta liberale” alla quale è giunto di recente anche il mio segretario di allora). In un contesto di questo tipo era forse inevitabile che la Ditta preferisse impegnare le proprie energie su altri fronti, dalla coesistenza con Berlusconi alla scoperta dei salotti buoni della finanza, tra “capitani coraggiosi”. Peccato che, sul piano del lavoro, sia stato proprio il coraggio a mancare. Quella stagione ha prodotto solo riforme parziali – ricordo il co.co.co previsto dal “pacchetto Treu”, il mio primo contratto – che per la loro incompletezza hanno contribuito a creare l’attuale giungla contrattuale e nuove situazioni di disuguaglianza. La stessa c.d. legge Biagi avrebbe potuto benissimo essere concepita in un governo di centrosinistra, anziché nel lunghissimo Berlusconi II e, più di recente, l’idea di flexycurity, che dovrebbe finalmente aggiungere le tutele alla flessibilità, veniva rivendicata proprio dagli attuali oppositori del Jobs Act. Il vituperato Pietro Ichino sul suo sito web offre un’utile rassegna di posizioni di questo tipo, ma l’incoerenza di certi leader del centrosinistra è riassunta ancor meglio dal filmato del (magnifico) intervento di Massimo D’Alema al II congresso PDS che i solerti PR renziani hanno diffuso in questi giorni:

C’è quindi stato un momento, alla fine degli anni Novanta, in cui la Sinistra ante (e anti) Renzi pensava di fare più o meno le stesse cose che Renzi tenta di fare oggi. Forse le avrebbe fatte anche meglio, chi può dirlo? Forse potrebbe ancora partecipare al cambiamento in atto, farne parte, far sì che in quel cambiamento rimanga una traccia di quanto di buono c’è nella storia della Sinistra italiana. Purtroppo, per ora, l’impressione è quella di un eterno ritorno, di una coazione a ripetere gli stessi errori.

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Cosa ci insegna Daniza?

La povera Daniza non ce l’ha fatta, non ha retto alla dose di anestetico che doveva servire alla sua cattura. Digerita la brutta notizia, consiglio a tutti di misurare la propria indignazione e riflettere bene prima di macinare bassa dietrologia e auspicare il boicottaggio turistico del Trentino, come ho visto fare da qualche utente twitter. Varrà la pena di ricordare come proprio la provincia di Trento – verso il cui statuto autonomo, in quanto bellunese, nutro un certo amichevole risentimento – sia uno dei territori italiani più attenti alla protezione dell’Ursus Arctos. Da mezzo secolo, l’ente risarcisce i danni provocati dagli orsi alle colture e agli allevamenti, il che costituisce il miglior disincentivo alla caccia dell’animale. A partire dalla fine degli anni Novanta, poi, Trento ha avviato un importante progetto di ripopolamento, il “progetto Ursus”, appunto, ultimamente non più così gradito dagli abitanti. Ripopolamento, e non protezione, dal momento che nelle nostre Alpi gli orsi erano scomparsi da più di un secolo, estinti a causa dei comportamenti economici di un’altra specie di plantigrado, l’unica in grado di creare poesia, calcolare un integrale e progettare stermini. In breve, a partire dal Settecento, l’aver reso pascolo o coltivazione ciò che prima era foresta ha ristretto l’habitat dell’orso, che alla prima pecora sbranata è diventato naturalmente oggetto di ininterrotte campagne di caccia. Con la scomparsa delle grandi foreste europee, è scomparso anche uno dei loro più importanti abitatori. Possiamo solo provare ad immaginare che cosa potesse rappresentare per un viandante medievale l’attraversamento di una foresta, e che parte avesse l’orso nel suo immaginario – i primi riferimenti che mi vengono in mente sono quelli della leggenda di S.Romedio e della sua spassosa parodia contemporanea ne L’Armata Brancaleone.
Nel frattempo sono arrivati Yogi e Bubu e l’orso si è del tutto smaterializzato. Nonostante sia nato e cresciuto nelle Dolomiti, non è affatto paradossale, quindi, che la mia prima memoria di un orso non immaginario sia legata ancora a un film. Venticinque anni fa, a pochi chilometri da casa mia, Jean-Jacques Annaud girò il singolare L’orso. Al contrario che nell’Armata di Monicelli, gli orsi del cast erano veri orsi, nati in cattività ed addestrati. Fu così che Bart – questo era il nome del protagonista – e gli altri occuparono per parecchie settimane le pagine della non proprio effervescente cronaca locale, in particolare quando uno di loro si liberò e, se non ricordo male, dopo alcuni avvistamenti, a volte legati all’autosuggestione collettiva dei paesani, non venne più ritrovato.  Un’autentica notizia, perché alla fine degli anni ’80 di orsi sulle Dolomiti davvero non ce n’erano più. Ora inteneritevi pure con le immagini degli orsetti, nel bel making of del film, ne avete facoltà:
Nell’arco di pochi anni da allora, le cose iniziarono a cambiare. Buffo come la caduta del muro di Berlino (il cui simbolo conoscerete tutti) abbia di fatto interessato anche i nostri amici orsi. Dopo il collasso della Jugoslavia, il territorio delle Alpi Dinariche, e in particolare del loro versante sloveno, è diventato la principale fonte di ripopolamento delle nostre montagne. Si parla forse di 1500 esemplari tra Slovenia e Croazia, un numero sufficiente a rifornire non soltanto i progetti di ripopolamento in Trentino e Friuli, ma anche il flusso spontaneo di quegli esemplari che si spingono per centinaia di chilometri verso Ovest, liberi dalle nostre tare di patria e confini. Stiamo parlando di poche decine di esemplari, perlopiù censiti e controllati, con buona pace di chi parla di invasione. D’altronde è forse proprio l’esiguità dei numeri e il fatto che gli orsi siano individuati e chiamati per nome ad aver fatto di loro dei personaggi mediatici minori, emergenti di quando in quando in base all’entità delle loro marachelle, all’arbitrio di qualche caporedattore, all’efficacia comunicativa dei gruppi ecologisti. Daniza è morta da noi, e questo ha reso il suo caso più popolare di quelli di Bruno, orso trentino abbattuto nel 2006 in Baviera, e dei poveri fratelli M13 ed M14 – sono queste le sigle che danno loro i forestali e i biologi montani. Per non parlare di chi è ancora sperabilmente in perfetta forma, come i tre discolacci, Nuvoletta, Dino ed M4 “Genè”, terrore delle mucche di Asiago, o ancora di M1 “Alessandro”, che, spingendosi verso la Slovenia, rischia di finire sulle tavole di combriccole simili a quella dei minus habens leghisti del Primiero – una delle location dell’Orso di Annaud – che, contrari al progetto Ursus, qualche anno fa offrivano carne d’orso e polenta ai loro simpatizzanti. Anche per gli orsi i confini sono caduti, ma le norme che regolano la loro caccia e il mantenimento della loro popolazione sono molto diverse da stato a stato, quando non da provincia a provincia: anche loro, insomma, avranno tutto da guadagnare da una sempre maggiore integrazione europea.
Io non credo ci siano lezioni da imparare o moniti da lanciare a partire dalla morte di Daniza, né riesco più ad appassionarmi alle guerre d’opinione sui social network. Qualcosa è andato storto, come spesso accade nella vita, anche (o soprattutto) a chi parta con le migliori intenzioni. Semmai questa potrebbe essere l’occasione perché qualcuno si interessi al vero, grande tema che sta sullo sfondo dell’episodio, e cioè al futuro della presenza umana nelle nostre montagne, a come l’uomo si possa (re)integrare negli ambienti più difficili – vale per la montagna come per il mare – nel rispetto di ogni altro essere vivente, senza stupidaggini decresciste o ricerche di età dell’oro mai esistite. Potrebbe essere l’occasione, per qualcuno, di scoprire che esiste una montagna abitata, non senza difficoltà, anche oltre i quindici giorni di vacanza ad agosto e le settimane bianche. E forse l’occasione di fare qualche notazione sull’industria culturale – sempre lei! – che tanto ha contribuito all’antropomorfizzazione di orsi ed orsetti. I milioni di animali uccisi e consumati sulle nostre tavole – personalmente senza eccessivi sensi di colpa – possono smuovere la base di animalisti e vegani, non certo il «grande pubblico», che, armato di smartphone, clicca tutto il suo sdegno – sforzo inane! – solo nel caso muoia mamma orsa. La colpa non è loro, ma di Walt Disney, che non ci ha mai fatto conoscere il fratello di Clarabella , dimodoché possiamo commuoverci al massimo per una mucca da latte, ma non per un manzo anonimo.
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I Cesaroni e la meritocrazia

La questione è se e in che misura, nell’ambito dei prodotti culturali di massa, la legge della domanda e dell’offerta e (quindi) la macchina del marketing siano sempre in accordo col criterio meritocratico. La meritocrazia è riconosciuta a parole da tutti come uno degli ingredienti fondamentali della ricetta per far ripartire il Paese e, se ho capito bene, in un regime di meritocrazia, i migliori sono premiati. Per brevità e semplicità, escludo dal discorso l’editoria, ché altrimenti toccherebbe infilarci nel ginepraio di questioni come la scarsa attitudine alla lettura degli Italiani, il problema della trasmissione della cultura o – Dio ce ne scampi – quello dello statuto letterario dei testi. Lascerei stare anche l’arte contemporanea e il suo mercato, cui ho accennato altrove su questo blog. Mi riferisco quindi principalmente all’industria dell’intrattenimento (tele)visivo, della quale il cinema è ormai appendice sia sul piano estetico che su quello produttivo. Riassuntino:  la televisione commerciale – cioè tutta la televisione, compreso il cosiddetto “servizio pubblico” della TV di Stato – esiste per piazzare le merci attraverso la pubblicità. La TV è «quella cosa che succede tra uno spot e l’altro», e quello che succede tra uno spot e l’altro lo scrivono gli autori televisivi, di gran lunga i meglio retribuiti tra i laureati in materie umanistiche o in scemenze della comunicazione.

Sono troppo giovane per poter rimpiangere i programmi RAI degli anni ’60, e conoscendo un po’ la parabola della commedia all’italiana, non mi pare che il nostro cinema di consumo fosse proprio un modello di qualità. E tuttavia, un Totò costretto a girare dieci filmetti all’anno, scritti con la mano sinistra dai vari Metz e Marchesi, era pur sempre il Principe De Curtis, usato da alcuni dei nostri più grandi autori comici. No, è davvero difficile tentare paragoni tra il cinema del boom e la quantità enorme di spazzatura prodotta in funzione del mercato pubblicitario televisivo. A questo punto interviene generalmente qualcuno a ricordarmi che «ora c’è la Rete, i contenuti te li crei tu», «la tv è in declino, i giovani non la guardano», e che il mercato pubblicitario ha perso un terzo del fatturato in questi anni di crisi. Vero, ma dalla crisi prima o poi – in piedi o distesi – usciremo e non farei previsioni affrettate sulla morte della televisione. Personalmente non credo che la tv generalista potrà scomparire tanto presto. Al di là del fatto che siamo un paese di anziani, mi pare evidente che la visione contemporanea e condivisa (di una partita della Nazionale, di una serie televisiva, di un reality) sia uno degli elementi chiave della pubblicità, se parliamo di merci non individual-oriented, come il detersivo, il Parmigiano, le spugnette per togliere le croste dai fornelli. Esiste un tendenza alla cosiddetta “coda lunga“, ma ristretta alla sola industria culturale, e non so quanto destinata a prevalere. La stessa diffusione dei social network è alimentata dal bisogno/desiderio di condivisione dei giudizi su questo o quel prodotto di intrattenimento. Mi pare che l’hashtag #Cesaroni, ai primissimi posti nelle tendenze di Twitter (social prediletto dai salariati dell’industria culturale, peraltro) dica già tutto.

Si torna sempre all’adagio dei miliardi di mosche che, in fondo, «non possono essersi tutte sbagliate», e si torna a pensare con una certa tristezza al nostro declino anche nel campo delle storie raccontate sullo schermo, al fatto che in Italia da almeno vent’anni non si produca nulla di lontanissimamente paragonabile non dico alle tre serie di Heimat di Edgar Reitz (uno dei capolavori del cinema a cavallo del millennio, prodotto per la televisione, non senza problemi), ma nemmeno a certi ottimi prodotti HBO. Resta la domanda iniziale, la quale chiama altre domande che abbiamo fatto mille volte, e alle quali forse è meglio non rispondere, perché ne va del senso di tutta la baracca in cui viviamo da decenni: chi scrive per la televisione è soggetto o no alla meritocrazia? Il “merito” ha a che fare in sé con la qualità dei prodotti? La “qualità” è decisa sempre e unicamente dal pubblico? Quella tra l’autore della fiction immonda e l’inserzionista è lo stesso tra il manager e i suoi azionisti? È giusto che un ricercatore di biochimica impegnato nella sintesi di una molecola antitumorale possa guadagnare meno – molto, ma molto meno – di uno degli autori dei Cesaroni, in virtù del numero di contatti col potenziale compratore di spugnette per togliere le croste dai fornelli?

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Robin Williams 1951-2014

Sarebbe troppo facile ricorrere allo stereotipo del clown triste.

Una via contorta

Fa sempre uno strano effetto il confronto tra la realtà di questioni locali che conosci piuttosto bene e la loro rappresentazione giornalistica a livello nazionale. Secondo i nostri maggiori quotidiani, il c.d. “Comitatone” per la salvaguardia di Venezia avrebbe finalmente “sbloccato” la situazione relativa al problema delle grandi navi, impedendone il passaggio nel bacino di S.Marco. La notizia viene data in toni ottimistici, per non dire trionfalistici, il ministro Lupi e il Governo si affrettano ad incassare il risultato mediatico, le schiere di amanti sensibili di Venezia si felicitano sui social, tutti contenti, insomma, Venezia pare finalmente salva.

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Purtroppo le cose non stanno così. L’allontanamento delle grandi navi dal canale della Giudecca e da S.Marco era già stato deciso dal decreto Clini, l’indirizzo generale sulla questione è fissato da tempo e quest’ultima decisione non aggiunge alcunché, semmai toglie, e in modo del tutto arbitrario. In sostanza ieri il Comitatone ha infatti eliminato dal tavolo tutti i progetti relativi al transito delle crociere, tranne uno, quello dello scavo del canale Contorta S.Angelo, fortemente voluto dall’Autorità Portuale presieduta dall’ex sindaco Paolo Costa. Per far passare le navi lungo il tracciato che vedete nell’immagine qui sopra, occorre scavare fino a oltre 10m il fondo della laguna per adeguare al pescaggio dei “giganti del mare” un canale che ora arriva ai 2m scarsi. Che male c’è, direte voi? C’è di male che lo scavo di canali di quelle dimensioni porta volumi e pressioni non compatibili col fragile ambiente lagunare, le cui difese naturali  (le barene innanzitutto) vengono progressivamente distrutte, favorendo tra l’altro la possibilità di acque alte sempre più grandi. In questo senso, il caso del Canale Petroli era e resta un precedente da studiare.

Insomma, come si dice qui in Veneto, “pèso el tacon del buso”. Ma l’aspetto davvero stupefacente della decisione di ieri è che il giudizio sull’incompatibilità dello scavo di nuovi canali con lo scopo statutario del Comitatone stesso (e cioè la salvaguardia di Venezia, ripetiamolo perché, alla luce di questi fatti, si potrebbe pensare piuttosto a un comitato d’affari, anzi meglio a un comitatone di affaroni) non viene soltanto dagli studi presentati dagli oppositori alle grandi navi, ma dalla stessa commissione tecnica ministeriale preposta alla V.I.A., che in un parere prodotto a settembre dell’anno scorso, rimasto stranamente in un cassetto per mesi e reso noto grazie a Felice Casson, così si esprimeva:

Che il Comitatone (e cioè le sue tre componenti maggiori, Governo, Regione e Autorità Portuale) pensi ora di avere una valutazione di impatto ambientale di segno del tutto opposto lascia davvero perplessi. È evidente come di fronte alla complessità di un problema che vede contrapposte strumentalmente le ragioni del lavoro a quelle della tutela ambientale abbia prevalso l’interesse più forte.

Paolo Costa può dirsi soddisfatto per il risultato conseguito, che in qualche modo verrà investito politicamente alle prossime elezioni comunali, ma forse più soddisfatti ancora di Paolo Costa sono i centri sociali veneziani, che hanno egemonizzato il movimento NoGrandiNavi e che aspettavano soltanto un pretesto come questo per rimettere in piedi il loro teatrino politico. Nell’attesa delle loro prossime performance, mi auguro davvero che Venezia non diventi «come la Val Susa» – questa la previsione di Gianfranco Bettin. Tra parentesi, io credo che questa faccenda con la Tav non abbia proprio nulla a che vedere. Nel bene e nel male il progetto della Torino-Lione è stato discusso pubblicamente per anni e ha subito sostanziali modifiche (avverto gli eventuali lettori NoTav: non rimbeccatemi sulla questione, non mi interessa interloquire con voi, ogni commento polemico verrà cestinato).

Quello che purtroppo siamo costretti a constatare con grande amarezza è che in questo Paese, in cui peraltro la classe politica emergente lamenta il proprio scarso potere decisionale, troppe decisioni importanti vengono ancora prese in modo arbitrario e per nulla trasparente, alle soglie di ferragosto, sperando che non se ne accorga nessuno, fregandosene bellamente delle stesse conoscenze scientifiche (cioè della Ragione), in funzione non dell’interesse generale ma del particulare della propria conventicola, o di un ritorno politico immediato. Se questo vuol dire “cambiare verso”…

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Una certa stanchezza

Dev’essere un fatto di carattere. Ho sempre avuto l’animo del mediatore, di quello che nelle liti cerca di far dialogare le parti contrapposte, all’insegna dell’«avete ragione tutti e due ma insomma discutiamone, ci sarà pure un punto d’incontro». I più trovano ammirevole una simile inclinazione, che tuttavia nella pratica non sempre ottiene gli effetti sperati. La volontà di mediare a tutti i costi rivela soltanto la propria irresolutezza, o il fatto che il proprio interesse non coincida con il bene dei due contendenti. A volte la mediazione a oltranza è una forma di negazione della realtà, perché se è vero che il dialogo è sempre possibile, non sempre la possibilità coincide con la volontà. E tra le libertà esiste anche la libertà di rifiutare il dialogo.

Hamas ha rifiutato la tregua con Israele, puntando ad un intervento di terra che faccia salire la conta dei morti civili. Questo è il risultato che cerca. Cifre a tre zeri, martirio, riprovazione internazionale dell'”entità sionista”. Israele è in trappola, perché non può sopportare di essere bersagliata da razzi la cui gittata copre ormai metà del suo territorio. Nessuno di noi lo sopporterebbe. Iron Dome funziona, a quanto pare, al 75%. Troppo poco, per uno Stato che tiene veramente alla vita di ogni suo cittadino. (Di uno Stato che persegue le bestie che hanno bruciato vivo Mohammed Abu Khdeir, e che cura nei propri ospedali i feriti più gravi di Gaza, sempre che Hamas consenta loro di attraversare il confine, e che con le sue centrali fornisce elettricità al nemico). Questa è la differenza fondamentale tra Israele e i suoi nemici, questo spiega ogni scandalosa “sproporzione”.

È davvero tragico il destino del milione e mezzo di abitanti della Striscia, cittadini di una piccola repubblica islamafiosa, ostaggi e scudi umani di alcune migliaia di assassini guidati da una manciata di scaltri capibastone. È triste, se non altrettanto tragico, il destino dei Palestinesi che stanno a poche decine di chilometri più a oriente. Ho il sospetto che l’autodeterminazione politica sia come un treno che passa molto di rado, occorre stare attenti a non perderlo. Troppe occasioni mancate, troppi accordi rifiutati, in anni in cui la pace sembrava possibile. Anch’io ho creduto a lungo che l’occupazione della “Cisgiordania” (o “West Bank” o “Samaria e Giudea”) fosse ingiusta e controproducente. Mi chiedo se sia ancora così, quando siamo vicini al collasso delle maggiori entità statali della regione e la scelta non è tra «licenziare o no gli statali improduttivi?» ma tra autocrazie sanguinarie e regimi islamisti altrettanto sanguinari. Israele potrebbe permettersi di essere accerchiato per l’ennesima volta? In tutto questo caos, forse i Curdi, per i quali faccio il tifo da sempre, avranno finalmente un loro stato indipendente. Forse l’unica buona notizia che arrivi da quelle latitudini, e forse l’unica possibilità di tornare a un minimo di stabilità in quel carnaio che è il Medio Oriente.

Nel conflitto della chiacchiera, che rimane cosa distinta dal tragico conflitto in atto, la mia posizione è stata sempre quella del “filoisraeliano di sinistra”, che tenta di spiegare alla sinistra filopalestinese le ragioni di Israele criticando allo stesso tempo l’occupazione della West Bank e i falchi della destra israeliana e certi pelosi «amici» di quella italiana. Ho creduto a lungo che la cosa più importante fosse far ragionare “la mia parte politica”, in un tentativo un po’ patetico di tenere assieme tutto, senza nemmeno capire bene cosa fosse questo “tutto”, e quali fossero i confini della “mia parte politica”. Purtroppo non si può tenere assieme tutto, occorre scegliere, ad un certo punto. È anche una certa stanchezza a farti scegliere. Tanto, su certe questioni, nella vita si sarà sempre soli. Con chi neghi legittimità allo Stato di Israele e con chi usi “sionista” come insulto ho smesso di parlare tanti anni fa. Gli storici del pensiero cerchino pure di capire se e quando questo tenace pregiudizio contro il sionismo nasconda un sentimento antisemita. Io mi limito a ricordare che l’antisemitismo non è soltanto vagoni piombati: credere che tutti i popoli possano autodeterminarsi tranne gli Ebrei non è antisemitismo?  (Non rileva che esistano ebrei antisionisti, perché «ci son più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia»). Molto semplicemente, cancellata ogni utopia operaia, alla “sinistra” radicale rimangono poche situazioni alle quali riferirsi per definire la propria identità. La più durevole tra queste è senza dubbio la Palestina, simbolo idealizzato di ogni possibile Terzo Mondo in lotta – la kefiah come oggetto transizionale, una copertina di Linus da tenere stretta a sé. Dove stia il bene dei Palestinesi è del tutto secondario, l’importante è che continuino la loro lotta, così galvanizzante per tanti ragazzotti in parka e kefiah. E che la destra radicale stia, da sempre, sulle stesse posizioni non complica il quadro, dal momento che la deriva rossobruna è ormai ad uno stadio avanzatissimo, gli estremi si toccano e si fondono, si direbbe quasi armoniosamente.

Ma non volevo soffermarmi troppo sulla feccia minoritaria. Pensavo piuttosto ai tanti benintenzionati, scevri da pregiudizi, «amanti della pace», fautori del dialogo a dispetto della volontà dei protagonisti, come descritto sopra. In questi giorni costoro, in totale buona fede, amano richiamarsi alla «tradizionale politica di mediazione» dell’Italia in ambito internazionale. Pensano che ci si possa rendere utili nella crisi tra Israele e Hamas. Io me lo auguro davvero, ma tenderei a ben altro disincanto. La verità è che, supercazzole a parte, in Renzi non si vede il barlume di un’idea di politica estera. Per motivi più che ovvi, il Sindaco d’Italia l’ha demandata al Pentapartito 2.0 che sostiene il governo. Alla povera Federica Mogherini, cresciuta alla scuola dell'”equidistanza” dalemiana, è affidato il compito di proseguire la nostra pluridecennale “politica mediterranea”, che ha radici lontane e motivazioni molto concrete: siamo una piccola nazione senza grandi risorse energetiche, la linea del MAE è la linea di ENI. Questo è il livello delle condizioni materiali, ma gli amanti della pace, poco avvezzi alla Realpolitik, non hanno certo in mente il petrolio o il gas naturale, quanto le vittime civili. Morti freschi, nel caso di Gaza, più freschi di quelli della guerra civile in Siria, o in Ucraina, rispetto alle quali, chissà, forse l’amore per il dialogo e la mediazione sono diventati troppo faticosi anche per i benintenzionati amanti della pace. Non saprei che dire a costoro, per cui mi limiterò a citare Guido Ceronetti

Racconta Esopo nelle sue favole (è di duemilacinquecento anni fa) che i lupi, esasperati dai cani che facevano la guardia alle pecore (e chissà con quali molesti latrati, e addirittura morsicandoli se si avvicinavano) fecero sapere alle pecore che le loro relazioni reciproche sarebbero diventate di sogno, se avessero tolto di mezzo quei maledetti cani, consegnandoli a loro. Le pecore – stufe di quella noiosa sorveglianza e desiderose di vivere in pace con i lupi – si sbarazzano dei cani. E i lupi non perdono tempo: ipso facto le sbranano tutte. Un povero gregge afìlakton (senza guardiani) finisce così, perché non c’è il Messia là fuori, su questa terra troia. Ricordo bene, con affetto, quel moderno San Francesco hegeliano di Aldo Capitini, oggi veneratissimo dai pacifisti. Nel suo rigore senza base Capitini, nel 1967, sosteneva che Israele avrebbe dovuto lasciare entrare gli eserciti arabi che premevano da tutti i lati, e in seguito battere gli occupanti con la non-collaborazione e la non-violenza. Poteva essere una soluzione del problema: non so quanti sarebbero rimasti vivi, in terra di Davide, senza la benda nera, poco capitiniana, di Moshè Dayan. È vero che dopo cominciarono guai e dolori senza fine – da far vacillare il mondo – ma come incolpare qualcuno del fatto crudelmente, spietatamente indiscutibile che la storia è tragica, e tragico, condannato alla pena, il destino umano? Fidarsi dei lupi, rinunciando ai minacciosi pit bull di guardia? Gli altoparlanti delle piazze, su questo tipo di scelta, tacciono.

(La Lanterna Rossa, «La Stampa», 15 febbraio 2003)

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