Avatar – recensione lunga e intempestiva

Intrattenimento dozzinale o invito alla rivolta? Tanta forma o tanta sostanza? Vaccata o capolavoro, come pare lo abbia definito Spielberg? Ormai sarà pure uscito dalle sale, ma se non l’avete visto, non temete, ve lo sciropperete presto in blue-ray – vi sarete mica comprati il lettore per niente! Nel frattempo è materiale per blogger e grafomani d’ogni risma, compreso il sottoscritto.

In un futuro lontano ma non troppo il marine paralitico Jake Sully viene assunto da una compagnia mineraria americana per lavorare sul pianeta Pandora (un nome che è tutto un programma di sciagure), dove si trova in abbondanza un minerale preziosissimo (http://en.wikipedia.org/wiki/Unobtainium). La compagnia ha già cominciato a sfruttarne i giacimenti, inviando sul pianeta scienziati, minatori e un gran numero di contractors armati fino ai denti. In uno scenario fatto di montagne volanti e giungle zeppe di piante e bestiacce preistoriche, vive il popolo dei Na’vi, guerrieri dalla pelle blu alti tre metri e dotati di una facoltà straordinaria: attraverso una treccia di capelli dalla quale escono delle terminazioni neurali, possono ‘connettersi’ mentalmente a piante ed animali, agli spiriti degli antenati e soprattutto ad E’wa, divinità panteistica che riunisce la totalità delle forme viventi del pianeta. Centro della loro comunità è l’Albero Casa, una sorta di quercia alta come un grattacielo, sfortunatamente piazzata dagli sceneggiatori sopra il più grande giacimento del minerale concupito dalla multinazionale terrestre. Ovviamente quell’albero e quelle terre sono sacri agli indigeni, che non ci pensano nemmeno a spostarsi da lì, facendo così la felicità del comandante paranazista dei contractor, pronto a sterminarli. Prima di passare alle maniere forti, noi terrestri abbiamo però escogitato un sistema per avvicinare, studiare e possibilmente circuire gli indigeni: gli scienziati della base terrestre possono controllare, semplicemente dormendo in un lettino ultratecnologico, dei corpi creati in laboratorio mischiando dna degli autoctoni con quello umano: gli avatar. Ecco perché al protagonista non servono le gambe. Jake – cioè l’avatar con la mente di jake – si perde nella foresta, è quasi divorato da una bestiaccia e viene salvato da un’indigena, della quale ovviamente si innamora (la scopata, attesa per metà film, arriva puntuale). Istruito dall’amazzone blu, il marine impara a diventare uno di loro. Il resto dello svolgimento è piuttosto meccanico (climax, anticlimax, climax finale): l’eroe acquista consapevolezza e si schiera con gli indigeni ma perde la loro fiducia e viene battuto una prima volta. Poi si riprende, grazie a una sorta di prova d’iniziazione diventa un eroe agli occhi degli indios e li guida verso la prevedibile vittoria finale, nella quale vediamo i terrestri (salvo alcuni ‘buoni’ che si sono schierati con la resistenza) messi sulle loro navi e rispediti a casa.

Sembra purtroppo che tutta la science-fiction epica sia diventata unicamente un pretesto per sfoggiare raffinatissime elaborazioni in Computer Graphics. Questo film non fa eccezione. La storia di Avatar si basa su alcuni sempiterni tòpoi della letteratura occidentale (dal Parzival in poi), letti in chiave orientalista/terzomondista e impacchettati in una lussuosa confezione tra il fantasy e la fantascienza. Detta così suona come un gran guazzbauglio di generi. Di fatto lo è, ma con al centro un nucleo narrativo piuttosto semplice. Come in certe biografie del colonialismo europeo, l’eroe è un invasore che si innamora dell’invaso, tradisce e lo guida verso la liberazione: nel cinema, come non ricordare Lawrence d’Arabia (o anche l’irrisolto Mission, anch’esso sceneggiato da Robert Bolt). Epperò lì c’erano appunto grandi sceneggiatori, attori straordinari, un senso della visione che non esiste quasi più nel mainstream hollywoodiano. La distanza dal capolavoro di David Lean è evidentemente così grande che sembra si tratti di due oggetti completamente diversi. Quello era il Cinema, questo è intrattenimento di lusso, ipertecnologico nella forma, ma nella sostanza molto più vicino alla “lanterna magica” ottocentesca. Girato in gran parte in blue screen, avatar è un ibrido live/animation nel quale non si ricordano grandi prove attoriali. Non credo fossero previste. L’amorfo protagonista sembra scelto apposta per non rubare la scena agli avatar. Si salva forse la sempreverde Sigourney Weaver, inchiodata da trent’anni al ruolo di Alien proprio da Cameron, a partire da Aliens scontro finale (del quale esiste almeno una dichiarata citazione visiva: le estensioni meccaniche da combattimento, come quella usata da Ripley nella lotta con l’alieno nel film dell’86).

Si è fatto un gran parlare del ‘messaggio antagonista’ del film, a partire dall’ottima azione di marketing esercitata dai cinesi, che pare l’abbiano proibito sul territorio della Repubblica Popolare. Onestamente, le letture politiche mi sembrano debolissime. Certo, ci sono la multinazionale cattivissima e l’ufficiale dei marines nazistoide, il ragazzo sulla sedia a rotelle costretto a lavorare per loro per pagarsi la costosa operazione al midollo spinale, che l’assicurazione sanitaria pubblica non passa. Ci sono un popolo minacciato e un pianeta a rischio di distruzione, la critica delle guerre amerikane per le risorse (dai dialoghi scopriamo che gli USA in futuro invaderanno Venezuela e Nigeria…). Eppure stento a riconoscere qualsiasi intento critico seriamente strutturato. Sarebbe bizzarro se una macchina da soldi che ha il suo posto nel cuore dell’industria, una produzione da trecento milioni di dollari, pensata principalmente per un pubblico semi-lobotomizzato, lanciasse effettivamente messaggi antagonisti, da ricevere poi nei templi del rincoglionimento odierno, le multisale (so di essere un marziano, confesso che questa era la mia PRIMA volta in una multisala). Cameron ha senz’altro gran naso per i trend del momento. Titanic si inseriva in un filone neoromantico che adesso sembra tramontato, Avatar – progetto precedente al melassoso polpettone con Leo di Caprio, ma tenuto saggiamente in frigo – sembra inseguire invece un pubblico consapevole, critico, informato e politicamente impegnato, dalla globalizzazione alle guerre per le risorse all'”ecocidio” del pianeta (“Sul mio pianeta non c’è verde”, dice jake della terra). Insomma, Avatar è quindi un film “antagonista”? “ecologista militante”? “”altermondialista”? Non saprei, lo chiederei direttamente al ragazzotto che tiene Impero e Manituana sul comodino. Di una cosa però possiamo star certi: Avatar diventerà un cult per quelli di Casa Pound. Come potrebbe essere altrimenti, visto che “il messaggio”, sempre che ve ne sia uno, sembra mututato direttamente dal comunitarismo e dalla dottrina tradizionalista? La difesa del Sacro Suolo, l’estetica guerriera, gli antenati, la purezza etnica ribadita proprio dagli indios (mentre, un’ inquadratura lo sottolinea, i minatori sono un mix razziale non-wasp molto americano: neri, asiatici, ispanici, etc.: il proletariato USA), qualche cenno alla ‘decrescita’. Insomma, un armamentario tipico della ‘nouvelle droite’ e feccia consimile, mi pare. Ma sono tempi di grande confusione (e la situazione è tutt’altro che eccellente). D’accordo, pare che i ‘buoni’ siano per una volta dei subalterni, e che per una volta vincano. Peccato che un valido “cinema politico” si debba basare su ben altri presupposti. Se la contraddizione alla base della storia non si risolve, lo spettatore se la porta a casa con sé, e può darsi che ci rimugini sopra. Se viene invece risolta, tra grandi esplosioni catartiche, punizione e morte atroce del villain e copule tra eroe ed eroina (la tensione si deve allentare anche sul piano sessuale), succede che lo spettatore medio, sfondatosi di popcorn, se ne torna a casa appagato e grato dell’esperienza sensoriale vissuta (questo vale anche per quella parte di pubblico “de sinistra” politicamente-corretto-grappa, sia chiaro). Se ci fosse un qualche messaggio rivoluzionario, un richiamo all’insurrezione come teme il compagno Hu Jintao, sarebbe un messaggio farlocco, fasullo come lo è la visione 3D, dove la libertà dello spettatore finisce con la messa a fuoco, la quale rimane sempre e comunque decisa dal regista (e meno male, da un punto di vista cinefilo!). Semmai la vera utopia contenuta in avatar potrebbe essere quella di una totale unione armonica dell’uomo – o umanoide che sia – con la natura. Anche se poi questa cosa viene rappresentata come una funzione materiale: un sistema di cavi, una sorta di firewire silvestre. Nell’economia di un ‘action movie’ tutto deve essere raffigurabile come sequenza di operazioni fisiche, altrimenti il pubblico non capisce, si disorienta (o si addormenta). Certo è difficile addormentarsi in queste due ore e mezza di visioni da trip acido, inseguimenti, esplosioni, combattimenti, tutti segnati, per chi l’ha visto al cinema, dall’illusione della terza dimensione. In effetti quello che rimane è un lavoro assolutamente straordinario di design visivo che ha un antecedente forse solo con la trilogia dell’anello di Peter Jackson. Interessantissimo – e probabilmente sprecato – il lavoro del linguista che ha inventato il Na’viese. E’ un peccato che tutto questo dispiego di mezzi porti a risultati così lontani dal Cinema che abbiamo amato. D’altronde credo che il “cinema” sul tipo di avatar non sia attualmente altro che un grande laboratorio tecnico, in attesa del perfezionamento della realtà virtuale e della sua diffusione di massa, quando non occorrerà raccontare più nessuna storia, ma creare ambienti e situazioni per psiconauti alienati. Mi domando se qualcuno allora troverà ancora la voglia di raccontare storie con le immagini in movimento. Ci spero tanto.
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2 thoughts on “Avatar – recensione lunga e intempestiva

  1. gadisonmaside scrive:

    lo stesso discorso valse per il primo matrix. il quale aveva un nucleo ideologico-filosofico molto più forte di avatar, ma che fu ugualmente annacquato e reso inerte dalla magniloquenza degli fx. mi vengono in mente i fuochi artificiali di romero, esche per zombie.
    ci sarà sempre bisogno di storie finché esisterà il tempo e chi può raccontarlo; l’eccesso di realtà toglie la magia di cui il cinema si nutre, e al contempo le storie hanno bisogno di agganci con la realtà per risultare interessanti. il fatto che attorno ad avatar si parli di politica imperialista, di problemi ecologici dimostra che il film in oggetto è una proiezione differenziale della cronaca. i temi trattati da avatar, semplici, entrano nello spettatore per empatia e non per analisi per quanto intellettualmente inappuntabili. poi, certo, questa “traccia mnestica” rimane viva tanto quanto è viva l’attenzione del soggetto per la realtà che lo circonda. questo per dire che avatar è una favola, nella più proppiana e dogmatica delle accezioni. il suo successo è pari alla capacità di far sgranare gli occhi, muovere semplici emozioni e permettere identificazioni secondarie forti fra spettatore e protagonisti. nella favola c’è la magia, ma pure nodi essenziali della vita, personale e collettiva. avatar ha una storia. e il cinema continuerà ad averne, di complesse e meno complesse, per tutti i gusti🙂

    • Federico scrive:

      Siamo d’accordo, Avatar è ancora ‘cinema’ (un cinema che non mi piace) ed è una storia, dietro di esso esiste ancora un narratore. Il 3d rimane un’espediente piuttosto rozzo per aumentare l’immedesimazione dello spettatore. Il problema che mi ponevo è se, in un futuro non troppo remoto, la tecnologia che in matrix e in avatar è pretesto narrativo (la realtà virtuale), divenuta possibile, non elimini proprio del tutto l’esperienza della narrazione, quella del raccontare (e ascoltare) storie, sostituita da un autismo di massa in cui ognuno si chiude nella propria storia, fatto salvo un lavoro iniziale di design delle ambientazioni, per cui il lavoro di grafici e sound designer soppianterà definitivamente quello dei narratori, degli sceneggiatori, dei romanzieri, dei drammaturghi. Uno scenario pessimistico, me ne rendo conto🙂
      (Solo un piccolo appunto da rompicoglioni, visto che citi Propp: più che ‘favola’, direi ‘fiaba’.)

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