Considerazioni (cotonate) sul Festivàl e sulla tivù

Tornati a casa, ieri notte, è stata M. a ricordarmi che il festivalone doveva aver avuto il suo vincitore. Abbiamo quindi acceso la scatola. La mole rassicurante di Vincenzo Mollica, sorta di Marzullo ‘de sinistra’, residuo di antichissime lottizzazioni, ha il compito di raccogliere le prime impressioni dei vincitori. E quindi, ci chiediamo, perché sta intervistando Emanuele Filiberto, Pupo e lo sconosciuto tenore emulo di Bocelli (ma vedente)? Il televideo conferma il terribile sospetto: secondo posto per  Italia amore mio, agghiacciante canzonetta clericofascista basata sul filotto Dio-Patria-Famiglia intonata dal principino ebete.  Il quale, in un notevole verso autobiografico, racconta di come avrebbe voluto abbracciare il suo Paese, da bimbo. Ma era in esilio, poverino, non poteva.

Basito, mi accendo una sigaretta. Ho sempre pensato che, almeno per quanto mi riguardava, il rapporto con la TV somigliasse a quello col fumo. Due cose sciocche cui è difficile rinunciare, con qualche differenza: eliminando le sigarette, il beneficio in termini di salute è certo, senza alcuna conseguenza negativa a lungo termine. Senza la TV, tra gli enormi benefici, si perde pure qualcosina. Credo che in questo momento e per parecchi anni ancora, rinunciando alla televisione si rinunci anche a capire molto di quello che accade nella testa e nella pancia del Paese. Specchio, lente distorta o motore dei comportamenti sociali, comunque la si consideri, la televisione con il suo immaginario resta il principale modello di rappresentazione della realtà che oggi un cittadino di Berlusconia abbia a disposizione. Ci sono tanti amici che hanno fatto sparire le tv dalle loro case. Hanno fatto bene, ma non si stupiscano se non capiscono più ‘la ggente’ e l'”autismo generalizzato”, come lo chiamava Debord. Quando parlo di ‘TV’ mi riferisco alla cosiddetta tv generalista, della quale il festival della canzone rimane uno dei luoghi fondamentali. Questa televisione sembra resistere molto bene alla diffusione di satellite, pay tv, digitale terrestre e tv in streaming. E’ il mercato pubblicitario a confermarlo: trenta secondi di passaggio durante la prima ora di diretta del festival costano all’inserzionista poco meno di 200mila euro. Ma chi sta a guardare? E’ possibile che siano tutti pensionati, poveri e poco scolarizzati? Può darsi, in ogni caso sono veramente tanti e sono consapevoli di partecipare ad un rituale collettivo. E’ quel genere di partecipazione passiva ad una totalità che è data semplicemente dall’esserci, non da una scelta. Eppure gli stili e i contenuti di questo rituale sono molto cambiati. Più o meno tutti gli italiani cerebrodotati concordano sul peggioramento della qualità generale dei contenuti televisivi. In genere si spiega la diffusione della spazzatura in tv con l’arrivo dei canali commerciali e dei loro modelli. Ma c’è un cambiamento di forme che resta da spiegare.

Il vecchio spettacolo nazionalpopolare, nella forma del ‘varietà televisivo’, è ormai quasi estinto. Rimangono le esibizioni monstre dei rari animali da entertainment (Fiorello), distanti comunque anni luce dalla figura del ‘presentatore’, di un Baudo o di un Mike. Sembra che il “varietà del sabato sera” non funzioni più. In genere questo succede quando non si aderisce, come si dice, allo Zeitgeist. Che come sappiamo è un geist orripilante.  I grandi contenitori, da Studio Uno a Fantastico, erano discendenti lontani della Rivista, costruiti quindi come sequenze di numeri – il balletto, la canzone, il numero comico – senza narrazioni da portare a termine, senza competizioni con vincitori e vinti. Era, in buona sostanza, una tv in cui tutti avevano la loro fettina della torta. Frutto di intricate architetture consociative, mamma RAI doveva istituzionalmente sedare l’eventuale aggressività latente del pubblico, sia che le contraddizioni uscissero sotto forma di scontri di piazza, come negli anni ’70, sia che fossero affogate da ettolitri di aperitivi, come negli anni ’80. Il messaggio perenne era quello del ‘volemose bbene’: “sei in poltrona davanti alla tv, a pancia piena, sei in una democrazia, che cazzo ti agiti a fare?” Le maglie della censura che diventavano sempre più larghe, la riforma e la lottizzazione avevano poi garantito che più o meno tutti avessero spazio e i conflitti fossero contenuti. Oggi la situazione mi sembra cambiata ancora, e di molto. I format sui quali oggi concentra la maggior parte delle sue risorse il mercato pubblicitario si basano sulle categorie della sfida, dello scontro. Hanno in comune il fatto di essere tutti quanti delle rappresentazioni di scontri e competizioni (tutt’altro che sportive, ma fondate sulla morale del cane-mangia-cane), in gran parte reality-shows, più o meno artefatti. La lotta tra coglioncelli nella casa del Grande Fratello o tra rottami dello showbiz sull’Isola dei famosi, la sfida tra bionde e more a Ciao Darwin (il quale Darwin esce dai libri di scuola per entrare nei palinsesti in versione reazionaria), la gara tra cantantini di X-Factor – poi trasportati a Sanremo.

Quello che è presentato come un ‘tributo’ del festival alla protagonista dei suoi primordi è un momento veramente rivelatore. L’ingresso di Nilla Pizzi, novantuno anni, prima vincitrice nel ’51, dopo che la Consoli ha cantato “Grazie dei fior”. Norma Desmond de noantri, la Nilla entra addobbata con uno lungo strascico nero portato da SEI valletti. Un ictus l’ha resa quasi incapace di parlare, facendo di questo siparietto una sorta di allegoria dell’incomunicabilità tra generazioni, tra estetiche diverse. Oppure anche uno dei vertici del trash-camp odierno.

Per quanto riguarda la musica c’è poco da aggiungere a quanto sappiamo da sempre. Il festival rimane ignorante di quanto succede nel resto del mondo, settato sui canoni della melomania superficiale e volgarotta come da tradizione italica (chi si salva tra i vincitori di sessant’anni di festival? Forse solo Endrigo, Alice, gli Avion Travel). Ma è sempre quello televisivo l’aspetto più interessante. Che la piccola e provinciale industria discografica italiana fosse schiava della TV era cosa arcinota. Che ne fosse una semplice estensione lo stiamo scoprendo in questi ultimi anni. Scanu, il vincitore, è praticamente nato in tv. Cresciuto in “Bravo Bravissimo” con Bongiorno, passato poi alla batteria di polli della De Filippi. Un prodotto da laboratorio, non voglio immaginare come sia cresciuto. E il terzo classificato è stato vincitore di X-Factor, talent show condotto da Morgan, escluso al festival per motivi di filisteismo imperante. Mi sembra ovvio che le folle di ragazzini/e che li seguivano nei talent show li abbiano seguiti anche a Sanremo. Per ascoltarli? Per vederli vincere, soprattutto. Muzak insignificante, certo, ma che dire dei secondi classificati? Italia amore mio è arte di regime all’ennesima potenza. Non soltanto è talmente brutta e pieno di idee retrive che al confronto Giovinezza sembra De Andrè, ma riesce a piazzarsi secondo al festival di Sanremo. Impossibile evitare di chiedersi, con tutto il male che si può pensare dell’Italia odierna: come cazzo hanno fatto? Magari il consenso del pubblico non ce l’avevano, ma che importa? Per chi ha mezzi, i modi ci sono. Qui un interessante articolo sui meccanismi del televoto.

Se siete arrivati in fondo all’articolo meritate un premio, e se avete già affrontato per intero il video linkato all’inizio del post avrete anche bisogno di ripulire le orecchie e la mente. Sanremo sarà anche Sanremo, bravi questi ragazzetti che sopravvivono ai talent show, ma… Martha Argerich a sedici anni vinceva il concorso Busoni (che non è un contest gay, ma un importante concorso pianistico internazionale). Eccovela qua, alle prese con uno Chopin dei più stracciacuore:

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