“Trent’anni fa”

In questo blog non si parla di software o di hardware, non si sbava sulla nuova macchinetta digitale né si forniscono trucchetti informatici. Non sono uno smanettone, sono un semplice… utilizzatore finale. Un minimo di tecnolalia, di chiacchiera tecnologica è comunque inevitabile: siamo nel 2010, cribbio. Qualche giorno fa, in viaggio alla volta di Praga, succede che perdo il telefonino. “Un atto mancato!”, mi dico subito, un tentativo di staccarmi per un po’ da terra e godermi quella meravigliosa città. Perché noi che non facciamo i PR né le puttane d’appartamento, noi che non siamo quindicenni con dipendenza da ‘messaggini’ , che abbiamo ragionato (e bestemmiato) tanto sulla relazione reddito-reperibilità, il telefonino vorremmo tanto buttarlo. Ma non possiamo. E quando poi ci capita di perderlo, danno economico a parte (inesistente, se te l’ha generosamente “regalato” il gestore telefonico, come nel mio caso) , la bella sensazione del distacco è rovinata dalla rognosa procedura necessaria al ritorno alla civiltà. Blocco della sim, sim sostitutiva, attesa della riattivazione del tuo numero e, soprattutto, snervante ricostruzione della rubrica telefonica. Gli amici sono più o meno a portata di zampa, ma tutta questa gente che poi senti per lavoro tre volte l’anno…quanto tempo sprecato, al servizio dei dispositivi che ti dovrebbero servire.

Bravo Federico! Questa volta, previdente, avevi salvato sul tuo bianchissimo ibook il file dei contatti, da copiare direttamente nel telefonino, senza noiosissimi inserimenti da centro meccanografico. Peccato che, giusto prima della tua partenza, l’ibook abbia esalato l’ultima riga di linguaggio macchina, portando con sé tutti i tuoi dati. E’ vero, avevi salvato quasi tutti i documenti importanti in un hd esterno. Quasi tutto, NON il file della rubrica telefonica. Beffa oltre al danno, ora ti toccherà usare il pc di M., che per disgrazia monta windows. Ih ih ih.

Ieri, tra le varie banalità che dico, mi è scappato pure uno “stare senza pc e cellulare è come tornare a trent’anni fa”. Quando si usavano telefono, (meglio se a disco), carta e penna. La rubrica con indirizzi e numeri di telefono si teneva a casa, nel ripiano del mobiletto su cui stava poggiato il telefono. La si poteva copiare, tutta o in parte, in un’agendina, che ci si portava appresso.  “Trent’anni fa”, ho pensato subito dopo, non sono pochini? Era la grandezza che sentivo usare, e quindi usavo, da bambino, per definire un passato  lontano ma non troppo, quello in cui l’umanità era più o meno la stessa, ma  ricoperta, in superficie, da orpelli tecnologici, estetici e politici molto diversi. No, trent’anni è la distanza giusta, lo è ancora per poco. Nell’80 erano veramente rari i possessori di un personal computer (un Apple, probabilmente). I telefoni, qui nel Bel Paese, erano proprio i simpatici toponi grigi, con quella ghiera che, nelle pensioni e dagli affittacamere, la padrona bloccava col lucchetto. Erano finiti gli anni Settanta, in un modo orrendo, con la strage alla stazione di Bologna e vari altri fatti di cui pochi si ricordano ancora.

Ma devo essere onesto, quando penso all’80 il primo pensiero che mi viene alla mente, a me che allora avevo due anni, va a quel capolavoro di Remain in Light. Una musica che non potrà mai invecchiare, a differenza della tecnologia di pc e telefonini. RIL è il tentativo del pop di mettere insieme la pulsazione primaria e i flussi di bit, la metropoli e le foreste pluviali,  il caldo e il freddo, il cotto e il crudo, la tradizione e le nevrosi contemporanee. Una sorta di sinfonia funk distopica che assomiglia tanto al mondo in cui stiamo sempre per vivere. Trent’anni fa e oggi a maggior ragione. Il disco delle grandi e feconde e pericolose contraddizioni. Una zuppa ribollente che vi consiglio se come me state assistendo ad una tormenta di neve fuori dalle vostre finestre.

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