Aldo Busi e la clausola vaticana

Aldo Busi sconta il suo non voler scegliere definitivamente tra il mondo della scrittura e dell’editoria (attualmente dirige una collana di nuove traduzioni di classici per Frassinelli) e quello dell’entertainment. Nelle sue apparizioni televisive di questi ultimi vent’anni ha costantemente messo in gioco la propria immagine con ironia e senza troppi rimorsi. Era forse la gran voglia di divertirsi, o forse una strategia obbligata da parte di chi sappia di avere talento senza però appartenere a nessuna conventicola letteraria, senza essere iscritto, per diritto di censo, alla corporazione. Recensire un romanzo scritto da qualcuno che gioca con la possibilità di ‘mandare tutto in vacca’ attraverso la sua condotta mediatica, e dover ammettere che si tratta di buona letteratura, ha spesso messo in grave imbarazzo i critici più paludati. Ed è proprio in questo che sta la grande qualità di Aldo Busi – oltre a quella letteraria, naturalmente: il fatto di mischiare in sé, cioè nella sua vita, non solo sulle sue pagine, le cose alte e quelle infime, il colto e il pop, rimanendo un grande scrittore. Gli è servito a vendere più libri? A nutrire il suo ego? Senz’altro. A noi la sua rumorosa uscita dall’Isola dei Famosi (e successiva espulsione dalla RAI) è servita a riflettere ancora una volta sulla TV e sui suoi fenomeni. Sottocultura, certo: forse l’argomento prediletto in questo blog. Ha ragione Aldo Grasso quando scrive che non si può invitare Aldo Busi in televisione e sperare di contenerlo entro i limiti del preordinato. Fondamentalmente lo si è voluto lì perché, nell’economia narrativa della trasmissione, serviva qualcuno che bilanciasse il vuoto mentale degli altri partecipanti. Un personaggio che si staccasse in qualche modo dal resto, meglio se omosessuale, chiacchierone, teatrale e tendente al protagonismo. Qualcuno che rappresentasse insomma il cliché tranquillizzante del ‘frocio laureato’. Fateci caso: in un paese afflitto da perenne omofobia e da un crescente analfabetismo di ritorno, sono proprio queste figure a rappresentare la lingua colta – no, che dico, l’italiano corretto – in televisione. (Sempre Aldo Grasso notava come non si possa pretendere da Busi di resistere per settimane alla non-lingua degli altri partecipanti, così rivelatrice della nostra preoccupante forma mentis contemporanea). Purtroppo, come Busi fa notare ad una frastornata Simona Ventura – un automa con le tette, quasi in tilt, lo sguardo in cerca degli autori – in realtà non esiste alcuna narrazione, “non c’è più racconto” nel contesto del reality. E d’altro canto Busi non aderisce perfettamente al modello della checca di regime, non funge né da tappezzeria colorata à la Malgioglio, né da giornalettista da parrucchiera à la Signorini (figura quest’ultima da non sottovalutare, in quanto importante operatore del senso comune berlusconiano).

La superficie del tessuto narrativo televisivo è liscia e piatta come una tavola. Nella tv dell’intrattenimento (che coincide ormai spesso con quella dell’ ‘informazione’) dice Busi, non c’è racconto. Per questo motivo, chi si dovrebbe occupare dei ‘contenuti’ si occupa in realtà di disseminare quella superficie di tante piccole apparenti discontinuità, di tante increspature superficiali, percepite come tali, solo a livello emozionale, dal pubblico (da tutto il pubblico, non soltanto dall’archetipica ‘casalinga di Voghera’). Queste increspature sono, in buona sostanza, le baruffe più o meno divertenti tra personaggi più o meno insipidi, intenti a recitare le proprie incazzature su istruzione delle agenzie di spettacolo. Che cos’avrebbe dunque di diverso, l’uscita di Aldo Busi dall’Isola dei Famosi, da qualunque altra rissa televisiva? Da qualunque altra piazzata con protagonista l’intellettuale isterico di turno, eventualmente imprevista o comunque fuori dallo script delle trasmissioni, ma sempre e immediatamente integrata e resa produttiva ai fini dell’auditel? Forse nulla. O forse molto. In un contesto come quello dei reality show, dove generalmente le discussioni sulla realtà culturale e civile del paese sono assolutamente bandite, si è sospeso per un attimo l’effetto narcotico delle stronzate. Busi ha semplicemente descritto come ci siamo ridotti, accennando a molti temi sconvenienti, nel modo scomposto che gli è stato consentito tenere. Ha parlato di ignoranza, di malcostume, di omofobia, di tasse, di Berlusconi, di clericalismo e di Papa Ratzi. L’ha fatto proprio dal tempio del rincoglionimento odierno, il reality show, attorniato da esponenti di una nuova e spaventosa specie di italioti, coi quali è impossibile comunicare. Ha deciso di lasciarli sull’isola a scannarsi tra loro, credendo tuttavia di dover riapparire in studio per continuare a dire quello che gli passa per la testa. Ma è riuscito a superare un limite invalicabile, andando a toccare la guida dei Cattolici. L’ha fatto proprio nei giorni in cui certe magagne del clero entrano nei tribunali e il marketing vaticano deve intensificare i suoi sforzi. Per cui, in virtù di una certa clausola risolutiva – non l’ho mai letta, ma so che deve esistere – presente nel contratto con Mamma Rai, Aldo Busi non potrà stare davanti alle telecamere della tv pubblica. E per quanto mi riguarda è meglio così. Stavo quasi cominciando a prenderci gusto, con quest’Isola. Ecco, l’ho spenta.

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