Buon compleanno, Tate Modern

Doris Salcedo, Shibboleth

La Tate Modern è stata aperta il 12 maggio di dieci anni fa. In dieci anni ci sono andato una volta sola, a pochi mesi dall’inaugurazione. Me ne vergogno non poco (per il fatto di esserci andato una volta sola, nel caso non fosse chiaro).  Luoghi come quello mi riempiono sempre di stupore e ammirazione. Stupore, per lo spazio in cui sono situati, innanzitutto. Uno dei musei più visitati al mondo, la TM sorge nella vecchia centrale elettrica di Bankside, una montagna di mattoni rossi di forma vagamente mesopotamica che per alcuni decenni ha rifornito di energia (e smog) mezza Londra, prima di diventare archeologia industriale, prima che il bruciare petrolio per produrre energia elettrica diventasse antieconomico. E’ sorella della più celebre centrale di Battersea, quella sorvolata dal maiale gonfiabile nella copertina di Animals dei Pink Floyd, la cui riconversione dovrebbe partire l’anno prossimo.

Che fare di un mastodonte simile? E’ un pezzo di memoria della città, mica lo puoi radere al suolo. Occorre riconvertirlo senza perderne le forme. Grandi volumi, grandi superfici: il luogo ideale per una grande galleria d’arte. Meglio se pubblica. Il consiglio di amministrazione della Tate a metà anni ’90 affida ad Herzog & De Meuron (mica Pizza & Fichi) il compito di farne la propria sede per l’arte contemporanea. Il che è solo la metà dell’opera. Perché uno spazio diventi luogo occorre vi sia una gestione intelligente. Ed ecco l’ammirazione. La Tate, nelle sue diverse articolazioni, è quello che in UK chiamano “Non-Departmental Public Body”, e cioè “a body which carries out functions on behalf of the government department that sponsors it, but is administered independently“.  E’ riuscita in dieci anni a far diventare una galleria pubblica un grande luogo di aggregazione, mantenendo la qualità della proposta sempre alta, riuscendo ad essere pubblica, cioè per tutti, anche coinvolgendo il privato: oggi i fondi pubblici coprono il 40% della spesa, il resto viene dalle sponsorizzazioni e dalle esposizioni temporanee. Sì perché, come per gli altri grandi musei di Londra, l’ingresso alla collezione è gratuito. Un meccanismo virtuoso, come si dice, che altrove, diciamo pure qui in Italia, non è proprio di casa. Ogni volta che penso alla Tate Modern mi viene in mente il Molino Stucky e la triste fine che ha fatto, regalato dai politicanti ad un palazzinaro per farci venire dei suoi simili nei weekend. O a Punta della Dogana, un altro pezzo di Venezia diventato giocattolo di lusso per un ricco bimbo cresciuto. Ma forse non può essere altrimenti. Ai paesi civili, le buone pratiche per le arti e la cultura. All’Italia, la bellezza in ogni pietra, che, al contrario di quella delle mignotte, non sfiorisce, e rende assai di più.

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