Carlo Mazzacurati – La Passione

Lido di Venezia, 4 settembre. Al termine della proiezione de La Passione di Mazzacurati eravamo in pochi a non applaudire, sotto al tendone in via Sandro Gallo. In Sala Grande, coi molti addetti ai lavori presenti, sembra sia andata anche meglio. Consenso di pubblico e di critica, come si usa dire. Per qualche istante mi è sorto persino un dubbio: “non sarò io quello che non capisce un cazzo di cinema?”.
Cesare Dubois (Silvio Orlando), regista in crisi, pressato dal produttore e dalla giovane attrice con la quale ha una relazione (Cristiana Capotondi) perché finalmente scriva un nuovo film, riceve una telefonata che lo costringe a partire per la Toscana. In un borgo medievale che immaginiamo dalle parti della Val di Chiana il protagonista possiede casa, giusto al di sopra di una cappella affrescata da un pittore del ‘500. Una perdita d’acqua dal suo appartamento ha danneggiato gli affreschi, e per evitare una denuncia alla locale Sovrintendenza alle Belle Arti, il regista è costretto dal sindaco (Marco Messeri) a dirigere la sacra rappresentazione del Venerdì Santo, tradizione che i paesani vogliono ripristinare. Ha solo cinque giorni per metterla in scena, mentre tenta di scrivere un film. Aiutato da un suo allievo ex-carcerato (Giuseppe Battiston), arriva a rispettare i termini del ricatto e nel frattempo inizia a cambiare la sua vita.
Se ne “La giusta distanza”, pur con qualche piccola goffaggine di sceneggiatura (l’intreccio “giallo” non maneggiato alla perfezione) Mazzacurati ci regalava ritratti e ambienti credibili, ne La Passione, dove un intreccio piuttosto semplice avrebbe consentito un lavoro approfondito sui personaggi, ripiega su di un campionario di cliché usuratissimi: il Regista In Crisi e l’Attricetta Oca, il personaggio collettivo della Provincia Italiana, trappola e salvezza per chi venga dalla metropoli senza le proprie protezioni sociali, la fanciulla dagli occhi belli che sta con il Musicista Stronzo ma scambia gran sorrisi con il protagonista, il vanesio attorucolo di provincia, interpretato da Corrado Guzzanti – il quale risulta francamente inutile e fuori contesto: un’interferenza da piccolo schermo, nemmeno divertente, fumo negli occhi per il pubblico. La stessa interpretazione di Orlando, mai così attapirato, sa di autoparodia televisiva. Sprecati, purtroppo, Battiston e il sempre ottimo Messeri, mentre le presenze femminili (Capotondi, Smutniak, Sandrelli) sono quasi puramente cosmetiche.
Arriva per ogni regista il momento nero della crisi creativa. Il vuoto di idee, dal quale ognuno esce nei modi e nei tempi che gli sono propri. Alcuni autori scelgono la via dell’autoreferenzialità, che è forse una cifra costitutiva del cinema, da sempre, probabilmente da quando è comparsa sul set una seconda macchina da presa a riprendere la prima. Ci sono esempi alti di questo tipo, da Effetto Notte di Truffaut a Nel corso del tempo di Wenders, e altissimi, come Viale del tramonto di Wilder. E’ un’operazione che riesce solo ai grandi registi, e nemmeno sempre. (Piccola assonanza: nello stesso giorno a Venezia viene presentato Passione di John Turturro, che una ventina d’anni fa fu diretto dai fratelli Coen nell’irrisolto Barton Fink, storia di uno sceneggiatore hollywodiano alle prese con un potente writer’s block).
Un cinema – o un’arte in genere – che racconti sé stessa nel suo farsi rischia molto, rischia di indisporre il pubblico, e il rischio cresce smisuratamente quando il racconto riguardi appunto le crisi, le empasse. La fastidiosa autoindulgenza forse non è nemmeno il più grosso difetto del film di Mazzacurati, che sconta una scrittura sciatta e meccanica, punteggiata da gag che fanno sorridere ma alla lunga stancano (la battuta migliore: “nel cinema ci si dà tutti del tu. Proprio come in galera”)
E’ la difficoltà di tenere insieme i vari registri che rende La Passione un film brutto, anzi bruttino. La scena di Battiston che cade dalla sedia durante l’ultima cena vorrebbe essere un tentativo di mischiare farsesco e patetico col quale solo i grandissimi possono misurarsi (banalmente, Pasolini ne La Ricotta). Qui il tentativo fallisce ma viene da chiedersi se la maggior parte del pubblico contemporaneo se ne possa accorgere, se ciò che il film fa passare sia il risultato intenzionale del “regista in crisi” Mazzacurati oppure di alcuni brutti automatismi che stanno ormai al di fuori del Cinema e permeano i gusti del pubblico. Qualcuno dovrebbe ad esempio spiegarmi la differenza tra le risate (le più convinte di tutta la proiezione al Palabiennale) del pubblico radical-chic di fronte ad un cristo obeso che due centurioni faticano a crocifiggere e le risate altrettanto grasse della maggioranza rumorosa di fronte agli scadenti equivoci di Vanzina-De Sica, perché io questa differenza, francamente, non la vedo. Personalmente, dovendo scegliere una Passione per finta girata in Toscana, preferisco di gran lunga quella – memorabile e realmente spassosa – di Amici Miei – Atto secondo (altra assonanza, proprio in questi giorni a Venezia si è visto un remake del funerale del Perozzi)
Nonostante le intenzioni dichiarate, mi sembra che l’attenzione per le storie degli umili e dei perdenti, che dovrebbero stare al centro della poetica di Mazzacurati, qui sia poco più che superficiale e macchiettistica, pretesto per la salvezza di un Ego in crisi, quello dell’Autore.
Ma che cos’è un autore? E’ qualcuno che teorizza sul cinema, un intellettuale? Non necessariamente. Un autore è qualcuno che conserva una profonda urgenza quando scrive e gira un film. Io mi domando dove sia (finita) questa urgenza in Mazzacurati. “È stato per me un film molto personale, intimo, anche difficile da fare”, dichiara il regista. Spesso le cose difficili vengono male, come in questo caso. Sarà per la prossima volta, a crisi finita.

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3 thoughts on “Carlo Mazzacurati – La Passione

  1. calogeromira scrive:

    Davvero “un film molto personale, intimo, anche difficile da fare”?

  2. bepiberto scrive:

    condivido totalmente;anche io durante la proiezione mi sono sentito uno che non capisce un cazzo di cinema. può anche darsi ma questo film è veramente inguardabile.

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