Impunito

Esule/rifugiato politico. La nostra lingua non è poi così ricca se dobbiamo mettere nella stessa categoria Battisti e i fratelli Rosselli. Dico, Cesare Battisti e Carlo Rosselli. Ma d’altronde questo è proprio il momento delle grandi ammucchiate: Battisti, Bettino, Carlo Rosselli, tutti quanti assieme (non) appassionatamente.

Dovrà almeno passare il Carnevale perché il Tribunale Supremo Federale del Brasile si pronunci sulla richiesta di scarcerazione del rifugiato politico Battisti, presentata dai suoi legali e sulla rinnovata richiesta di estradizione, presentata dallo Stato Italiano. In un paese senza memoria e fatto a pezzi dal berlusconismo, la riapertura del capitolo ‘anni di piombo’ riesce ancora a surriscaldare gli animi come pochi altri temi, a dimostrazione di quanto gli anni ’70 non passino mai di moda.
Riconosco di nutrire un pregiudizio insuperabile nei confronti di Cesare Battisti. Qualcosa che non ha molto a che fare con la ‘politica’. Non mi piace la sua faccia, ecco. Una faccia di cazzo, come ebbe a dire l’anno scorso Fulvio Abbate. Una faccia da impunito. Ma sono più gli effetti del surriscaldamento di cui sopra ad interessarmi. Quello che la vicenda Battisti tira fuori dalle persone che la osservano e la commentano, la loro visione del mondo.
A ridosso della decisione di Lula, in Italia si sono ricomposti i due fronti della polemica, che avranno ancora modo di scontrarsi nei prossimi mesi. Da una parte una larga maggioranza ‘bipartisan’ schierata naturalmente per l’estradizione. Il Sistema della liberaldemocrazia che il terrorismo ha sfidato, lo Stato monopolista della violenza, con i suoi rappresentanti, assieme all’area della fascisteria più o meno ripulita – gente che non abbiamo mai visto stracciarsi le vesti di fronte alla serena permanenza giapponese dello stragista Delfo Zorzi, per dirne una. Si è sentito ovviamente di tutto, dalla sacrosanta rabbia dei parenti delle vittime alle bouta(na)de dei soliti berluscones cerebrolesi (“boicottiamo il Brasile!”) subito smentite.
Dall’altra parte, i resti e le filiazioni di ciò che stava a sinistra del PCI. In sostanza, i bersagli diretti o indiretti della legislazione d’emergenza di quegli anni. La maggior parte di loro cova da allora un forte risentimento verso la magistratura, la quale fu almeno in parte – ai tempi del cosiddetto teorema Calogero – strumento di un regolamento di conti tutto interno alla sinistra. Conti non ancora del tutto regolati, come dimostrano certe odierne contrapposizioni.
Nel ’77  il Partito Comunista più grande dell’Europa Occidentale, a pochi passi dalla stanza dei bottoni, si scontrò con l’arcipelago variegato dei movimenti, da cui era germogliata anche la componente della lotta armata, altrettanto varia nelle sue ramificazioni. Nell’infinita proliferazione di gruppi, gruppetti, partitini armati, ognuno con la sua brava sigla, occupavano un posticino rispettabile anche i Proletari Armati per il Comunismo di Arrigo Cavallina, un signore che dopo dodici anni di galera è oggi attivo nel volontariato cattolico a Verona. Il corredo ideologico dei PAC era uno dei tanti sottoprodotti della sconfitta operaia: la pantomima di una rivoluzione impossibile finiva allora di consumarsi nel disperato tentativo di trasformarla in rivolta permanente. Una parte dei teorici dello scontro armato, di fronte alle micce bagnate del proletariato tradizionale, pensò che i combattenti adatti a quel frangente fossero da cercare nelle nuove e vecchie marginalità, nella delinquenza comune, nella teppa, tra quelli che lo Stato aveva già represso. Insomma, più di qualcuno (oltre ai PAC vanno ricordati i NAP) andava a raccattare i militanti in galera. Cesare Battisti era appunto uno di quei nuovi militanti che venivano dalla strada passando per il carcere. Un ragazzaccio dall’adolescenza difficile, si direbbe. Qualche rapina, una denuncia per atti osceni, un primo soggiorno in carcere. Lì Cesare incontra appunto Arrigo Cavallina (qui intervistato da «Il Giornale»), che lo rende edotto sul suo ruolo di rappresentante in armi del proletariato. Uscito di galera, Cesare inizia a girare con la pistola in tasca e l’invisibile divisa di rivoluzionario addosso. Quando poi l’esperienza dei PAC si conclude con gli arresti e i processi, ai quali non sfuggono i suoi compagni, riesce a darsi alla fuga. La dottrina Mitterand (qui descritta con sintesi efficace da Miguel Gotor) viene in suo soccorso. Per quindici anni Battisti gode delle garanzie dello stato Francese. Diventa uno scrittore di successo, scrive romanzi gialli, frequenta i salotti letterari e si rifà una vita.

Su Cesare Battisti il giallista non posso dire nulla: non ho letto i suoi libri. Sembra vadano molto bene in Francia e tra i suoi sostenitori, a vario titolo e in varia misura, si contano alcuni dei nomi più noti della gauche caviar parigina. Paese dall’ampio abbraccio, la Francia. Ha accolto tanto i terroristi in fuga dalle condanne quanto i rampolli degli industriali spediti al sicuro al di là delle Alpi. Tra i primi, Cesare Battisti, tra i secondi, Carla Bruni-Tedeschi, figlia del re della gomma, Alberto, riparata lì assieme alla famiglia. Nei suoi caffè e nelle sue università Parigi accoglieva tutti, difensori e demolitori dello status quo. Tra i tanti interventi all’epoca della concessa estradizione dalla Francia nel 2004, merita di essere segnalato quello di Daniel Pennac. Delle storie di Benjamin Malaussene, di Mo il Mossi e degli altri abitanti di Belleville non ricordo più molto, se non che mi sono stati simpatici dalle prime pagine. Ricordo anche Come un romanzo, che contiene il decalogo degli ‘imprescindibili diritti del lettore’, come quello di poter abbandonare un libro senza alcun senso di colpa. Nella sua lettera a Battisti dalle pagine di «Le Monde», Pennac si esprimeva così:

Il 10 luglio 1880, nove anni dopo la Comune di Parigi (insurrezione che fece più di trentamila morti!), i condannati furono graziati e amnistiati. E’ il 2004, i fatti che le sono attribuiti risalgono a quasi trent’anni fa ed eccola di nuovo gettato in galera, tradito dal paese che le aveva garantito rifugio e consegnato a quello che le rifiuta il perdono.

Mentre riflettevo sull’incongruo parallelo con la Comune di Parigi, mi sono ricordato di quel diritto a non finire un libro. La ricaduta etica di quel diritto mi  è apparsa subito chiara, se riferita al vissuto di Battisti. Uno che ad un certo punto ha buttato via il libro che aveva aperto, senza finire di leggerlo. Cioè senza affrontare le estreme conseguenze delle sue scelte. Questo mentre tanti altri protagonisti della lotta armata sono arrivati al fondo della loro esperienza, pagando i loro conti con la giustizia e in diversi casi riacquistando una voce nel dibattito pubblico (Renato Curcio ha fondato una casa editrice e viene invitato alle conferenze, Sergio D’Elia è stato parlamentare radicale). Certo in questo caso si parla dell’esecuzione materiale di omicidi e dei conseguenti ergastoli, mica di roba condonabile come una verandina abusiva o una banda armata senza morti sul groppone.

Ripercorrere la vicenda giudiziaria di Battisti non è semplicissimo, partendo da quel poco che la stampa di ogni tendenza ha pubblicato. Anche i più accalorati difensori italiani – Valerio Evangelisti, Wu Ming e i soci di Carmilla – mi sembrano affidarsi più alla retorica moralistica e identitaria (noi buoni loro cattivi) che non agli argomenti fattuali. Più che le reprimende sui pentiti e i confronti tra le nefandezze del Potere e l’esistenza dell’ingenuo proletario Battisti avrei preferito uno straccio di citazione delle ‘carte’ processuali. Pazienza.
Restando ai fatti, Battisti viene condannato in contumacia all’ergastolo per una serie di omicidi e rapine compiuti nel corso del ’78 e del ’79. Chi scrive allora era un poppante che abitava le regioni in cui i PAC mettevano in pratica il loro delirante concetto di giustizia proletaria. Il Nordest, giusto un attimo prima di diventare Il Ricco Nordest, pasciuto e addormentato, mosso solo da qualche sussulto xenofobo, era allora terreno di battaglia per il terrorismo di ogni colore.
In quei due anni, stando alle sentenze, Battisti avrebbe sparato a due poliziotti, Andrea Campagna e Antonio Santoro, avrebbe fatto il palo durante l’omicidio di Lino Sabbadin, macellaio veneziano, e avrebbe deciso assieme ai suoi compagni l’uccisione di Pierluigi Torregiani, un gioielliere milanese, senza parteciparvi materialmente. Responsabilità diretta in due casi, corresponsabilità materiale e ‘co-ideazione’ negli altri due.
La sua linea di difesa si basa sull’inconsistenza del dispositivo probatorio, cioè sul fatto che la sua colpevolezza sia quasi unicamente legata alle dichiarazioni di alcuni militanti dissociati e a quelle estorte con la tortura (per la precisione con il waterboarding, per chi è interessato a questo genere di particolari). Battisti si proclama innocente su tutta la linea. L’hanno incastrato gli infami prezzolati dai giudici comunisti come Spataro, dice Battisti (che ricorda un po’ quell’altro, l’amico dell’esule Bettino, n’est-ce pas?), e poi c’era la guerra civile e  la repressione poliziesca al di fuori di ogni regola democratica ecc. E’ vero, quello che successe in quegli anni nel Paese non è qualcosa di cui in una democrazia si dovrebbe andar fieri. Dalla legge Reale del ’75 a quella Cossiga del ’79, fino ai primi anni ottanta, le sospensioni dei diritti costituzionali furono maledettamente frequenti. Anche di quell’assaggio di stato di polizia dobbiamo ringraziare i ragazzini con le mitragliette.
Qualunque sia la verità. proprio in virtù della necessità – contraria al decalogo di Pennac – di ‘finire il libro’, e chiuderlo una volta per tutte, io credo che Battisti debba confrontarsi con la giustizia italiana, con tutto ciò che questo comporta per la sua persona. E chi lo difende dovrebbe difenderlo qui, anziché pagargli il biglietto aereo per qualche puerto escondido. O almeno riflettere sulle conseguenze possibili del proprio atteggiamento: chi crede che non sia possibile far valere la propria innocenza in un tribunale italiano oggi avrebbe tutti i motivi per prendere le armi e sollevarsi contro lo Stato. (In alternativa, diventare Presidente del Consiglio e cambiare la Legge a proprio uso e consumo. Sovversione o eversione. Una delle due eventualità si è già presentata.)
Si suppone che chi scelse la via delle armi contro lo Stato fosse ben consapevole dei rischi a cui si esponeva. Il rischio di morire ammazzati, innanzitutto. E il rischio di perdere la libertà. Molti hanno accettato con coraggio le conseguenze delle proprie scelte. Anche le conseguenze ingiuste, o ritenute tali. Altri no. Insomma, salta agli occhi la differenza umana tra un Sofri e un Battisti. “Che fai, pure tu il moralista?”. Sì, ma non solo. In realtà mi lasciano sempre perplesso i riferimenti, così gesuitici, al pentimento, anche nella sua definizione più tecnico-giuridica di ‘dissociazione’. Vorrei una giustizia che recuperi e non punisca soltanto. Ma il recupero passa per la riconciliazione e l’accettare di venir giudicati dal proprio vecchio nemico è la condizione necessaria per ogni riconciliazione. “Ma sono passati così tanti anni!”. Certo, per chi non crede all’utilità dell’istituzione carceraria l’autorecupero, chiamiamolo così, di Battisti, che ha smesso di fare il pistolero, è diventato uno scrittore di successo, ha una bella famiglia e tanti amici famosi e intelligenti, potrebbe essere più che sufficiente. Nemmeno io credo che il carcere serva a qualcosa. Non vedo però che cosa dovrebbe distinguere Battisti dalle decine di migliaia di carcerati per reati ‘comuni’, se colpevole, o dal numero imprecisato di vittime di errori giudiziari, se innocente. Dovrebbe forse contare l’appartenenza alla sua setta di invasati, autonominatisi rappresentanti del Popolo e giustizieri in suo nome? O quella alla categoria degli scrittori? Per quanto mi riguarda, l’unica cosa a contare è la responsabilità personale dell’individuo. Le condanne o le assoluzioni collettive fanno parte di culture totalitarie che mi schifano alquanto.
Ma ora lasciamo perdere le scelte personali del fuggiasco. In fondo nessuna bestia, a quattro o a due zampe, si fa mettere volentieri in gabbia. Se ci ingabbiano, tentiamo di fuggire. Non è quindi la fuga in sé ad esser degna di riflessione. Magari in un romanzo, chissà. Le domande che rimangono aperte sono quelle relative alla straordinaria mobilitazione dell’intelligentsia di sinistra in sua difesa. Uno si domanda quante e quali siano le motivazioni di quegli intellettuali. E’ semplicemente garantismo da “sinceri democratici”, rivolto alle vicende di una democrazia debole e malata come quella italiana? E’ la fascinazione romantica gauchiste per la figura del guerrigliero? O il desiderio di concretizzare il proprio impegno attraverso la protezione di un (sedicente) antifascista? (I Rosselli ammazzati, Battisti libero e autore di gialli: com’è vero che la Storia si ripete sempre due volte, la prima come tragedia, la seconda come farsa).  E’ forse una sorta di senso di colpa, o di  inconfessabile debito di riconoscenza, verso chi a suo tempo prese le armi, immolandosi al posto loro? E’ un atteggiamento frutto della complicata e costante attività proiettiva dell’intellettuale, che di volta in volta individua un capro/pollo da sacrificare? In questo caso si tratta di uno “sbandato, un teppistello”, come lo definiscono i neoepici di Carmilla. Trent’anni fa poteva servire a mettere in pratica la rivolta permanente, oggi a rivendicare la propria esistenza – a sé stessi in primo luogo. Da parte di francesi e brasiliani non trascurerei, infine, una certa dose di ignoranza, come ci ricorda il giornalista brasiliano Mino Carta. Forse è ancora un problema di proiezione da parte di chi ha vissuto sulla propria pelle una dittatura militare e confonde gli assassini in fuga con i perseguitati politici.


Com’è piena di paradossi la realtà.
I PAC assassinarono il poliziotto Andrea Campagna perché questi avrebbe partecipato ai pestaggi subiti da alcuni militanti arrestati. E Battisti ha vissuto protetto in un paese nelle cui celle si può fare la fine di Daniele Franceschi (analoga a quella di Stefano Cucchi), il cui caso non sembra aver provocato grandi appelli da parte della gauche caviar e della sua portavoce preferita. In risposta ad una lettera della madre di Franceschi, arrestata per “vilipendio alle istituzioni francesi”, Carlà si è limitata a dichiarare la piena fiducia nella Giustizia del suo paese d’adozione. Grazie, Carlà.
Altro paradosso: i PAC assassinarono Torreggiani perché si era fatto giustizia da sé. Ora Battisti è considerato rifugiato politico da un paese in cui gli squadroni della morte agiscono più o meno indisturbati nelle favelas per fare ‘pulizia’.
Tutto questo senza mai dimenticare che la Francia è patria dei diritti dell’Uomo, e il Brasile ha scelto ormai da anni una guida progressista e illuminata, prima con Lula, ora con Dilma Roussef. Com’è complicata la realtà.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , , , , ,

2 thoughts on “Impunito

  1. Caro Federico, che rabbia, hai scritto quasi tutto quello che avrei voluto scrivere io su Battisti (e in parte ho scritto), e lo hai scritto molto meglio di quanto lo abbia fatto io. Complimenti.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: