Mirafiori, vince il Sì

Una vittoria non schiacciante, e tuttavia l’esito del referendum sembra rappresentare l’ennesima sconfitta operaia – per qualcuno un’episodio esiziale, che ridefinisce una volta per tutte la natura delle relazioni sindacali in Italia. Nondimeno, esistono ancora delle sostanziali differenze tra l’operaio di catena ammarigano e il suo collega torinese, a partire dal fatto che a Torino non si è mai guadagnato quanto a Detroit, ma nemmeno si è accettato di veder il proprio stipendio ridotto a meno del 50%, come è accaduto alla Chrysler-Fiat guidata da Marchionne. Com’è ovvio, alla vittoria del sì ha contribuito il voto dei quadri e probabilmente quello degli ultimi arrivati tra gli addetti alle linee di montaggio, che ritardano così di alcuni anni (quanti?) la definitiva partenza di Fiat Auto dall’Italia. Credo si debba riflettere sulla scelta di FIM di organizzare l’incontro pubblico del fronte del sì in un luogo ‘neutro’ e distante dall’esperienza operaia come la Galleria d’Arte Moderna. Al di là dei pistolotti sulla responsabilità, sulla difesa del posto di lavoro, sembra che i sindacati confederali guardino un po’ più avanti, verso l’economia dell’immateriale. Sembra che una vocina dica: «Mandate i vostri figli alle accademie di belle arti, fateli studiare da curatori, pagategli un master di fotografia. L’industria qui ha i giorni contati, le arti visive sono il presente e il futuro delle nostre città!»

Alla peggio andranno a fare le pulizie alla GAM.

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