Hereafter, l’aldilà del Cinema

Clint Eastwood è un regista difficile da incasellare. Ai tempi degli Spaghetti Western ci si riferiva a lui come all'”attore cinematografico di destra più amato dagli spettatori di sinistra”. Da regista, soprattutto negli anni della sua piena maturità, è riuscito a sorprendere molti, se non tutti, con alcuni film straordinari, rimanendo un director, non un autore nel senso europeo del termine: l’ultimo Hereafter, sceneggiato da Peter Morgan (Frost/Nixon) era un progetto pronto da tempo e proposto a Eastwood da Dreamworks dopo una travagliata fase di riscrittura. Certo, il grande director può rifiutare le proposte. Ed Eastwood, a 80 anni suonati, compie le sue scelte con una certa ponderazione.

In Hereafter sono raccontate tre storie destinate ad intrecciarsi: Marie, telegiornalista francese, sopravvissuta allo tsunami in Indonesia e ad una quasi-morte che l’ha segnata nel profondo, George, sensitivo americano in grado di ascoltare i defunti, condannato dal suo dono/maledizione ad una vita di solitudine. Marcus, un bimbo inglese figlio di una madre tossica, che perde il suo amato gemello e tenta di trovare un modo per comunicare con lui. Un triangolo S.Francisco-Parigi-Londra che vedrà ricomporsi i traumi e le solitudini dei protagonisti.

Quello che vediamo in Hereafter è un cinema che non si fa più. Eastwood è l’ultimo grande esponente di un classicismo hollywoodiano che Hollywood stessa ha negato e abbandonato decenni fa. E’ quindi anche un cinema che il pubblico non cinefilo (cioè la quasi totalità del pubblico) non è più abituato a vedere, un cinema che non rispetta la divisione dei registri e il canone contenutistico odierni. Da una storia in cui sia presente un qualche elemento sovrannaturale, il c.d. Grande Pubblico è abituato ad attendersi uno scary movie, ossia un prodotto concepito per provocare spavento animale che in tarda serata diventerà rilassamento alla pizzeria del multisala. Il punto è che la spettacolarità visiva di Hereafter si riduce grossomodo alla sequenza dello tsunami, e il rilascio di adrenalina è provocato nei primi dieci minuti, salvo alcune brevi impennate successive. Alla fine del film, la massa in attesa del film d’azione o ‘di paura’ risulta quindi delusa ed annoiata. Il pagante colto o semicolto, dal canto suo, educato al postmodernismo, compie un’esperienza imbarazzante. Tanto per cominciare, la storia ha una linearità assolutamente limpida e priva di sottotesti da fare a fettine in qualche laboratorio di decostruzione critica. Ma il vero imbarazzo sorge di fronte ad un tema che crediamo di aver rimosso totalmente dal nostro orizzonte. Le discussioni sul post-mortem e sulla possibilità di comunicare con i defunti sono lontane sia dalla quotidianità che dall’esperienza intellettuale dell’europeo medio, secolarizzato o meno, e tuttavia estremamente popolari negli States, non solo a livello di cultura di massa. A titolo di esempio, la questione delle Near Death Experiences è tra le riflessioni di Harold Bloom – nientemeno – in Omens of Millennium: The Gnosis of Angels, Dreams, and Resurrection (trad. it. Visioni profetiche – Angeli, sogni e resurrezioni, Il Saggiatore, finito presto tra i remainders). A scanso di equivoci: Hereafter non lancia alcun ‘messaggio’ in questo senso. E’ cinema. Potrà piacervi anche se vostra nonna non vi ha mai dettato i numeri del lotto in sogno, perché in fondo si tratta della storia di un felice incontro tra emarginati, nel segno di ciò che ci unisce tutti quanti,  e cioè la finitezza nostra e di chi ci sta accanto. Una storia girata con mano delicata da Eastwood, che muove la mdp con grande discrezione e umanità, senza forzare gli attori ad intepretazioni meno che misurate, il che, in un momento in cui la gigioneria à la Johnny Depp è lo standard («forza, attore, o ti sostituiamo con un avatar in CG!»), rappresenta una vera boccata d’aria fresca. Bravi Damon e la De France, ma una parola in più va spesa per i due piccoli straordinari gemelli dallo sguardo triste, Frankie e George McLaren. La scena in cui Marcus e Jason inscenano un quadro familiare perfetto ad uso degli assistenti sociali è a mio avviso uno dei momenti più toccanti del film, nel quale ovviamente non mancano i momenti di commozione. A molti spettatori emotivamente (e forse analmente) ritentivi, quel genere di incontrollabile reazione risulta fastidiosa, al punto da condizionare un giudizio complessivo. Peccato, perché si tratta di emozioni oneste, di lacrime nobili. Molto lontane dalla violenza emotiva e dalla sostanziale disonestà di Von Trier, e altrettanto distante dai drammi ‘barocchi’ di Iñárritu (comunque preferibile a Von Trier!), vicine semmai a Charles Dickens – l’autore preferito da George/Damon, che ne tiene un ritratto appeso nel proprio appartamento e ne visiterà la casa-museo londinese.

Solo a titolo di suggestione personale , arrischio una lettura metacinematografica di Hereafter, a partire dalle figure dei tre protagonisti e dal triangolo geografico in cui si situano le loro vicende. Sembra di vedere lo schema potenziale per una sorta di utopia cinematografica: 1) George, cioè l’America: la sapienza tecnica, i mezzi produttivi 2) Marie, cioè Parigi, la libertà, l’indipendenza, l’impegno 3) Marcus, cioè Londra, cioè Dickens: la maestria nella narrazione. Se certo cinema è morto da tempo, è consolante immaginare un Aldilà che segua questa triade.

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One thought on “Hereafter, l’aldilà del Cinema

  1. marco1946 scrive:

    concordo
    l’episodio in cui i due gemelli PROTEGGONO la madre tossica dai funzionari del welfare state è degna di Dickens

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