La montagna disincantata

Decisione quantomai saggia, quella di lasciare il carnaio veneziano nel weekend del Redentore – una festa che è sempre più fiera delle volgarità contemporanee e sintomo dei mali di Venezia. Scusate, a queste magagne penso tutti i giorni, ho bisogno di staccare anche solo per poche ore. E così, io e M. abbiamo preso il nostro trenino e abbiamo risalito la valle del Piave, destinazione Tre Cime di Lavaredo. L’idea è quella di passare la notte al Rifugio Auronzo, per compiere il canonico giro tutt’attorno alle cime nel mattino di domenica. A Calalzo proseguiamo in autobus verso Auronzo. La quale, nota per il lago dall’incredibile azzurro Epson, è anche sede del ritiro estivo della Lazio, come ci ricordano innumerevoli bandiere e drappi biancazzurri. Una locandina ci avvisa inoltre della presenza di Erri De Luca, che lunedì verrà a parlare di non so più cosa e che è un grande appassionato di montagna.

Il rifugio Auronzo è un piccolo albergo spartano ai piedi della parete sud delle Tre Cime, gestito da gente simpatica e in gamba. E’ appunto spartano, ma caro, come tutti i rifugi. Cinque euro per i tre minuti della doccia a gettone, che naturalmente non faremo. Una breve passeggiata nel tardo pomeriggio fino al rifugio Lavaredo prima che tutte le cime e le valli spariscano nel bianco e inizi un temporale. Avendo optato per la mezza pensione, decidiamo di gonfiarci di cibo e andar presto in branda. Il potere che la montagna ha su di me si riassume in un piacere altrimenti sconosciuto a noi ghiri: quello di alzarsi riposati alle sei del mattino. In un paio d’ore di lento risveglio e colazione, ci mettiamo in cammino in direzione Nord, lungo il sentiero 101.

Durante la Grande Guerra – oggi forse il più dimenticato dei conflitti moderni, nonostante il mondo come lo conosciamo oggi abbia avuto origine allora – attorno e sopra a quelle tre gigantesche zanne di dolomite persero la vita migliaia di giovani sudditi degli Asburgo e dei Savoia.  Sul versante italiano, in pochissimi giorni, a dicembre del 1916, ne morirono più di diecimila. Per il freddo, più che per le pallottole. Erano fanti mal equipaggiati, venivano spesso dal profondo Sud, mandati a morire per spostare quel maledetto confine un po’ più a Nord.  Gallerie, camminamenti, postazioni di tiro scavate nella roccia, residuati bellici di cui sono stati disseminati i ghiaioni per decenni (ma qualcosa ancora si trova, a cercar bene) sono oggi, assieme a qualche targa o croce, gli unici segni di quella carneficina. Segni minimi, quasi invisibili, nascosti dalla mole delle Drei Zinnen (le tre ‘zinne’, certo). Oggi, al rifugio Tre Cime, quartier generale austriaco in quegli anni, convivono, in un pacificato ricordo di taglio più alpinistico che militare, Sepp Innerkofler e Piero De Luca (non credo parente di Erri, ma non si sa mai: gli scrittori son gente piena di risorse). Resi nemici dai casi della Storia, si arrampicavano da versanti opposti. Quando il bergführer incontrò l’alpino, l’alpino, pare, lo fece precipitare con una pietrata in testa. Il rifugio, punto di vista più celebre delle cime, è puro Tirol, anche se dedicato discutibilmente ad Antonio Locatelli, gloria dell’aviazione fascista, abbattuto durante l’ignobile guerra d’Etiopia. Messo insieme l’ultimo contante (no bancomat!) ci mangiamo un piatto di canederli, che ci scaldano un po’ , e riprendiamo il cammino. Una piccola deviazione giù per il sentiero 102, che arriva sino a Sesto Pusteria, oltre i laghetti la cui acqua finisce nel Mar Nero – attraverso la Drava e poi il bel Danubio Blu –  e poi di nuovo sul 105, per tornare al lato sud, incontrando le mucche al pascolo.

In montagna sono cresciuto, senza un attaccamento particolare e senza alcun sapere da trasmettere. ma con un grande rispetto per l’unico ambiente in cui riesco a fare il vuoto dentro me stesso,  a recuperare la giusta misura delle cose. Non amo lo sport né il culto dello sforzo fisico ma mi piace camminare.  La camminata, termine che preferisco di gran lunga all’antipatico trekking, è una pratica dalla doppia valenza. Guarda al dentro come al fuori. Camminando si costruisce il walkscape, facendo dello spazio un luogo, lavorando allo stesso tempo sulla propria interiorità. La camminata in quota, poi, rappresenta in modo perfetto la rarefazione del pensiero, che diventa essenziale. E’ come se le menate faticassero a seguirci in vetta. In montagna il camminare è anche il giusto prezzo per avere almeno un assaggio di Sublime. Esisterà poi una qualche corrispondenza tra le altezze geografiche e quelle dello Spirito? La Chiesa Cattolica sembra di quest’avviso, e la strada che porta verso Misurina è da decenni disseminata di colonie estive a gestione più o meno pretesca. Non mi interessa nemmeno tentare un’analisi socio-antropo-ideologica sulla cultura del soggiorno montano. “La montagna è di destra, il mare di sinistra”, e via dicendo. Credo ci sia qualche problema con l’essere umano in genere, ovunque esso metta piede, al mare come in montagna come in città. Dopo aver salutato le graziose vacche al pascolo, sul sentiero che porta alla Forcella del Col di Mezzo, ci imbattiamo in una famigliola intenta ad urlare in coro per sentirsi restituire dall’eco la cacofonia delle proprie voci. Forse è proprio questo il fine della loro escursione.

“Non si dovrebbe urlare in montagna”, dico bonariamente

“Dipende”, dice, sorridendo pure il capofamiglia

“Io ho detto la mia….” mollo subito la presa: la serenità alpestre ha la meglio sulla vis polemica!

Dipende? Ma pure il coraggio di rimbeccare, ha? Mentre fa da direttore del coro a figli e mogliera? Transeat. Proprio pochi attimi prima M. mi aveva fatto notare un rumore di rolling stones. Sassi fatti cadere dalla parte superiore del ghiaione, percorsa da un’altra traccia? O è stata una di quelle scossette di terremoto di cui avremo notizia tornati a casa (no, era troppo presto. Rimane il fatto che in montagna non si deve gridare). Non che questo piccolissimo episodio mi abbia in qualche modo rovinato il fragile stato di grazia conquistato ai piedi delle cime. A turbare la mia serenità, facendomi di molto incazzare, ci ha pensato invece il gestore del negozio “Souvenir Coltelleria ‘La Britola’” di Misurina.

Luogo stupendo e a tratti inquietante, Misurina. Una leggenda struggente, un lago, cinque alberghi, una seggiovia, un sanatorio a metà tra l’ospedale dello Zauberberg e l’Overlook Hotel, qualche venditore di prodotti tipici (ottimi formaggi di malga) e souvenir. Tra gli immancabili coltellini Opinel, le cartoline, i posacenere, gli zerbini a forma di riccio e i portachiavi, appesa in bella mostra all’ingresso c’è una maglietta con tanto di croce cerchiata ed aquila. A Misurina ci sono italiani, tedeschi, inglesi, francesi, americani, russi ed israeliani – questo ad un ascolto distratto delle lingue parlate in quel momento; le Dolomiti sono una delle tappe del turismo globale.  Penso alla figura che ci facciamo, in quanto italioti. Guardandomi attorno noto anche gli immancabili calendari di Mussolini (un must che avevo già visto all’edicola della stazione di Mestre) e vari ammennicoli da nazimbecille. Un’altra t-shirt riporta il motto delle SS (“il mio onore si chiama fedeltà”) alla cui lettura il mio stomaco si ribella. Vado quindi a correggere l’acidità con un infuso di melissa nel bar a fianco, e capisco che il weekend sta per finire.

Annunci
Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: