I leghisti da vicino

Sono comparsi come dal nulla, gli stand che vendevano la “pasta padana  formato Sole delle Alpi” o gli accendini dei “Volontari Padani”, e soprattutto l’enorme palco dal quale lo stanco leader e i vari suoi pretoriani hanno fatto i loro discorsi. Efficientissimi, hanno montato tutto di notte, o la mattina molto presto, ed hanno smontato tutto senza lasciare nemmeno un pezzetto di nastro adesivo. Questo bisogna riconoscerglielo, son gente ordinata. Io e M. abitiamo a cinquanta metri da Riva Sette Martiri che, prima e più che luogo scelto dalla Lega da ormai quindici anni per la sua “Festa dei popoli padani”, è un importante luogo di memoria della Resistenza. Chissà se il popolo leghista qui convenuto ne sa qualcosa. Eppure il Bossi ha rispolverato in quest’occasione l’uso retorico della parola fascismo, prendendosela non ricordo più con chi. L’impianto PA è potentissimo, anche tenendo le finestre chiuse sentiamo tutto. Sono ordinati, ma fanno un gran baccano. «Bo-ssi! Bo-ssi!» Ad un certo punto usciamo per vederli da vicino. Il malessere è forte, ma in fondo l’impressione generale è la stessa che tempo fa mi aveva ispirato queste righe:

Mi ricordo degli scemi di paese che i genitori, spesso anziani e a loro volta bisognosi di cure, affidavano alla parrocchia. Li vedevi passare in piazza, a gruppetti di tre o quattro, guidati da una suora baffuta. Col tempo ho imparato ad associare le etichette della medicina alle cause della loro marginalità: schizofrenia, deficit intellettivi, autismo. Ognuno di loro, singolarmente, manifestava un qualche guizzo di personalità interessante, o un talento particolare. Ad esempio, mi ricordo di B., un signore ritardato di quarant’anni, alto due metri, la faccia di Klaus Maria Brandauer. Il prete gli faceva portare la croce ai funerali, ma ben altro era il talento di B., che possedeva una memoria realmente prodigiosa. Avendo accesso in qualche modo ai registri parrocchiali, B. li aveva mandati a memoria, e conosceva la data di nascita e i legami di parentela di alcune migliaia di abitanti del paese (almeno, questa era la sua pretesa). Nessuno tra quei ‘matti’ era violento o pericoloso. E nessuno di loro è arrivato alla vecchiaia, il loro cuore ha ceduto prima. Ignorati, protetti o segregati, nelle loro vite hanno potuto decidere poche cose, forse solo il gusto del gelato offerto loro dalla suora baffuta. Quando vedo i leghisti oggi penso ad una sorta di favola grottesca, nella quale i provinciali che hanno perso i loro vecchi padroni – vinti dalla Storia – scelgono di essere guidati dallo scemo del villaggio e lo portano in trionfo, venerandolo come un eroe o un santo, raccogliendo nei reliquiari il filo di bava che scende piano dagli angoli della sua bocca.

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One thought on “I leghisti da vicino

  1. […] più notevole della fine di Bossi è nel suo essere una fine così violentemente esplicita. Allo scemo del villaggio, privato del potere almeno formale che la folla proiettava su di lui, è concessa forse […]

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