Wu Ming e la macchina di papà

[N.B. A scanso di equivoci: io possiedo un Mac e ci lavoro bene. Ho anche un iPod, uno smartphone con Android e un Kindle. Chi fa il mio lavoro deve conoscere le modalità di fruizione della cultura e di utilizzo della rete. Ma cerco di non essere feticista, di non rimuovere lo sfruttamento che sta a monte di questi prodotti. E’ uno sforzo improbo, ma bisogna compierlo.] (Wu Ming 1, 2011)

E’ di questi giorni il post di Raffaele Ventura su Eschaton a proposito di un intervento del Molto Onolevole Lobelto Bui (Wu Ming 1), sul “feticismo della merce digitale”. Nel dibattito che segue compare inevitabilmente il nome di Toni Negri e si fa cenno ai legami in via di allentamento tra il postoperaismo e le posizioni dei wuminghi. Che sia tempo di qualche bilancio? Io credo di sì.
In termini grossolani ma non troppo, il nocciolo antico dell’operaismo negriano (e del primo Tronti) consiste in un totale rovesciamento di prospettiva, per cui sarebbe lo sviluppo del Capitale ad essere determinato dalla classe operaia, e non viceversa. A partire da questo soggettivismo radicale è facile cadere preda di allucinazioni. Ecco quindi che le sconfitte operaie sono state lette come vittorie – “abbiamo [?] distrutto la Fabbrica”, dirà Negri. In questo quadro il Capitale è di volta in volta costretto a confrontarsi con un nuovo soggetto sociale antagonista, che sostituisce il precedente: operaio massa, operaio sociale, cognitario, eccetera.
Una narrazione di questo tipo fonda necessariamente il suo lessico su Marx. Per potersi però distinguere dai competitor più odiati di sempre (il movimento operaio secondterzequartinternazionalista, gli “ortodossi” e in particolare il Piccì), gli operaisti si sono rivolti a testi lontani dalla vulgata, a chicche marxiane come i Grundrisse, con il famigerato Frammento sulle macchine, o al capitolo sesto inedito del libro primo del Capitale. Come si fa per mangiare un pesce? Lo si pulisce. Ecco, operando un altro rovesciamento (oh, quanto ci piace), anziché buttare i visceri e tenere la ciccia, facciamo l’incontrario. Ci teniamo le interiora del pesciolone Marx e le cuciniamo. Del sapore originario, nel corso degli anni continuamente ricucinato in salsa francese (la cucina molecolare di Gilles Deleuze) e servito da personale ammarigano (il cameriere Hardt), è rimasto ben poco, ma va bene così.
Nel frattempo le fabbriche sono scomparse sul serio dall’orizzonte sociopolitico dell’Occidente, e la Rete sta al centro di tutte le economie sviluppate. Qualcuno deve aver pensato: Il Piccì infame ha stroncato l’Autonomia? l’Autonomia fotte tutti coi PC. Ve-ve-vendetta!
Ricordo un’intervista a Toni Negri nella quale il Nostro parlava del “grafico informatico che chiede il software libero“, citandolo tra le figure emblematiche del nuovo proletariato cognitivo, al centro dell’economia dell’immateriale, eccetera. Un po’ come quei nonni che imparano ad usare l’e-mail, Negri ispira tenerezza (purché non sorrida, ovvio).
Di chi parla Negri? Chi è stato protagonista e fruitore principale di quella narrazione, tra la fine dello scorso millennio e l’inizio di questo? A partire dalla coda dell’Autonomia, attraverso i collettivi antimperialisti attivi negli anni ’80 e l’esperienza dei centri sociali (a Nordest in particolare), fino alle avventure editoriali di Wu Ming, si forma un soggetto abbastanza ben definito socialmente ma abbastanza indefinito politicamente da non poter essere rappresentato. E infatti si rappresenta da sé – attraverso formule spettacolari dotate di una loro efficacia, e produce pure da sé (in questo forse sta l’illusione del Comunismo che è già qui) i propri manufatti culturali, trascendendo la categoria tradizionale dell’intellettuale. Si tratta di scrittori-attivisti, artisti-attivisti, curatori-attivisti, architetti-attivisti, filmaker-attivisti, in larga parte giovani borghesi aventi pieno accesso alle stanze dell’industria culturale.
Questa moltitudine di ragazzi diventati grandi si è accorta da qualche tempo di non aver più bisogno di maestri, e d’altronde Negri appare piuttosto stanco da un punto di vista teorico. Il professore non è più da lungo tempo un cantore dell’insurrezione. Oggi alterna generiche tirate sullo sfruttamento a riflessioni su lavoro “cooperativo” e general intellect – che avrebbero reso comunista il capitalismo globale –  con qualche apertura minimalista alla “socialdemocrazia”, addirittura. E’ arrivato quindi il momento di una presa di distanza da parte di alcuni esponenti di punta di quell’area che parla il postoperaiese.

Il punto è che questo momento edipico, già di suo non così deciso, si risolve in un pasticcio tremendo.
Deluso dalla cyberutopia e dal mancato avverarsi della profezia negriana sul Comunismo-che-è-già-qui, Wu Ming 1 tenta la via dell’emancipazione. Basta con le interpretazioni forzate e le formule incantatorie, basta pugnette, torniamo alla sostanza delle cose!
L’articolo si apre con l’annuncio di una scoperta: l’industria informatica e l’e-commerce possiedono una componente ‘hard’ di produzione materiale (che non è scomparsa!), in cui si compie lo sfruttamente del lavoro. I magazzinieri di Amazon, i minatori che si ammazzano per il Litio o il Coltan, “soccia ragassi, ma questi sono sfruttati per davvero!!!”
Il resto è una tardiva (ri)scoperta di Marx, in una sorta di esposizione divulgativa, apparentemente ad uso dell’utonto medio digitalconnesso. Tutto qui? Eh no, perché almeno un mortaretto, di quelli che si fanno scoppiare durante le feste patronali dei “deleuziani di rito negriano”, bisogna tirarlo fuori. Serve un’ultima formula incantatoria, o almeno un qualche tipo di disvelamento. Eccolo qui, il disvelamento: apprendiamo grazie a Wu Ming 1 che persino l’attività di cazzeggio su fessbook – certo, sbirciare i profili delle tipe o condividere le foto dei bagni al mare – rappresenta una forma di pluslavoro. Nientemeno.

“Tu su Facebook di fatto lavori. Non te ne accorgi, ma lavori.”

Uhm. Domanda da ingenuo lettore di Marx: ma se fessbook rappresenta il pluslavoro, da che cosa sarebbe rappresentato il lavoro necessario, al quale il primo concetto è legato? Rimanendo nella stessa sfera della “produzione” dei social network, che si fa? Consideriamo le prime due ore di cazzeggio come lavoro necessario, e il resto come “pluslavoro”? No, “è tutto pluslavoro, perché non si viene pagati”, dice Bui. Non importa. Nella chiusa Wu Ming – com’è giusto, trattandosi di scrittore-attivista – immagina, prefigura, auspica una saldatura delle lotte degli operai che assemblano i computer in Cina con quelle portate avanti da questi ragassi qui.

Lobelto Bui mi ispira simpatia e tenerezza. La tenerezza che a volte (quando non sorride) mi ispira il vecchio Negri. Perché scavalcando Negri per tornare a Marx, Wu Ming sta per così dire prendendo il macchinone di papà.

Sorge però il dubbio che il Marx citato non sia Karl, ma Louis.

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4 thoughts on “Wu Ming e la macchina di papà

  1. mm1 ha detto:

    ho risposto anche al tuo post in un commento al post di eschaton di cui tu parli.

    salutiamo,

    ciroppi

  2. eulerCM ha detto:

    Ho cercato di fargli capire che non era il caso di parlare di pluslavoro su Facebook, ma non c’è stato verso.
    Per la prima volta nella mia vita sono stato bannato da un blog e da una comunità su Internet.
    Il dissenso su Giap non è ammesso.

    Da qui cominciamo i miei commenti sul post.

    Sono felice di aver trovato questo post e complimenti.
    Sono convinto che i Wu Ming siano assai tossici a sinistra.

    Ciao
    Claudio

    • Federico Gnech ha detto:

      Bravo, hai fatto la tua conoscenza con gli squadristi di sinistra. Non sapevo che il dibattito durasse ancora…che pizza, però.
      Oh, sul Mulino di Amleto dissento radicalmente: è un libro bellissimo.

      • eulerCM ha detto:

        Eheheeh, non lo metto in dubbio, ma il contributo, diciamo così, scientifico sembra molto basso.

        Un po’ come il post di Roberto Bui 🙂

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