Impressioni d’ottobre

Su gentile richiesta di mm1 e Shylock, curiosi della mia opinione sui fatti di sabato scorso, copincollo un mio commento da DIS.AMB.IGUANDO. Ad integrazione del dibattito sul blog di Giovanna Cosenza, segnalo anche un post di Marco Rovelli su Nazione Indiana.

Una volta tanto sono d’accordo con le osservazioni di Wu-Ming: scendere in piazza non serve più, il giocattolo si è rotto.
Purtroppo la facilità con la quale la Rete rende possibili le mobilitazioni ha dato in mano a gente inetta la responsabilità di muovere e gestire le folle. Su questo qualcuno dovrebbe fare un esamino di coscienza, magari scegliendo di dedicarsi alla pubblicità o alla grafica anziché giocare coi movimenti sociali. Detto questo, i fatti di sabato non si spiegano unicamente come un problema di modalità organizzativa e/o comunicativa (di “format”, è stato detto). I “disperati” hoodies con le loro felpine nere sono una piaga che in altri tempi, come altri hanno già scritto, veniva sistemata senza tanti complimenti dai servizi d’ordine. Ma la domanda principale è: CHI dovrebbe dotarsi di queste strutture? Cioè, in altri termini: chi sono gli indignati? Qualcuno chiederebbe: qual è la loro “composizione di classe”? L’impressione, senza che nessuno si debba offendere, è un po’ da armata brancaleone.
In piazza c’erano precari di tutti i tipi, i rappresentanti di tante piccole battaglie locali (no TAV, no Dal Molin, acqua pubblica etc.) più o meno condivisibili, c’erano i Cobas, come sempre, pezzi di ciò che resta della sinistra c.d. antagonista, a livello di partiti ma soprattutto di collettivi e gruppetti, e pure qualcuno del volontariato cattolico. A me sembra risibile il tentativo di riunire istanze tanto diverse sotto l’etichetta ambigua dei “beni comuni” (o del “comune”, per i più raffinati) e difatti appena sotto la superficie ciò che emerge è un’accozzaglia di idee molto confuse sulla crisi in generale. Non ho visto l’ombra di un’analisi degna di essere definita tale, soltanto slogan un po’ vuoti, che lasciano un senso di sconforto: mi auguro che i due tizi intervistati dalla Berlinguer l’altra sera, che (certo, l’emozione del momento…) sono soltanto riusciti a farfugliare un “la finanza è scollata dalla ggente” non fossero i più svegli portavoce del coordinamento. Ovvio che poi questo vuoto di pensiero venga riempito dalle fesserie cospirazioniste, le sciocchezze sul signoraggio e tutti sintomi del cretinismo contemporaneo.
Quello che è successo sabato si spiega con una grave crisi di rappresentanza, tipica delle fasi di transizione sociale. E infatti è questo l’unico tratto comune a tutti i soggetti che manifestavano: l’essere non-rappresentati. Un’identità negativa che si traduce nel collante della generica incazzatura. Ora, può darsi che si tratti di una mia personale paranoia, ma attenzione, perché un movimento di piazza che non abbia una piattaforma razionale, legata a interessi individuati, rischia di diventare terreno fertile per le derive autoritarie di varia specie, di quelle che danno alla folla un capro espiatorio da linciare, avete presente? O credete di essere tutti quanti immunizzati dal fascismo?
Io purtroppo non credo più al discorso sull’autorganizzazione, è evidente che i soggetti che ho menzionato sopra questa capacità non ce l’hanno, per cui mi posso solo augurare che a livello di sinistra tecnocratica qualcuno apra gli occhi e una volta archiviato il nano faccia un serio esame di coscienza. Purtroppo sono pessimista.

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5 thoughts on “Impressioni d’ottobre

  1. esch4t0n ha detto:

    Hai colto il punto: manca proprio il CHI in grado di prendersi la responsabilità della piazza, di “ordinare” un’indignazione che in sé é puro sfogo (pacifico o violento che sia). Chissà l’uno per cento come si sfrega le mani…

  2. Aleph ha detto:

    cosa ne pensi/ate?
    (nella mia ignoranza di cose economiche continuo a pencolare di qui e di là continuando effettivamente a capirci pochino. però questa disamina mi pare chiara e convincente, almeno dal punto di vista macroeconomico. sull’analisi della fenomenologia recente black bloc ci ho qualche dubbietto, invece)

    http://temi.repubblica.it/micromega-online/i-demolitori-del-15-ottobre-e-il-futuro-del-movimento-intervista-a-emiliano-brancaccio/

    • Federico Gnech ha detto:

      Bravo, stavo per postare anch’io l’intervento di Brancaccio. E’ una delle analisi più lucide che abbia letto da molto tempo a questa parte. Nello specifico dei (o del?) “black bloc” si potrebbe dire che Brancaccio, da buon economista, parla di un soggetto che è una sorta di media statistica di diverse componenti (se ti interessa, avevo cercato di riassumere la mia opinione l’anno scorso, dopo gli scontri di Piazza del Popolo: https://flaneurotic.wordpress.com/2010/12/18/due-parole-sugli-scontri-di-piazza/).
      Brancaccio è interessante soprattutto quando esamina la “parte buona” – ossia non violenta – degli indignati, evidenziando una grande debolezza sul versante delle idee economiche (nota come tanti ragazzotti siano andati in piazza parlando di ‘diritto di insolvenza’ e simili).

  3. shylock ha detto:

    Sottoscrivo, almeno per quanto riguarda l’analisi sull’identità degli indignados nostrani. Ho abbozzato un piccolo commento qui: http://shylock1.wordpress.com/2011/10/17/i-poliziotti-di-berlusconi/#comment-289

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