Professione di realismo

Che dire…come tutte le cose troppo a lungo attese, anche la fine del Caimano si è rivelata insoddisfacente.  Che si tratti o meno di una vera conclusione, manca del tutto l’aspetto catartico di un finale di film in cui il villain è giustamente punito per le sue malefatte, precipitando da un dirupo o finendo infilzato dal bompresso di una nave. Il punto è che in questo momento è la nave stessa a rischiare di inabissarsi. Certo, affogare storcendo il naso indignati può rappresentare una valida variante scenica. La lascio agli artisti e ai cognitari, e mi tengo il professor Monti e pure (stringendo bene i denti) Corrado sinonimo di vulva.

E’ probabile che non esistano governi puramente ‘tecnici’, assolutamente decolorati e privi di orientamenti ideologici. In questo caso prevale un certo cattolicesimo liberale lombardo che, se non altro, come è stato già fatto notare, porterà una certa sobrietà di costumi nei palazzi romani, dopo il troiaio berlusconiano.  Purtroppo in tutto ciò sembra eclissarsi (con grande soddisfazione degli stronzi di destra e di sinistra) quella cultura liberalsocialista o keynesiana che, per intenderci, era rappresentata tra gli altri da Carlo Azeglio Ciampi – altro ‘tecnico’ di grande caratura, e che fatica a trovare continuatori. Pazienza. I ministri di Monti rappresentano un buon campione dell’élite tecnocratica di questo paese, col suo mix di stagionati manager, legulei e funzionari dello Stato, tutti o quasi impegnati nella riproduzione della classe dirigente dalle cattedre in Bocconi, Cattolica e Luiss. Non ce li dobbiamo sposare, non dobbiamo sentirci rappresentati più di quanto non ci possiamo sentire rappresentati dal conducente del tram. E tuttavia, la logica rassicurante del “non potranno fare peggio degli altri” mi sembra l’unica da seguire in questo momento. Una questione di buon senso condivisa da Marco Revelli, che legge l’opzione Monti con acume e pacatezza (un solo appunto, a proposito del neoliberismo, e della causa che non può essere rimedio: i chicago boys e Von Mises non ci piacciono, d’accordo. Va detto però che gran parte dei mali d’Italia tra cui la sua vulnerabilità durante questa crisi non dipendono affatto dalle dottrine neoliberiste – o semplicemente liberiste – alla cui applicazione il “sistema Italia” è stato sempre refrattario).

C’è naturalmente chi recalcitra: I fascisti, ad esempio, fanno capoccetta. E’ il loro momento. L’ex ministra Meloni strappa gli applausi dei vecchi camerati al congresso de La Destra quando dice di non aver fatto politica per vent’anni per vedere un banchiere a palazzo Chigi.  Le banche, il denaro, l’usura poundiana, e via delirando. I residui più incazzati della sinistra c.d. antagonista si dedicano allo studio delle scie chimiche e della terra cava (magari assieme ai fascisti, perché no?), quelli più creativi al copywriting di nuovi simpatici slogan e loghi con kui dekorare tante belle t-shirt. Quello che l’ha presa peggio, tuttavia, impegnato in uno scomposto e infantile piagnisteo, è Giuliano Ferrara (Qui un commento di Peppino Caldarola). Orfano del Principe (che ignora le sue preghiere), Giulianone blatera di golpe fatto “usando lo spread”, di democrazia commissariata. Per un politicista puro, di antica scuola terzinternazionalista e poi craxiana, dev’essere dura da mandar giù, dovendo pure esporsi al rischio del ridicolo parlando di cose che ignora. Perché dalle sintetiche “analisi” che abbiamo ascoltato in questi giorni dalla sua bocca abbiamo capito che Giulianone non capisce un beneamato di economia, poverino. Ecco, costasse anche qualche lagrima e un po’ di sangue, li verserei volentieri pur di veder frignare (o meglio tacere), anche solo per qualche mese, queste machiavelliche teste di minchia.

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