Uno scontrino di civiltà

E’ assurdo prendersela col neoliberismo, la speculazione finanziaria e il malvagio Rockerduck, invocando poi la tutela dei beni comuni, se nella realtà dei fatti tu stesso – o quantomeno i tuoi vicini, tutti i tuoi vicini – considerano lo Stato, cioè la collettività, come un soggetto altro da sé e nemico, da fregare ogni qual volta sia possibile, con tutti i mezzi possibili. Ci mancava solo il chiagniefotti dei bottegai luxury di Cortina. Lo spot sulle nefandezze dei montanari arricchiti va bene, purché non rimanga uno spot. Il resto d’Italia aspetta.
Ero passato centinaia di volte davanti a quel negozio. La tipica attività di smercio da tardogiovani middle class refrattari al lavoro salariato – categoria nella quale mi riconosco in parte. Una sorta di centro-servizi che fa un po’ da copisteria, un po’ da internet point, e vende pure le magliette con la foglia di maria (ora pro nobis). Non avevo motivi per mettervi piede, fino a quando non mi sono ricordato di quel cartello  “VENDITA CARTUCCE RIGENERATE”. Quello che ci voleva per la mia piccola accapì. L’accapì P-milleequalcosa è una stampante laser in bianco e nero, unico avanzo di un’attività fallita e di un ufficio abbandonato – assieme ad una lampada alogena a piantana, di quelle che d’estate si riempiono di moscerini e quando le accendi diffondono nel tinello una piacevole fragranza di insetto arrostito. Pare brutto buttarle, soprattutto la stampantina, soprattutto dopo aver perso alcuni giorni lavorando perché fosse riconosciuta dal sempre meno amato Ubuntu. Ma il vero problema dell’accapì P-milleequalcosa è dato dall’esorbitante costo del toner, qualcosa come tre quarti/quattro quinti del costo della stampante stessa. Settanta euri o giù di lì. Improponibile, specie in questo periodo. Eccomi quindi entrare nel negozio di cui sopra, dove sono riuscito a fare due volte la figura del fesso. La prima perché credevo che il toner che avevo portato con me venisse “rigenerato” proprio lì, seduta stante. No, evidentemente no, come ho capito dal sorrisino del proprietario.

«No, sai, noi abbiamo il fornitore che ce le vende già rigenerate…che modello è? Accapì…»

«E..scusa, quanto viene?»

«Ehm, adesso guardo, un secondo solo…»

Dall’incertezza con la quale il tale cerca il listino, lo scorre più volte e mi comunica il prezzo, capisco di essere tra i primi a richiedere questo prezioso bene rigenerato.

«Sono 47,80»

«Ah però…pensavo meno, onestamente» (un bel risparmio, in realtà, comunque un furto, considerato che si tratta più o meno di una scatola di plastica trovata nell’immondizia e riempita di polvere di carbone e limatura di ferro)

Il sorriso si spegne sulle labbra del venditore:

«Ah no, beh, scusa, aspetta un attimo…un attimino solo» (ma che sia ino-ino, mi raccomando)

Si rivolge al socio seduto al pc – immagino dedito al ritocco di immagini porno – e torna a sorridere:

«No, scusa, avevo sbagliato modello…a te non serve fattura, vero?»

«No…»

«Ecco, allora sono 39 e 50!»

«Ah, ok»

«…sai, avevo sbagliato modello…»

«Ah..» (39,50+21%=47,80)

Ecco la mia seconda figura da fesso: perché il bottegaio, come dimostra la sua ridicola giustificazione, si è accorto che tra noi due non valeva l’unico patto sociale vigente in questo Paese, il tacito accordo tra evasore e acquirente di beni&servizi. Ad un centinaio di metri dal negozio decido di tornare indietro per chiedere lo scontrino, poi desisto, non ho le palle di Alessandro Rimassa, evidentemente.
Parliamoci chiaro, l’entità della nostra debolezza “di fronte ai mercati” e quindi i tremori per gli insostenibili tassi dei nostri titoli di Stato, e in ultima analisi il nostro debito stesso, sarebbero di gran lunga più modesti se in questo paese tutti avessero pagato e pagassero le tasse. Persino gli sprechi di un welfare che in sostanza non è mai esistito – a meno che non si voglia chiamare welfare la cassa integrazione pagata coi soldi delle pensioni – sarebbero visti con altro occhio, e superati con riforme meno dure ed emergenziali, se non fossimo malati di quella brutta malattia che si chiama evasione fiscale. Lo sapete già, si pagherebbero meno tasse, se le pagassero tutti, ma pare che si tratti di un argomento che non convince nessuno. E’ anzi in tempi di crisi che chi la crisi non la sente (non la vive, cioè le sue abitudini non ne sono per nulla toccate) si attacca ancora più strettamente alla roba, acuendo l’odio sordo per il Fisco. Ieri sera mi è capitato di ascoltare un pezzo dell’osceno Fabrizio Rondolino recitato da lui medesimo, a Matrix. L’esternamente rosso ex PR del Grande Fratello e di Richelieu D’Alema proponeva nel suo piccolo editoriale le consuete formule retoriche del comunista convertito alla destra e al libero mercato – poi uno si chiede se uno così il comunista lo sia o lo faccia, l’abbia fatto o lo sia mai stato, ma in questa sede non ci interessa. In sintesi, Rondolino dixit: “le tasse strozzano la libera iniziativa e pagano un pessimo servizio pubblico, questo è un paese cattocomunista in cui la ricchezza è una colpa, e che vogliamo finire come in URSS, e invece ricordate che la ricchezza è segno del merito…eccetera”. Se non ci fosse la smania del volgare voltagabbana a rendere come di consueto insopportabile il nostro, verrebbe da dire che questa volta un po’ di ragione ce l’ha. Ma proprio poca. E’ vero ad esempio che lo scialo criminale di denaro pubblico ha reso ancora più debole la buona volontà del contribuente. Ma Rondolino non ha ragione quando afferma che la ricchezza è semplicemente un frutto del merito. Sappiamo invece che non lo è quasi mai, essendo, nella migliore e più diffusa delle ipotesi, frutto del Caso – come tale, logicamente non può essere una colpa. Il tema del cosiddetto cattocomunismo andrebbe poi elaborato meglio. E’ esistita nella storia delle società cristiane una corrente di rifiuto del denaro in quanto tale, che dai movimenti ereticali arriva sino ad alcune frange della sinistra antagonista attuale. Per qualcuno esisterebbe ancora una vergogna della propria ricchezza, appunto vista come colpa. Un pensiero in fondo funzionale al paleocapitalismo italiota: meno gente lo maneggia, il denaro, e meglio è. Epperò, se alziamo il naso dai libri e ci facciamo una passeggiata in città, vediamo una realtà ben diversa. Non mi sembra che la visione suddetta abbia molto peso in un Paese nel quale l’ostentazione della ricchezza attraverso i beni di lusso è da tempo costume diffuso e insegnato sin dalla culla, al punto che anche i morti di fame vi si devono adeguare, il proletario incolto come l’intellettualoide indignato, tutti in coda per il nuovo iphone.
E’ possibile, mi dico, che il sottoscritto debba ancora una volta plaudere al liberista cattolico Monti il quale, assumendo toni calvinisti ci dice, con grande pacatezza, senza le smanie rondoliniane, che la ricchezza è una cosa buona per la collettività e che le tasse vanno pagate proprio per (ri)compensare la collettività della sua partecipazione alla formazione della ricchezza stessa? Come tutte le cose buone, aggiungo io, la ricchezza andrebbe diffusa, distribuendola meglio. In attesa di instaurare un regime di frugalità & ordine alla coreana, come piacerebbe (ma non gli crede nessuno) a Marco Rizzo, cominciamo a chiedere sempre lo scontrino, a farci fare la fattura, a rifiutare gli affitti in nero. Dice: non mi conviene: bravo, continua a fregartene, italiota, risparmia per comprare il macchinone. Io no, visto che son fesso. E’ il mio proposito per il 2012, ultimo anno dell’umanità, secondo alcuni poveri illusi. E se si riuscirà ad abbassare del 50% il tasso di evasione in Italia, non ho dubbi, sarà davvero la fine del mondo.

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2 thoughts on “Uno scontrino di civiltà

  1. ciao Federico, bel pezzo. Sono completamente d’accordo. Solo una cosa però: se non vogliamo continuare a ragionare come paleo qualcosa, dovremmo anche dire che molte volte il danaro non è frutto del Caso ma del merito. E che proprio nei paesi cattolici questo è molto difficile da riconoscere. E’ anche frutto del caso, certamente. Ma non sempre e non in generale. In Italia più spesso che altrove, è verissimo. Siamo, appunto, un paese arretrato e cattolico….

    • Federico Gnech ha detto:

      Ma sì, correggerei “nella migliore e più diffusa delle ipotesi”…diciamo ‘nella più diffusa delle ipotesi’ e basta.
      Certo pensavo soprattutto all’Italia, ma non solo. Identifico il Caso sia con gli handicap o vantaggi iniziali (che contano di più nei paesi arretrati) che con i fenomeni caotici che in parte (s)regolano il mercato (e che contano più nei paesi avanzati). La serie di scelte e di azioni consapevoli che chiamiamo ‘merito’ è ovviamente fondamentale per conservare la ricchezza. Ma in fondo anche per mangiarsela tutta occorre una certa applicazione…

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