Quando il turismo non è più un buon affare

Maestri nel piagnisteo preventivo, gli albergatori veneziani temevano che il freddo polare tenesse lontani i turisti. A me non sembra, tantopiù che il sole è tornato a spuntare e in questo momento fuori ci sono addirittura 3 (tre) °C sopra lo zero, roba che vien voglia di andare in spiaggia (l’ospite australiano dei miei vicini esce di casa in maglietta e shorts, infatti). Ma se questo fosse un carnevale meno affollato del solito, detto tra noi, sarebbe soltanto un bene, alla facciaccia di Davide Rampello. Non è più soltanto una questione di fastidio, né mi sembra di essere diventato uno tra i tanti veneziani che ma sti casso de turisti rompicojoni, sa morti cani, etc.”. Il problema è economico, lo diceva pochi giorni fa persino l’Assessore al Turismo:

Nel convegno di questa mattina a Roma sullo “Sviluppo turistico dei territori: con quale leva fiscale?” al quale ha partecipato oltre all’assessore comunale di Venezia, Roberto Panciera, anche sindaci e assessori della città d’arte italiane e del Mediterraneo si è discusso della fiscalità nelle città d’arte. A questo proposito l’assessore Panciera ha rilasciato la seguente dichiarazione: “E’ stata rilevata da più parti che la tassa di soggiorno già introdotta dalle città d’arte, o che in un prossimo futuro introdurranno, è solo una prima fase di un processo più complesso che preveda anche ulteriori forme di contribuzione all’economia della città e alla copertura dei costi aggiuntivi che il turismo determina con la sua pressione sui tutti i servizi: da quelli di pulizia, a quelli della logistica e della manutenzione del patrimonio artistico. E quindi si può pensare ad altre modalità di contributo, ad esempio da parte dei crocieristi, o di chi arriva all’aeroporto, fino a prevedere l’assegnazione di una quota dell’Iva prodotta sul territorio comunale.”

I costi aggiuntivi che il turismo determina con la sua pressione sui tutti i servizi? Fatemi capire: la monocultura produttiva su cui si è puntato tutto – come classe politica e come investitori – costa alla cittadinanza più di quello che rende? Non mi pare quello che si dice un meccanismo virtuoso, anche al netto dei vincoli del patto di stabilità e della gestione di giunte capaci di gettare dalla finestra decine di milioni di euro in opere inutili e disgraziate. C’è di più: la pressione di cui parla Panciera proviene da 22 milioni di visitatori l’anno, quando la città ne può sopportare 12, come si legge dagli angoscianti risultati cui è pervenuto il prof. Jan Van Der Borg, dell’Università Ca’ Foscari. Ora si scopre che la macchina ha raggiunto dimensioni antieconomiche, oltre che esiziali per la vita della città storica, e che occorre azionare qualche nuova leva fiscale. Questa sarebbe la cura dell’emorragia di Venezia: una dose di analgesico da somministrare al malato agonizzante. Senza trascurare l’altra importantissima tendenza, quella che punta alla vendita degli spazi cittadini e degli immobili (sfitti o meno), destinati sia alle operazioni di real-estate commerciale o turistico su larga scala, che al ritorno dei palazzi patrizi alla loro antica funzione, quella di favolose residenze uniche, occupate da sceicchi ed oligarchi russi che chiedono alla Soprintendenza di poter scavare una piscina nella corte di un palazzo quattrocentesco, per venire a sguazzarci due settimane l’anno. In realtà gli antichi palazzi nascevano anche come contenitori di attività economica (il fondaco con le merci aperto sul canale, il piano nobile poggiato su di esso), non come luoghi deputati unicamente alla dépense. Ma l’interminabile Settecento veneziano continua, alimentato dai capitali del turismo di massa e da quelli delle grandi operazioni immobiliari, due flussi che viaggiano in parallelo senza portare effettivo benessere alla città. La politica dei neopatrizi – che odiano segretamente Venezia – ha rinunciato a governare questi fenomeni, li assunti come naturali, li ha assecondati e infine li ha chiamati “Piano”. In un perfetto esempio di eterogenesi dei fini vissuta dal benintenzionato amministratore – honni soit qui mal y pense! – la ricerca spasmodica di risorse è diventata asservimento alle grandi speculazioni. Ma il sistema fa acqua, gli affari si scoprono delle fregature per la collettività. Nemmeno la tassa di soggiorno (che esisteva da anni in altre civilissime città d’Europa) basta più e si è costretti a pensare a nuovi balzelli per il visitatore, quando altre sarebbero le tasche da cui cominciare prelevare il dovuto. Orsù, il carnevale impazza, andiamo a metterci tutti un bel costume da finanziere (con calzamaglia e panc(i)era, sotto, ché non siamo in Australia).

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5 thoughts on “Quando il turismo non è più un buon affare

  1. shylock scrive:

    caro Federico, il tuo bel post ripropone – tra le altre – una questione a me molto cara: l’abdicazione dalla “pianificazione” urbanistica a favore di una contrattazione che premia, generalmente, il più ricco e potente. Se i Comuni (le Soprintendenze hanno sempre meno potere in materia) imponessero l’utilizzo dei fondi dei palazzi ad uso commerciale, i centri delle città potrebbero cambiare volto.
    A Genova è successo qualcosa di abbastanza simile: nel centro storico si sono concesse moltissime licenze per bar e locali notturni, salvo poi lamentarsi per l’assenza di attività diurne e il sovraffollamento serale da parte dei chiassosi studenti della movida.

    • Federico Gnech scrive:

      Eh già, alla fine, tolta l’unicità strutturale di Venezia, i problemi delle città storiche son sempre quelli. Girando dalle parti di Pré ho notato la solita tendenza, correggimi se sbaglio: ottima l’idea di riqualificare e salvare la residenzialità, meno quella di gentrificare, creando pendolarismo turistico verso appartamenti vuoti trecento giorni l’anno (che qualcuno vorrà poi ‘visitare’, signora mia ci vogliono le telecamere, etc.) e naturalmente drogando il mercato immobililiare. Per cui poi il famoso giovane che vuole aprirsi la bottega non ce la farà, se ce la farà sarà per gli scontrini non battuti, o perché ripiegherà sul baretto per i movidisti. E infine, spesso ci si dimentica di quanto, in un Paese come l’Italia, la buona amministrazione dei centri storici si rifletta anche sul resto del territorio: cinquant’anni di svuotamento delle città significano consumo di suolo e una vita di merda per tutti.

      • shylock scrive:

        non so, qui a Genova il fenomeno della residenzialità di lusso e temporanea è del tutto marginale e riguarda, semmai, le località turistiche della Riviera. Per il centro storico non parlerei di gentrificazione ma di un fenomeno, di per sé molto significativo, di melting pot sociale che ha portato gli studenti a vivere accanto agli immigrati (i più recenti o quelli delle ondate migratorie degli anni cinquanta e sessanta), ai trentenni che – abbandonati i quartieri borghesi e fighetti dei genitori – hanno scelto un luogo di incredibile fascino e dai prezzi ancora relativamente accessibili, alle famiglie operaie che da sempre hanno abitato il centro, ai nobili che non hanno abbandonato le loro dimore patrizie, ecc ecc.
        questo virtuoso processo non si è sviluppato da solo, però: è stato il frutto di una saggia politica di risanamento edilizio e urbanistico, di felici intuizioni (il trasferimento nel centro storico della facoltà di architettura) oggi tristemente arrestatasi.

        Tutto questo per confermare ancora una volta come la politica, tra le tante cose che non fa più, non ha neppure più intenzione di usare l’urbanistica come strumento (e volano) per la trasformazione sociale, estetica, culturale delle nostre città. Si chiamano ancora PUC, PAT (dove P sta per piano), ma di pianificazione questi strumenti non ne contengono più neanche un po’

  2. Federico Gnech scrive:

    Grazie, ottima sintesi. Quello è il modello genovese che mi piace, speriamo allora che tenga e che la città storica non faccia la fine dei centri di Roma, Firenze e Venezia. Dici: Genova non è Firenze. Epperò non sai mai dove possono portare le vie del ‘real estate’.
    C’entra e non c’entra: cosa pensi di Marco Doria?

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