Ne valeva la pena?

Non ci si può occupare di tutto quello che succede. Farsi un’idea è però utile e direi anche giusto. Io ad esempio ho maturato una convinzione piuttosto ferma [cambiata nel giro di pochi giorni, grazie a qualche dato in più] rispetto alla nuova linea ferroviaria Torino-Lione, e con me parecchia altra gente, per ragioni diverse. Ci sono le ragioni dei valligiani, per le quali esiste l’apposito acronimo No-LULU (“Locally Unwanted Land Use”), quelle degli ambientalisti di varie tendenze, quelle degli economisti e degli ingegneri che contestano l’utilità e la sostenibilità economica dell’opera, quelle dei movimenti antagonisti – gli anarchici, i marxisti e i disobbedienti (protagonisti di una brutta figura veneziana) – quelle dei neoliberisti “austriaci” dell’Istituto Bruno Leoni, quelle di ampie frange della Lega e del leghismo dissidente e di altri che ora non mi sovvengono. Già soltanto un fronte della contrarietà così ampio dovrebbe produrre un certo ripensamento in chi occupi la stanza dei bottoni. Per la regola del consenso, la stessa che funziona benissimo quando si tratta di sgomberare un campo Rom. Ma cacciare quattro zingari costa meno e rende di più, si dirà, rispetto a chiudere una mangiatoia da 22 miliardi di Euro. E la contrarietà, intesa come opinione, di per sé non basta. Fessbook si rivela ancora insufficiente – segno questo, per Beppe Grillo, dell’arretratezza della nostra democrazia – e tocca ancora scendere in piazza a manifestare, occorre attivarsi. Tra contrarietà ed attivismo esiste però uno scarto che viene colmato soltanto da alcuni soggetti. In questo caso si tratta degli abitanti della valle e dei giovani dei movimenti (quelli per cui ci si può e ci si deve occupare di tutto quello che succede). Questa naturale saldatura di diversi attivismi si è verificata in altre occasioni (Dal Molin, discarica di Chiaiano, ecc.), mai però così rilevanti come nel caso della TAV. Contano le dimensioni materiali dell’opera in questione – che rientra nella categoria delle Grandi Opere, assieme al ponte sullo Stretto – conta la vicinanza della grande città contenitore di movimenti, Torino, conta l’attrazione che questa Selva Lacandona appena fuori porta ha esercitato su molti… non lo so. Fatto sta che da almeno cinque anni la Val di Susa è diventata un luogo simbolo.

I montanari e quelli dei centri sociali, assieme, dunque. Luca Abbà riunisce in sé proprio questi due mondi: torinese di padre valsusino, tornato a vivere nella casa in cui sono vissuti e morti i suoi nonni e a lavorare la terra degli avi. Anche qualcuno tra i miei conoscenti ha fatto o sta per fare una scelta simile. L’attivismo politico antagonista e poi il ritorno alla terra, si dirà, è storia vecchia, succedeva già dopo le grandi disillusioni degli anni ’70 (anche se credo che il senso di quei ritiri fosse molto diverso). In Luca Abbà poi riconosco carte che potrei giocare io stesso: la casa dei nonni in montagna, il pezzo di terra che ti può rendere qualche sacco di fagioli, in cambio di una sciatica. Ma io in montagna – un’altra montagna – ci sono cresciuto, la mia militanza (di riformista che ha sbagliato partito) è durata pochi anni e sono troppo pigro ed imbranato per mettermi a zappare. Non solo non mi ritengo in grado, nemmeno volendo, di vivere in montagna unicamente dei frutti di una terra avara, ma non mi verrebbe mai in mente di arrampicarmi in cima ad un traliccio dell’alta tensione a puro scopo dimostrativo-performativo. No, Sir.
Spiace per Abbà, ma credo che abbia fatto una grossa cazzata, ecco. Un torto prima di tutto a chi gli vuol bene, e poi alla causa cui si è votato.
Purtroppo, ancora una volta, piaccia o no ammetterlo ai diretti interessati, quello che uno stronzo e fifone come il sottoscritto può rilevare è la solita inconsapevole mistica del martirio, così simile a quella delle grandi eresie manichee. La suggestione è diventata conscia nei commentatori più curiosi, ai quali basta magari spostare un po’ troppo ad Est la crociata contro gli Albigesi e le rivolte occitane per spiegare l’irriducibile tenacia dei Valsusini. Non manca la voce di quel fantastico generatore di saggezza à la carte di Guido Ceronetti, per il quale  [la Tav] «è parte della fondazione di un impero mondiale della Tecnica che opera a ridurre in schiavitù, una schiavitù mai vista».

Ascoltando la registrazione della telefonata in cui Abbà diceva che sarebbe stato disposto ad appendersi ai cavi (una boutade, va bene) mi si sono rizzati i peli sulla schiena, letteralmente. Contestare uno spreco di territorio e di risorse economiche è un atto ragionevole, nel senso che richiede l’uso della ragione. Immolarsi per impedire lo scavo di un buco in terra è irragionevole. Casualmente  – non lo faccio mai – ho poi ascoltato la voce del Principe, Giuliano Ferrara, ed ho provato una grande rabbia. Ferrara iniziava in tono paternalistico, liquidando i manifestanti come disadattati, come gente che non ha fatto pace con la realtà, pretendendo poi di demolire in trenta secondi di propaganda una questione che andrebbe discussa numeri alla mano. Ho provato rabbia perché è anche grazie all’irragionevolezza di pochi che la chiacchiera di Ferrara può far presa sull’irragionevolezza di molti. E’ il destino di un Paese di scarsa tradizione illuminista, diviso tra maggioranze silenziose e minoranze rumorose, ambedue, per motivi opposti, allergiche alle regole e disinteressate a correggere gli imperfetti meccanismi della liberaldemocrazia, in attesa gli uni de svorta’, gli altri di chissà quale redenzione. Per ora mi accontenterei della guarigione del quasi-martire. In bocca al lupo, Luca.

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12 thoughts on “Ne valeva la pena?

  1. Eugenio Orsi scrive:

    Mi sembra di capire sia stato un incidente. Certo e’ difficile sottoscrivere un comportamento tanto irresponsabile. Sono cose che, se si vogliono fare, vanno fatte in sicurezza. Viviamo in una società di immagini ed è giusto e strategico creare immagini per le proprie cause, ma bisogna farlo riducendo i rischi. Mi viene in mente Greenpeace, organizzazione che conosco abbastanza, e che spesso usa strategie che comportano un grado di rischio per gli attivisti. Ma sono rischi calcolati, presi nella consapevolezza che non esiste la sicurezza assoluta. Si fa di tutto per evitare incidenti, anche perche’ sarebbe come andare al circo e vedere il leone che si mangia il domatore, passando di colpo dall’eccitazione alla tragedia piu’ tragica, quella inutile.
    Poi non ho capito una cosa (scusate ho seguito poco) ma stanno espropriando terreni o anche abitazioni?
    Ovviamente in bocca al lupo a Luca Abba’

    • Federico Gnech scrive:

      Anch’io credo sia stato un incidente e trovo veramente sciocco l’automatismo con cui subito si è gridato alla vittima della violenza di Stato, anche solo tra le righe. Capisco il tizo che sul momento urla ai poliziotti “il morto anarchico! Siete contenti, eh?”, meno quelli del manifesto che mettono “incidente” tra virgolette. Ma questo fa parte, appunto, del solito canovaccio. Riguardo agli espropri: sì, anche qualche fabbricato, però se ho letto bene non tanto in val di Susa, quanto nei comuni della cintura torinese. C’è questo pdf con la relazione sintetica, se vuoi dare un’occhiata.

      • Eugenio Orsi scrive:

        grazie per il link. “incidente” tra virgolette è frutto di del “giornalismo” fra virgolette del Manifesto, che mi sembrava di aver capito che la finanziaria avesse superato. Non chiudono piu’?

  2. shylock scrive:

    La prima considerazione è un po’ alla Giuliano Ferrara: mi ha sempre colpito moltissimo la totale assenza di opposizione alla TAV dall’altra parte del confine, su quella parte del tracciato del corridoio 5 che scorrerà nella Vallée de la Maurienne. In Francia, insomma, un paese certo non meno barricadero dell’Italia. E da questa prima, banalissima osservazione ne consegue una seconda: com’è possibile che in cinque anni non si sia arrivati vicini neanche una volta ad un mezzo accordo che tenga conto dell’eventuale necessità di portare a compimento la Grande Opera e sia però anche frutto di una forte attenzione per le ragioni degli abitanti. L’esito avrebbe potuto essere una parziale modifica del tracciato oppure consistenti compensazioni (pecuniarie e materiali) ad una Valle vittima di una nuova devastante servitù. Mi vien da dire che quel che è stato fatto in Francia (attenzione agli abitanti del luogo) non sia stato neppure pensato in Italia.
    Venendo agli aspetti trasportistici, credo che le possibilità di non far fallire un progetto ferroviario ci sarebbero tutte: se oggi il corridoio 5 viene valutato da molti (economisti ed ingegneri) un non senso, visto il costante calo di traffico della ferrovia che già scorre lungo la Val di Susa, un paese serio che investe molte risorse in un progetto cerca di farlo diventare economicamente sostenibile. Magari imponendo agli autotrasportatori di ficcare sul treno i loro tir e camion, come del resto si fa in Svizzera. Perché in fondo non ha alcun senso costruire ferrovie senza imporre, di pari passo, un passaggio delle merci dalla gomma al ferro. Politica che l’Italia non ha mai preso davvero sul serio.
    Io non so se quell’opera – qualora realizzata – sarà destinata al fallimento: ricordo solo un viaggio di qualche anno fa in TGV da Parigi a Milano. Una manciata di ore dalla Gare de Lyon a Chambery, correndo a quasi 300 all’ora. Poi, il notevole rallentamento lungo il tratto alpino, divenuto esasperante lentezza da Bardonecchia a Torino. Mi verrebbe da dire che il traffico in Val di Susa diminuisce da anni proprio perché la linea è incredibilmente vecchia e inadeguata ai nostri tempi

    • Eugenio Orsi scrive:

      “Perché in fondo non ha alcun senso costruire ferrovie senza imporre, di pari passo, un passaggio delle merci dalla gomma al ferro. Politica che l’Italia non ha mai preso davvero sul serio”

      Parole unte dal signore. Io credo, a spanne, che questa TAV potrebbe essere un cavallo di battaglia ambientalista, e non il viceversa, se si riuscisse a fare un salto qualitativo nella politica del progetto. Il ferro e’ da (quasi) sempre collante del movimento ambientalista.

    • Federico Gnech scrive:

      Faccio una premessa: è confortante riuscire a discutere con persone intelligenti che riescono ad uscire dai soliti schemini preconfezionati. Si può essere ambientalisti e non dire sempre di no, ad esempio. I verdi francesi sono in effetti favorevoli all’opera, e non so quanto il processo di decisione sia stato più partecipato. Pare che non esista ancora un cantiere come quello italiano, di là dal confine, dove per ora si è fermi ai sondaggi (ma occorre verificare, la fonte è Luca Mercalli che mi sembra sempre più invasato).
      Mi pare di capire che tu sul traffico merci in pratica la pensi come il commissario Mario Virano. Purtroppo non si tratta di processi prevedibili. Secondo loro tocca fare il buco, cominciare a farci passare i treni e vedere l’effetto che fa. Empirismo pre-scientifico, direi, un po’ costoso di questi tempi. Io parto da un presupposto molto semplice: nella storia dei trasporti le linee di collegamento arrivano assieme o subito dopo i piani industriali, cosa che qui assolutamente non è. Non so quanto sia ancora attuale e realistica l’idea del corridoio ‘orizzontale’ Lisbona-Kiev, francamente…Giustissima l’osservazione sull’imposizione ‘formale’ del passaggio alla rotaia. Il fatto che non se ne parla dimostra che il passaggio di queste benedette merci non è una priorità italiana, al di là della propaganda. Quello che conta in questa vicenda sono le commesse dei contractors e i fondi europei legati al pacchetto TAV che, eliminata l’opera, salterebbero.
      La mia personale contrarietà è di ordine esclusivamente economico. Sono sempre stato favorevole, in linea generale, all’alta velocità, un campo in cui l’Italia era all’avanguardia (prima che alla r&s nel settore fossero preferiti i favori a cementieri e produttori di tondini). In questo caso, in questo particolare momento non possiamo permetterci di buttare i soldi dalla finestra. Con i trenta-quaranta miliardi che l’opera alla fine verrebbe a costare potresti cominciare a sistemare la nostra disastrata rete nazionale, ad esempio, e cominciare a pensare al Sud e ai suoi porti come una risorsa, non come una palla al piede. Ma ci sono decine di altri modi migliori di spenderli, imho.

      • shylock scrive:

        Detto con maggior chiarezza, io non so davvero se la TAV in Val di Susa sia una buona o una cattiva cosa. Le tue argomentazioni sono ragionevoli e mi riesce difficile non farle mie.
        Dico solo che, in linea di principio, come giustamente ribadisce Eugenio, le linee ferroviarie non mi fanno paura ed anzi mi batterei per adottare serie politiche di disincentivazione del trasporto su gomma a vantaggio della rotaia e del mare. Semplificando, mi pare che gli ambientalisti non nutrano una grande simpatia per l’alta velocità, posizione che a mio avviso si nutre soprattutto di approcci culturalisti, in primis la convinzione che la vita slow sia meglio di quella fast.
        Sulle infrastrutture, non sempre ci si azzecca: alcuni anni fa Monaco si dotò di un nuovo grande aeroporto. Poiché Monaco è in Baviera e non in Brianza, le cose vennero fatte seriamente: si chiuse l’aerostazione precedente e si collegò quella nuova alla linea ferroviaria e stradale (esattamente come non si fece a Malpensa). Per alcuni anni lo scalo bavarese vivacchio facendo gridare allo scandalo, allo spreco. Ad un certo punto, credo anche grazie ad incentivi, Lufthansa fece di Monaco la sua seconda base, l’aeroporto iniziò ad ingranare ed oggi è destinato a superare, in termini di traffico, anche Fiumicino, aeroporto che arranca sempre più, forse e soprattutto perché collocato in un paese in cui non si fanno scelte, anche in materia di politica dei trasporti.
        Per dire come ragionano gli ambientalisti duri e puri: a Genova (ormai lo sai che adoro parlare della mia città) esiste una metropolitana. Una roba ridicola, pochi chilometri, costati cifre spropositate, non ancora ultimata nonostante ci si lavori da vent’anni. Quella metro, se si ragionasse in termini di costi/benefici, probabilmente non si sarebbe dovuta fare. Però ormai c’è, non funziona particolarmente bene ma c’è. Gli ambientalisti locali la detestano, ritengono sia il prodotto di una pessima politica dei trasporti, il frutto di una gestione amministrativa sprecona ecc ecc. Parole vere, probabilmente, ma, ripeto, la metro c’è.
        Cosa propongono i nostri virtuosissimi?: chi se ne fotte della metropolitana, a Genova serve un tram e il tram, in generale, è il mezzo più intelligente (dicesi totem!). Tram a cui far fare un percorso del tutto simile alla metro attuale.
        A me, pragmaticamente, verrebbe da dire: facciamo in modo che quella metro serva, rendiamola indispensabile, aumentiamo il numero delle corse, battiamoci perché circoli fino a mezzanotte e non fino alle nove di sera, proponiamo percorsi pedonali che indirizzino la gente verso la metro. Insomma, cerchiamo di ottimizzare le risorse. Ma quelli niente, vogliono il tram!

  3. Federico Gnech scrive:

    @Eugenio: no, non chiudono, per ora. Magari Parlato andrà a fare fundraising nella repubblica socialista dello stronzistan…

  4. ieri pensavo all’episodio ancor prima di saperne abbastanza, proprio mentre ero stato “invitato” dai càtroniani a partecipare alla manifestazione in stazione.
    innanzitutto pensavo al bisogno famelico di legittimare sentimenti quali rabbia e impotenza, con un evento forte, quasi inattaccabile. pensavo a Genova che non aveva certo bisogno di simboli, la cui palese ingiustizia era sotto gli occhi di tutti, e che eppure è stata trasformata e ridotta, da alcuni, all’amaro episodio di Giuliani. quasi non bastasse che ci rompano il culo: no, meglio se c’è un eroe o una vittima.
    e poi pensavo che paura e coraggio sono entrambi estremi di uno stesso istinto: quello di sopravvivenza. penso che quel ragazzo si sia fatto investire da responsabilità, dal giro di adrenalina, dall’irrazionalità che certe situazioni contengono in sé, e che travolgono.
    poi però, c’è una verità che si può aggirare e ignorare, ma che è lì, nuda e semplice: questa opera è l’ennensima occasione di far girare soldi, e tanti, che saranno incassati dai soliti noti. Ferrara, con disgraziata abilità, manovra da sempre la retorica, fino a difendere l’indifendibile omino che l’ha reso ricco, e a cui è grato fino al punto di dimenticare il buonsenso.
    come al solito non ho risposte o tesi, ma solo pensieri sciolti.

    • Federico Gnech scrive:

      Nota come il Front de Gauche (PCF e Sinistra socialista) e il sindacato sono favorevoli mentre la destra savoiarda è contraria. E i tecnocrati di Parigi? Occorre aspettare le presidenziali del 22 Aprile…ho come il sospetto che se la TAV non si farà non sarà a causa dell’opposizione sociale italiana, ma dell’abbandono dei Francesi…

  5. Federico Gnech scrive:

    Vabbè, proprio un razionalista come me ha smarronato sui numeri qui, me ne accorgo solo adesso: la cifra che faccio sopra era relativa ai costi COMPLESSIVI del progetto pre-2006, 25 miliardi che andavano comunque divisi tra UE, Italia e Francia. In caso di copertura parziale dei costi da parte dell’UE (fatto non certo) all’Italia spettava un esborso di 11 miliardi. Ora, il progetto attuale è stato molto ridimensionato da da quello di cinque anni fa e la cifra stimata pare si aggiri attorno ai 3 miliardi e mezzo. Da moltiplicare, ovviamente, per il fattore I (ItaGlia), che alcuni economisti europei stimano attorno al 400%…madonna quanti dubbi…

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