Io, Rifonda e gli altri/1

«Bertinotti, in nome dei lavoratori che diceva di rappresentare, tolse la fiducia a Prodi e, secondo me, di fatto fece perdere 10 anni a questo Paese»

Quanta politica. Troppa, nella mia testa ce n’è troppa, anche e soprattutto ora che è diventata una passione fredda, come possono esserlo la cucina o le collezioni di dischi. E’ da un po’ che penso di scrivere qualcosa sul mio apprendistato politico. Il recente battibecco tra Nanni Moretti e Fausto Bertinotti mi è sembrato un ottimo pretesto per farlo.

Ne è passato di tempo. In prima liceo, dopo aver vissuto in casa lo psicodramma della Bolognina e la fine del glorioso Partito Comunista Italiano, mi dichiarai simpatizzante del PDS. Ci pensarono gli ormoni ed Edipo a farmi cercare un posto, per così dire, alla sinistra del padre. Cominciai a seguire quello che faceva il Partito della Rifondazione Comunista. Piccolo e irriducibile, teneva le vecchie insegne bene in alto, mentre Occhetto le aveva appoggiate ai piedi della Quercia, come attrezzi dimenticati. Per parte mia, nel corso di tutta l’adolescenza, a pranzo e a cena, accusavo papà e tutti i diessini di aver “tradito il marxismo e la lotta di classe”, diventando una forza socialdemocratica il cui obiettivo era “la mera gestione dell’esistente” – un’espressione imparata da qualche parte che mi piaceva molto, allora, ed oggi capisco il perché. Rifonda invece ci credeva ancora, mi dicevo. Già allora ero un cane piuttosto sciolto, ma sapere che c’era Rifonda mi rassicurava, rassicurava cioè sia quel po’ di ribellismo adolescenziale che il mio bisogno di certezze religiose: in fondo non era passato molto tempo dal mio abbandono della tonachella da altar boy. Avevo cominciato a girare col “Manifesto” in bella mostra (“Liberazione” no: era francamente illeggibile), la sciarpetta rossa e, per un certo periodo, un baschetto di una taglia più piccolo che mi causava dei tremendi mal di testa. Venivo affettuosamente preso per il culo dagli amici più stretti – impolitici e tendenti al nichilismo. Non potevo votare e non ero un piccolo attivista, è che a quell’età occorre scegliere la propria sottocultura, anche se vivi nella provincia profonda, dove anche mettersi l’orecchino pare un affare di Stato. In paese c’erano i metallari, uno di noi si era tatuato l’omino di Tales from the Punchbowl dei Primus, ed io facevo il comunista col baschetto, ecco. Pochi anni dopo, incontrai finalmente il Partito. L’incontro avvenne nell’umida stanzetta che K., un’amica americana, anarchica e decrescista – quando ancora la decrescita non era di moda – aveva affittato al piano terra di una villa del seicento, e che aveva fatto diventare una sorta di centro sociale noto in paese come “il Search“. Al “Search”, tra gli altri, c’era Rifondazione che teneva la riunione settimanale del direttivo. Il locale circolo di Rifonda contava allora una ventina di iscritti, una metà dei quali rappresentata da vecchi e soprattutto vecchissimi ex-piccì, legati sentimentalmente all’idea della tessera. I militanti attivi erano una mezza dozzina. Erano quelli che venivano alle riunioni, che volantinavano il giorno di mercato e che cambiavano la prima pagina di Liberazione nella bacheca sotto ai portici. Fiancheggiavo, ma l’idea di tesserarmi ancora era respinta da quel mio fondo individualista e piccolo borghese – roba da gulag, in altri contesti. Cominciai a frequentare i compagni più giovani, che avevano almeno dieci anni più di me. Assieme ad alcuni di loro, e ad un paio degli amici impolitici, fondammo una piccola associazione culturale, dedita tra le altre cose a un cineforum che fece scoprire ai valligiani Lo sguardo di Ulisse. Insomma, che lo fece scoprire a quei quindici, organizzatori compresi, che vennero a vederlo.

Quel natio borgo selvaggio che fa da sfondo agli eventi narrati è da molti anni la capitale mondiale dell’industria dell’occhiale. Meno di cinquemila abitanti, più di 3500 operai nella sola sede centrale del marchio, un grosso scatolo blu che ho visto crescere anno dopo anno, oltre gli argini del torrente. C’era la Fabbrica, quindi, ma si era pur sempre all’estrema periferia, in una valle lontana dai grandi centri e dalle vie commerciali. Di conflitto sociale nemmeno l’ombra, né di razzismo. C’era il benessere addormentato del Nord-Est, dove il disagio viene neutralizzato dall’alcool, dall’eroina e dagli antidepressivi. Ti veniva il sospetto che dell’essere comunisti lì mancassero le ragioni di lotta, e rimanessero solo le seccature. Ad accollarsi quelle seccature, nel direttivo del circolo, c’era un po’ di tutto, in quanto a tendenze. R., che veniva dalla Pantera in Statale a Milano, G., che a suo tempo era stato studente di mio padre all’ITIS ed aveva una cotta per le discutibili idee di Costanzo Preve, ed E., l’unico operaio del gruppo, che riuscì infine, per estenuazione, a farmi fare la tessera dei Giovani Comunisti, in quel 1998. Localmente contavamo meno di zero, rimaneva così molto tempo per la chiacchiera teorica. In giro c’era un certo fermento, i cui echi lontani erano giunti anche nella valle. Erano gli anni del cosiddetto movimento dei movimenti, di Seattle, di Attac, dei Social Forum, di Luther Blissett, degli Zapatisti (e chi se li ricorda più, gli Zapatisti?). K., per quanto additata come fricchettona dagli altri, rendeva il dibattito un filo più interessante grazie a qualche idea e a qualche libro non omologati. Ricordo gli scritti di Capitini sulla nonviolenza, l’autobiografia di Emma Goldman, o la raccolta dell’Internazionale Situazionista, tutta roba ben più stuzzicante del “Che fare” di Lenin, che pure stava lì sullo scaffale. Per qualche tempo facemmo uscire anche un giornaletto che sarebbe diventato poi “centro di elaborazione politico-culturale” (!), impaginato orrendamente dal sottoscritto, con Publisher 3.0. Ci scrivevo anche, mi è capitato di rileggere un articolo in cui svolgevo una specie di critica del Lavoro come feticcio, roba parecchio ingenua che però, anni dopo, mi avrebbe portato a leggere con curiosità le tesi di Robert Kurz. Non mancavano le conferenze, naturalmente. In quel caso toccava andare dalle vecchiarde della biblioteca civica – maestre elementari in pensione, clericali e reazionarie – e prenotare la saletta, che ovviamente non riuscimmo mai a riempire. «E’ venuta tanta gente? No? Che peccato…» sfottevano le vecchiarde, quando andavamo a restituire le chiavi. Tra i relatori ricordo Giorgio Riolo di Punto Rosso, Paolo Cacciari e un delirante Gianfranco La Grassa, che la sera, in pizzeria, si augurò «un nuovo fascismo a fare da contraltare allo strapotere americano». In quel momento mi sembrò di capire che cosa significasse veramente la faccenda degli “opposti estremismi”. La Grassa era stato invitato da G., una brava persona che purtroppo subiva il fascino di certe cupezze apocalittiche. Mi divertivano poi certi personaggi di una sinistra ultraresiduale che uscivano dal buco un paio di volte l’anno per palesarsi a quelle conferenze. Scoprii che esistevano ancora i Bordighisti. I Bordighisti! (continua)

N.d.a. WordPress ultimamente funziona da schifo. Un’altra bozza persa e rinuncio al post. Così non saprete mai se sono rimasto comunista oppure no.


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7 thoughts on “Io, Rifonda e gli altri/1

  1. eugenio scrive:

    Tu sei un pazzo!!! non puoi non finire questa storia. Ma jesus non e’ colpa di wordpress, che non ha l’autosave, ma della linea. Usa Pages, Google Docs, Scrivener, quello che ti pare ma finisci questo post!

  2. lucadic67 scrive:

    Bel post,mi ricorda il mio approccio con SEL del pirata Vendola.A il PD?Cosa d’altri tempi,visto i nonnetti li’ seduti a cercare di sembrar giovani tuittando (si scrive cosi’…)con noi inseguitori.
    Da ma poi a Taranto,tra primarie farsa e pdini che fanno liste autonome in contrasto con il direttivo nazionale,con le prossime elezioni comunali il PD purtroppo prendera’ botte.E sai da chi???O da una pornostar,o dal presidente dei Verdi,pronto a izzare le masse contro il mostro Ilva .Ci sara’ da ridere qui da noi….ciao.

  3. shylock scrive:

    parto per la campagna: ora mi toccherà aspettare fino a per sapere com’è andata a finire la storia!

  4. shylock scrive:

    fino a lunedì!
    (era per lasciarvi con un po’ di suspence a mia volta)

  5. […] delle maggioranze di quegli anni, messe a rischio dai ricatti di Rifondazione (partito nel quale ho militato, prima della “svolta liberale” alla quale è giunto di recente anche il mio segretario […]

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