Io, Rifonda e gli altri/3

Ma quanto diamine la stai menando, con questo tuo apprendistato politico? Il giusto, soltanto il giusto. Ultima puntata.

Ero incazzato per la caduta del governo, che aveva portato all’interregno di Richelieu D’Alema e preludeva al ritorno del Caimano, anche se le sue conseguenze sarebbero state chiare soltanto in seguito. L’uscita da Rifonda era in realtà solo il sintomo di un mal di pancia più profondo. Mi ero già accorto di essere lontano su troppe questioni, non soltanto dal partitino, ma da tutta la cosiddetta Sinistra antagonista, della quale Rifonda era poi la sponda di destra. Non capivo perché certi dittatori dovessero piacermi soltanto perché si dichiaravano “socialisti”. Ero in disaccordo totale sul sionismo (l’“anti-israelismo”: l’unico collante che tenga ancora insieme la maggior parte della Sinistra), sugli OGM e sul pensiero scientifico,  sull’Europa e sulla moneta unica, sull’uso della forza in determinate situazioni e su tante questioni economiche, rispetto alle quali rivelavo una scandalosa vicinanza a quei liberali che a parole avrei dovuto disprezzare! Mi accorsi che l’estremismo – al di fuori delle arti – mi respingeva, così come mi respingeva la Totalità hegelo-marxista. La dura verità stava emergendo. Ero un riformista. «Dio buono, che vergogna!». Ma fingevo, negavo soprattutto a me stesso, perché non è sexy essere riformisti a vent’anni. Ai tempi di Genova – quando  il Bertinotti, che si è sempre creduto molto furbo, cercava di “cavalcare i movimenti” – osservavo con curiosità quello che succedeva nella galassia no-global. Era una realtà che mi attraeva e mi respingeva allo stesso tempo, che fondamentalmente non capivo e che un po’ invidiavo. Mi accorsi ad esempio che alcuni giovani cattolici di paese, cresciuti e rimasti topi di sacrestia, ora si erano piazzati più a sinistra di me, in quella cazzo di Rete Lilliput! Non che fosse una novità, nella storia politica d’Italia.

Alcuni episodi lasciarono il segno. Ricordo ad esempio la presentazione di Impero di Toni Negri e Michael Hardt, a Trieste, credo proprio nel 2001. Quando le tirate negriane raggiungevano il climax, mi giravo verso il resto della platea in cerca di qualche sorriso, ma lo studentame adorante non coglieva il ridicolo. Applaudivano anzi sempre più forte, guidati dai capiclaque dei disobba locali. Mi venivano in mente le descrizioni di certi rituali primitivi: mi aspettavo che Negri da un momento all’altro tirasse fuori un coltellaccio e immolasse Pier Aldo Rovatti, seduto di fianco a lui. Finita la messa, mi fermai a cercare qualche voce di dissenso. La trovai in un giovane comunista di non so che gruppetto, il quale, dopo aver dato del revisionista a Negri, mi spiegò con tranquillità che il crollo definitivo del Capitale, dati alla mano, era ormai una questione di mesi. Occorreva pensare all’organizzazione dei soviet nella Bassa Friulana. In quell’occasione compresi due cose importanti. La prima era che avrei sempre preferito i veterocomunisti ai postoperaisti innamorati del suono della loro voce. La seconda era che le infinite faide interne alla Sinistra avevano effettivamente qualcosa di religioso. Era una lotta per l’egemonia dottrinale che continuava da un secolo e mezzo, fatta di chiese, concili, scismi, movimenti ereticali, scomuniche, roghi, santi e martiri. Occorre avere almeno un po’ di fede, in quelle faccende. A me la fede manca del tutto e, agli invasati che si scannano per la giusta dottrina, preferisco chi tenta concretamente di mettere una pezza ai mali del mondo (e non al Male, che nessuna utopia potrà mai eliminare) senza troppi strepiti, con umiltà e intelligenza. La maggior parte dei comunisti pre-Bolognina erano fatti così, a ben vedere. Ma erano comunisti? Io di sicuro non lo sono più.

Sia chiaro: non rinnego niente. Se penso soprattutto a quel circolino di paese, so di aver scelto le migliori persone che potessi frequentare allora. Con alcuni era nata una vera amicizia, al di là della politica e se ora non ci vediamo più è soltanto perché la vita ci ha allontanati. Nel ’98 mi ero già trasferito in città per studiare, come gli amici più stretti. Cominciai a tornare meno spesso al paese, soltanto per vedere i miei. Negli anni ho continuato a frequentare gli stessi ambienti, un po’ per affinità, un po’ per abitudine, un po’ per caso. Ho scoperto lo strano piacere delle eresie marxiste (francofortesi-operaisti-situazionisti-etc.) considerate puramente come generi letterari. Ho votato tutti i partiti della sinistra, comunista e non, inclusi i Radicali ed escluso Tonino Di Pietro, che non è di sinistra. Grazie a Gianpaolo Pansa, mi sono iscritto all’ANPI, che qui a Venezia spesso delega la faccenda delle iscrizioni a…Rifonda (mi hanno già telefonato varie volte perchè vada a ritirare la tessera 2012 al circolo, me ne dimentico sempre).

Ho scoperto che, là dove la Sinistra è maggioranza, i sinistronzi sono legioni, sia tra i puri e gli antagonisti che tra gli opportunisti e gli amici dei palazzinari. La stronzaggine, del resto, è una qualità prepolitica che a volte si colora di qualche tinta. Quanta ideologia, decisamente troppa. Quanta ideologia è davvero necessaria per affrontare razionalmente e in modo laico le questioni più elementari, ad esempio del dove e come far passare una strada o una ferrovia? Sarà che viviamo in uno strano Paese, una Repubblica in cui non è mai esistita una Destra democratica, dove c’è la Sinistra più settaria del mondo, dove il termine “legalità” evoca un’idea di Stato di polizia, mentre “antifascista” – anche grazie agli sciocchi per i quali tutto è fascismo, dalla cravatta al biglietto del tram – viene scambiato per qualcosa di a-democratico e violento dalla maggioranza filistea. La quale maggioranza, peraltro, in fatto di democrazia, avrebbe molto da imparare. Con la crisi, poi, lo scenario si è fatto ancora più confuso, le parole d’ordine sono diverse, o hanno cambiato senso, e il vecchio Marx – un grande classico della modernità, da leggere e rileggere – non sta più sulle insegne della rivolta. La verità è che ho provato ad essere comunista fuori tempo massimo, quando il comunismo era ormai una pantomima, e la radicalità stava prendendo altre forme, come oggi appare evidente a tutti. Pare proprio che i vent’anni passati dalla fine del socialismo reale siano stati soltanto una parentesi di spappolamento e marcescenza delle idee radicali: postmodernisti e tradizionalisti, cyberfanatici e luddisti, islamisti e leghisti, complottisti, signoraggisti, sciroccati ingenui e miserabili che spillano loro quattrini, giovani borghesi indignati, nazi e fasci 2.0, comunisti che riscoprono la patria e fanno l’occhiolino ai rossobruni. Tutta roba da cui mi tengo ben distante.

Resta il problema dell’etichetta da portare. Sembra che non se ne possa fare a meno. «Riformista…» no, «Migliorista…» nemmeno, «Socialdemocratico» per carità. Il mio amico comunista scuote la testa. Quelle etichette non gli piacciono. Improvviso e azzardo un «Azionista», nel senso del Partito D’Azione, di Giustizia e Libertà, di Rosselli, Rossi, Salvemini, Ginzburg, Lussu, Foa, Spinelli, Galante Garrone, Fenoglio, etc. «Ecco, ti pareva, snob fino all’ultimo!», direte. Boh. A me sembra più snob citare Agamben, la biopolitica e i rizomi, ed ho il sospetto che il vero discrimine stia nell’attitudine all’autoironia, qualità estremamente rara (e preziosa), in politica:

Nel febbraio del 1974 il “Giorno” pubblicava un’intervista fattami da Corrado Stajano. Il titolo, credo non scelto da lui, era: Il mite giacobino non s’arrende. Quella qualifica mi mise di buon umore, e subito scrissi e mandai a Stajano, dedicandoglielo, questo scherzoso


Autosfottò del “mite giabobino”

Gli antifascisti levano le tende
ma il mite giacobino non si arrende.
La birba vince e il giusto se la prende,
ma il mito giacobino non si arrende.
Cadono Luther King, Kennedy, Allende,
ma il mite giacobino non si arrende.
La fiaccola del Mis losca si accende,
ma il mite giacobino non si arrende.
La classe dirigente compra e vende,
ma il mite giacobino non si arrende.
Dilaga il mal da Napoli a Torino,
ma non si arrende il mite giacobino.

(Alessandro Galante Garrone, Paolo Borgna – Il mite giacobino, Roma, Donzelli 1994)

Avercene, di miti giacobini così.

(Fine)

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18 thoughts on “Io, Rifonda e gli altri/3

  1. […] e in quel periodo nacque la mia discutibile predilezione per il saggio rispetto al romanzo. (continua) Share this:FacebookTwitterStampaLike this:LikeBe the first to like this post. Pubblicato: 18 […]

  2. shylock ha detto:

    valeva la pena aspettare il terzo post. Perché sebbene proveniamo da storie e sinistre diverse (la mia, probabilmente anche per educazione familiare, è sempre stata una sinistra anticomunista), siamo entrambi approdati fra i senza etichette, in quella schiera di individui che, pur senza voler raddrizzare il legno storto dell’umanità, si tira su le maniche per cercar di rattoppare le tante falle del mondo. Da anticomunista duro e puro, son convinto quanto te che sia meglio aver a che fare con un vetero-comunista che con un sedicente antagonista: per il primo la realtà è un fatto; per il secondo è più che altro infingimento, mascheramento, narrazione.
    Avrei molto da dire (e magari lo dirò più avanti) ma ti lascio con una piccola nota polemica: sei sicuro che l’intransigenza azionista davvero ti descriva e davvero possa giovare al paese? Perché io, in quella mitica (e mitizzata) esperienza politica, leggo molti dei mali che affliggono questa sfigata landa mediterranea.

    • Federico Gnech ha detto:

      Accolgo volentieri la nota polemica e mi spiego meglio: non ho veramente la pretesa (piuttosto ridicola) di rispecchiarmi in quelle grandi figure di intellettuali. La citazione di Galante Garrone si riferiva più che altro all’autoironia, prerogativa di chi adotti un approccio laico alla politica. Se per intransigenza intendi l’integrità etica, ben venga l’intransigenza. Onestamente non credo che quella cultura possa essere ritenuta responsabile dei mali del Paese. Ha contato troppo poco, semmai., come diaspora sparsa in tanti partiti, PCI compreso. E’ vero che oggi qualcuno si vorrebbe appropriare del mito, col rischio di farlo diventare una sorta di caricatura girotondina. E’ un rischio sempre più reale, essendo i protagonisti della vicenda quasi tutti scomparsi. Questo ha generato una polemica pretestuosa e volgare, in fondo tutta centrata sull’opposizione berlusconismo-antiberlusconismo. Conosco gli argomenti di Galli della Loggia a partire dalla figura di Gobetti (come se tutto si riducesse a Gobetti) o gli attacchi vagamente squadristi di Ferrara. Ma sono bassezze che per me non meriterebbero nemmeno di essere menzionate. Tu che sei un “lettore pagato” avrai senz’altro altre fonti, però…

      • shylock ha detto:

        Per una lettura seria ti consiglio i lavori di Dino Cofrancesco, lo storico che ha coniato la formula del gramsciazionismo.

        Mi trovo sempre un po’ in difficoltà quando si cita l’integrità etica degli azionisti. A cosa si allude? Ad uno stile di vita e di far politica rigoroso? Alla trasparenza con cui i leader del PdA combatterono sempre il fascismo? Alla forza delle loro idee?
        A me verrebbe da rispondere che erano altri tempi e che la classe dirigente aveva – quasi per intero – uno stile ben diverso rispetto a quel cui siamo abituati oggi. Era cristallina la condotta di molti DC, di molti comunisti, di tanti liberali, persino dei monarchici e dei fascisti. Non meno forti erano le idee proposte da gran parte delle forze in campo. E in materia di antifascismo, sui monti ad imbracciare il fucile andarono comunisti e liberali, cattolici e monarchici (tra cui mio zio, liberale e militare del Regio esercito), azionisti e socialisti.

        Sulle idee, io qualcosa da ridire l’avrei. Innanzitutto, sulla possibilità di conciliare liberalismo e socialismo (rivoluzionario), con una radicale messa in discussione dell’economia di mercato. Poi, su un sostanziale rifiuto di quel politeismo dei valori che contraddistingue le società liberali. E che per me non è laicità bensì laicismo giacobino (perdona l’uso di un termine, laicismo, che ha avuto un impiego banale e stupidamente polemico negli ultimi anni). Andando avanti, l’idea di Stato per gli azionisti non era quella liberale, di un semplice regolatore (per quanto rigoroso) dei molteplici interessi e valori in gioco, ma semmai di dispensatore esso stesso di valori e idealità. Poi, l’elitarismo intellettuale degli azionisti (non necessariamente snob) che li portava a non comprendere davvero il Paese con l’illusione che fossero gli elettori a doversi adeguare al rigore del PdA e non il PdA a dover andare incontro al suo (potenziale) elettorato.

      • Federico Gnech ha detto:

        Sì ho letto qualcosa di Cofrancesco (non il librone sul “gramsciazionismo”), è un po’ l’anti-De Luna e in questo senso le sue osservazioni si perdono nel livore di una polemica un po’ sproporzionata. Almeno da quel poco che ho letto, s’intende. Non so se sia possibile formulare un giudizio complessivo su di un movimento che ebbe vita brevissima e travagliata, un seguito marginale, un’eredità difficile da ritrovare. Che quel gruppo di persone rappresenti il giacobinismo deteriore (e non il “giacobinismo mite”) o addirittura un’idea di stato etico mi sembra molto difficile da sostenere. Non amo la dietrologia ma ho il sospetto che con l’azionismo – del quale altrimenti non fregherebbe niente a nessuno – si vogliano colpire (o difendere) in effigie alcuni soggetti ed alcune categorie del nostro momento politico attuale e non solo (leggi: l’antifascismo). A questo proposito: è vero che i Giellisti non furono gli unici antifascisti sulla piazza. Furono però, appunto, i più integralmente tali. Elitari lo erano di sicuro, e pagarono questo fatto alle urne. Al di là del contributo complessivo, trovo che anche soltanto il manifesto di Ventotene sia un momento molto alto di elaborazione politica. Forse il più alto del dopoguerra italiano (e fu scritto a guerra non ancora conclusa!). I nomi che ho citato restano dei grandi riferimenti per me, che forse non sono mai stato comunista, ma che difficilmente diventerò un liberale sic et simpliciter, ecco tutto.

  3. Eugenio Orsi ha detto:

    annulla e sostituisce precedente commento:

    Io mi dispiaccio che siamo arrivati alla fine del ciclo, mi ero affezionato alla lettura.

    Il restare senza etichetta e’ sia sintomo di emancipazione che di debolezza, avere un nome a cui appellarsi, sotto il quale contarsi e sul quale progettare, sicuramente da’ una forza che sicuramente non si puo’ avere altrimenti.

    Personalmente non mi dispiace per nulla la definizione che da’ Enzo Fano sull’essere di sinistra: http://viverestphilosophari.wordpress.com/2012/02/05/la-sinistra-e-di-destra/

    Sulla base di una definizione simile non mi spiace affatto definirmi “di sinistra” senz’altro.

    • shylock ha detto:

      Riguardo al post di Enzo, che già avevo letto a suo tempo, sono d’accordo su molte delle sue affermazioni (e credo che il professor Fano andrebbe annoverato tra i liberals) anche se penso, tuttavia, che pecchi un po’ di schematismo astratto. La sinistra è qualcosa che esiste sulla carta (in teoria, insomma) o è anche e soprattutto iscritta nel cammino storico? Perché se così è, non si può non riconoscere che la sinistra (europea) è stata anche, soprattutto e quasi sempre massimalista, riconoscendo nell’economia capitalistica (prima quella dei tycoons industriali, oggi quella delle multinazionali e della finanza internazionale) e nel mercato idoli da abbattere piuttosto che da trasformare e riformare. E a me pare che ancora oggi, quantomeno in Italia, l’elettorato di sinistra sia molto più legato a quello schema storico (ovviamente attenuato dai tempi) di quanto ad esso non siano affezionati i dirigenti del suo maggior partito che, seppur con grandi timidezze e con oggettivi limiti, non considerano più il mercato come il male assoluto.

      • Federico Gnech ha detto:

        Hai ragione sul fatto che l’elettorato di sinistra (in Italia) è tendenzialmente più a sinistra del proprio ceto dirigente. Non credo però si possa dire che la sinistra europea del dopoguerra sia stata quasi sempre massimalista. Guarda agli esempi francese e spagnolo, al laburismo inglese o alla socialdemocrazia tedesca e scandinava. Rimane fuori soltanto il c.d. eurocomunismo del PCI che, almeno a partire da Berlinguer (figura che rispetto ma che non mitizzo affatto) fu una forza de facto socialdemocratica, che semmai costituì un argine al massimalismo. Aggiungerei che, in Italia più che altrove, la realtà geopolitica ha deciso per cinquant’anni quella politica, è bene non dimenticarlo.
        La realtà forse è molto semplice: in paesi meno sfortunati io voterei tranquillamente laburista o socialista e tu conservatore, soltanto qui siamo costretti a farci tutte queste menate 🙂

  4. shylock ha detto:

    Da liberale (forse neppure io sic et simpliciter…ma ne parlerò presto su shylock) rispetto le tue opzioni personali e non trovo nulla di male che una delle tue stelle polari sia l’azionismo. Certo non è una tradizione che io consideri mia e semmai avverto maggiori affinità con Croce ed Einaudi (e con la prassi di De Gasperi, una personalità che ho imparato a stimare ed apprezzare).
    Su azionismo/anti-azionismo, è evidente che la polemica abbia assunto toni da tifoseria calcistica, ma questo è uno degli eterni problemi dell’Italia, la costante divisione in fazioni incapaci di dialogare tra loro. Ad essere sincero, non nutro però una particolare simpatia per chi oggi si considera continuatore dell’azionismo, dall’intellighentsia torinese (De Luna, Revelli, Zagrebelsky – pur con toni, storie personali e sfumature diverse) a “Repubblica”, tanto nella sua versione “disinvolta” alla Scalfari quanto in quella piemontese alla Ezio Mauro (e Barbara Spinelli).

  5. shylock ha detto:

    non so perché ma non riesco a replicare al tuo post in modo che questo vada sotto al tuo…alla fine ci sarà una grande confusione, non si capirà più nulla.

    Come Eugenio ben sa, ho spesso il gusto della provocazione e dell’esagerazione. E’ vero che non tutta la sinistra europea fu massimalista: lo fu certamente e lungamente in Italia, ma lo fu anche in Francia (Mitterand fu eletto su una base programmatica di sinistra dura; poi, nella prassi, si rivelò il presidente della rupture). Anche in Germania, fino alla svolta di Bad Godesberg, non si può parlare di vera socialdemocrazia.
    Mettiamola così: negli anni ’60/’70 la sinistra europea era già più riformista che non massimalista (con importanti eccezioni). Però, pensa quanto tempo è passato da quando Giolitti propose a Turati di entrare al governo su un programma liberal-democratico (1907) e pensa come la storia italiana ed europea avrebbe potuto essere diversa se i riformisti avessero vinto non negli anni ’60 (sull’onda della tragica esperienza sovietica) ma qualche decennio prima, quando il riformismo era già una importante realtà.

    Non sono per nulla convinto che in un paese normale voterei conservatore: sceglierei, di volta in volta, sulla base dei programmi. Ti posso dire però con certezza che, in Italia (e lo avrai capito), nutro un’allergia fortissima per quella che è la “gente” di sinistra, col suo senso di superiorità etica, con la sua arroganza pseudo-intellettuale, col suo disprezzo del mercato e del politeismo dei valori. Che ci vuoi fare, noi siamo anche e soprattutto quel che abbiamo vissuto e quell’antipatia me la porterò dietro per lungo tempo. Grazie a dio, però, la ragione non mi ha mai permesso di votare per quel personaggio farlocco del Cavalier Banana.

    • Federico Gnech ha detto:

      Eh sì, dopo n commenti il thread va a ramengo…sai, quel senso di fastidio che provi per lo stereotipo sinistrorso lo provo anch’io, in una certa misura. Dato il contesto cittadino e mio personale, questo mi ha portato a limitare tante frequentazioni. Però provo un fastidio anche superiore per il sedicente “liberale” nostrano, del quale Michele Boldrin ha fornito un ritratto imho assai efficace: https://flaneurotic.wordpress.com/2011/05/28/i-cosiddetti-liberali/

      Se poi devo essere sincero sino in fondo, a volte è l’umanità presa in blocco a darmi grande fastidio…(eh sì, questo è piuttosto reazionario 🙂

      • shylock ha detto:

        eh no, reazionario no: ho avuto una mia (breve, per fortuna) fase reazionaria e ti assicuro che c’era poco da ridere, roba da paranoia. Forse poteva essere bello fare i reazionari all’epoca di De Maistre o di Leopardi senior, quando la modernità era ancora un bagliore; ma oggi, che forse la modernità è stata addirittura superata dalla post-modernità, ad esser reazionari ci si deprime soltanto!

  6. cristiano ha detto:

    mi rimane una curiosità che le vostre ulteriori sottolineature dotte e un pò manieriste- per me: ma forse è che ho letto molto meno di voi-, ha sorvolato: ma davvero non avete dei dubbi su Israele e la questione ebraica? non è un pò snob pensare che il rischio di fraintendimento delle questioni sfoci naturalmente in “razzismo”? non è anche questa una questione di intelligenza, sensibilità, misura, ecc?
    Cristiano

    • Federico Gnech ha detto:

      Sono quasi vent’anni che ragiono, leggo e discuto di quei temi e sono quasi troppo stanco di discuterne per avere ancora dei dubbi. Sono profondamente convinto che la Sinistra marxista abbia torto su Israele e quel torto purtroppo mette in secondo piano le sacrosante ragioni (leggi: ritiro dai territori occupati, etc.). Sono proprio l’intelligenza, la sensibilità e la misura che mancano, quando si parla di Israele. Abbonda invece l’imbecillità, dimostrata anche da gente più che acculturata e sperabilmente non antisemita.
      Quando studiavo Ebraico a Ca’ Foscari rimasi molto colpito da un infuocato consiglio di Dipartimento in cui due iranisti (i professori Meneghini e Zipoli, per la cronaca), a partire da un appello del Guardian, seguito da qualche altro docente veneziano, proposero il boicottaggio degli scambi con le università israeliane – le quali, detto per inciso, promuovono le critiche ai loro governi più di qualunque ateneo italiano. Vidi il povero Mario Nordio uscire sbattendo la porta (e la proposta venne ovviamente respinta). E gli aspiranti orientalisti? C’è quello che gira col portachiavi di Hezbollah, quell’altra che “maddai fai ebraico? No, che delusione”. Questo succede nelle università, non in curva allo stadio o al baretto. Lo snobismo quindi non c’entra, comunque se vuoi ne parleremo a voce, io e te, per ora rimando ancora a questo scambio su nazione indiana, dove ho cercato di sintetizzare il mio pensiero: http://www.nazioneindiana.com/2011/09/23/riflessioni-su-un-documentario-israelo-palestinese/
      a dopo

    • shylock ha detto:

      Dai Cristiano, lo sai meglio di noi che “God is in the details”: la puntualizzazione, la sottolineatura sono il sale del discorso (e del ragionamento).
      Inutile dire che su Israele la pensi esattamente come Federico: non lo dico certo per adulare il nostro ospite; semmai, ne abbiamo parlato molti post fa e ci siamo trovati su posizioni perfettamente sovrapponibili. Comunque, non è affatto vero che io non abbia dubbi sulle politiche dei governi di Israele; ho molti dubbi, però, anche sulla Russia di Putin, sull’Ungheria di Orban (che, detto tra noi, non si capisce perché non se la caghi nessuno), sul Venezuela di Chavez, sull’Egitto post-Mubarak. Sono disponibilissimo a parlare degli errori della classe dirigente israeliana ma non vedo cosa essi c’entrino con la “questione ebraica” da te evocata.

  7. cristiano ha detto:

    che bello discutere con persone intelligenti: mi riferivo al link di Federico…
    ma scusate, devo scappare: mi devo vedere con Federico…
    a presto

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