Omar Calabrese 1949-2012

Omar Calabrese è morto ieri sera nella sua casa di Monteriggioni, presso Siena, mentre guardava la TV assieme alla moglie. Era uno che mi ripromettevo di approfondire. L’avevo orecchiato dagli amici che facevano il DAMS e letto pochissimo. «Ma Lino, secondo te, perché tutto questo interesse per il barocco, la poesia barocca, il teatro barocco..?» «Beh sai, dopo gli studi di Omar…», ma soprattutto sapevo della sua partecipazione all’ideazione del concept politico dell’Ulivo

MA GUARDA un po’ che cosa ci tocca vedere. Che deve venire qualcuno da Bologna o da Milano per insegnarci cos’ è il barocco. A noi, che viviamo a Roma, dove di barocco ne abbiamo tanto, forse troppo. Così come abbiamo tanto, anche troppo scirocco. Ciò che faceva dire ad Ennio Flaiano, nei momenti di malumore: I hate barocco, I hate scirocco, I hate Rome: odio il barocco, odio lo scirocco, odio Roma. Questa la prima reazione che si prova di fronte al nuovo libro di Omar Calabrese. La prima reazione: comprensibile, ma sbagliata. Perché sul barocco, e soprattutto sul neobarocco Calabrese ha molte cose, interessanti e nuove, da dirci. Ce le dice in L’ età neobarocca (Laterza, pagg. 213, lire 20.000). Per apprezzare questo saggio, occorre ricordare una cosa: esiste una tesi formulata la prima volta in modo persuasivo da Eugenio d’ Ors nel 1933 secondo la quale il barocco non è un fenomeno storico, ma un fenomeno eterno ed eternamente ricorrente, che può presentarsi in alternativa al classico nei periodi storici più diversi. Aggiungo che un’ ipotesi analoga è stata formulata da altri per il romanticismo. C’ è chi l’ ha ritrovato anche nelle lettere di San Paolo (ciò che mi pare perfettamente legittimo). Calabrese riprende questa tradizione critica per darci la lieta novella. Che il barocco è tornato tra noi; che viviamo in un’ età neobarocca. Come ha fatto, a capirlo? Come fa, a saperlo? Calabrese è di professione semiologo. Insegna al Dams di Bologna, con Umberto Eco, di cui è stato allievo. Si occupa di molte cose; anche di televisione, in un modo che trovo sempre estremamente interessante. E si diverte anche a farla, la televisione. E’ stato fra gli sceneggiatori di Lupo solitario. Il semiologo è uno che sa leggere i segni. Calabrese si è accorto del ritorno del barocco notando e decifrando alcuni segni. Viviamo in un’ epoca in cui la linea dritta, la figura compiuta, la totalità non hanno molta fortuna. Si affermano invece figure frammentate, frastagliate, fratte (c’ entra anche la teoria matematica dei frattali, nel libro di Calabrese? Sì, c’ entra anche quella). Viviamo in anni caratterizzati da una proliferazione di mostri: i mostri cinematografici di Conan il barbaro, di La cosa, di Alien. I mostri televisivi di Visitors e di Star Trek; i mostri videovisivi di Thriller, l’ ormai celebre videoclip di Michael Jackson. Viviamo giornate ossessionate da immagini labirintiche. E qui rinvio al capitolo settimo, un vero e proprio pezzo di bravura dove Calabrese ci aiuta a ritrovare la figura del labirinto nei videogames, nelle trame di Dallas, nei circuiti del nostro personal computer. Insomma, siamo proprio ci sono ancora dubbi? in un’ età neobarocca. Addio uomo ad una dimensione, annunciato e temuto da Marcuse alla vigilia del ‘ 68. Viviamo frammenti di dimensione, segmenti di dimensione, bizzarramente combinati fra loro. Dunque, il frammentario, il mostruoso, il bizzarro: il barocco. Fin qui Calabrese ha ragione. La sua intuizione è giusta. Gli farà piacere sapere che contemporaneamente al suo è uscito in Inghilterra un libro analogo che si intitola pensate Baroque – ‘ n’ – Roll. L’ ha scritto una donna di gran talento, pressoché paralizzata dalla sclerosi: Brigid Brophy. Lo ha pubblicato Hamish Hamilton (pagg. 172, sterline 10,95). E’ un libro di non comune (davvero: non comune) raffinatezza. Ci sono saggi su Freud e su Shakespeare. Su Mozart e su Jane Austen, appaiati. Sul tennis e su certi tennisti che rassomigliano come John McEnroe ad un imbronciato putto barocco. Sulla funzione delle preposizioni nel greco classico. E naturalmente, sul rock and roll. E naturalmente, sul barocco. Tuttavia, questa donna straordinaria definisce il suo barocco in modo un po’ diverso da Calabrese. Non come una cultura del frammento e della bizzarria, ma come cultura della contraddizione. E’ barocco, secondo lei, quell’ abbraccio esplosivo di contraddizioni e di opposizioni, vuoi intellettuali, vuoi emotive. Comunque Calabrese ha ragione, quando dice che viviamo in una età neobarocca. Ha meno ragione anzi ha torto, secondo me quando insiste con eccessivo accanimento su un altro punto, eternamente controverso. Guardate l’ Unità di mercoledì primo luglio. C’ è una recensione, molto positiva, di Alberto Abruzzese, al libro di Calabrese; e c’ è uno scritto molto ironico, molto aggressivo, molto difensivo di Calabrese stesso. Che fa finta di essere il recensore di se stesso e di rimproverarsi le cose che certi recensori severi secondo lui inevitabilmente gli rimprovereranno. Eccolo qua, il solito semiologo indifferente ai valori, che mette sullo stesso piano Bernini e i mostri di Dario Argento; le cupole di Borromini e le vicende di Dallas. Solo perché partecipano tutte del barocco, o del neobarocco. Ma le differenze: dove sono le differenze? Dove sono le gerarchie di valori? Dove sono i valori? Così secondo Calabrese, un critico un po’ accigliato accoglierà il suo libro. Omar Calabrese si deve convincere se può, se vuole che il punto non è questo. Nessuno gli rimprovera di mettere insieme il sacro e il profano: l’ estasi di Santa Teresa e le estasi delle eroine di Dynasty. Così come nessuno rimprovera a Brigid Brophy ci mancherebbe di far entrare nello stesso discorso e con la stessa dignità la Navratilova, nota protagonista femminile del tennis internazionale e i sillogismi di Aristotele. Il punto è un altro. Calabrese sostiene che fra tutte le combinazioni culturali barocche, comunque ottenute, non si deve introdurre un giudizio. Non si deve dire: questa è più bella, questa è meno bella, questa è più interessante, questa è meno interessante. No, sono tutte ugualmente belle (o ugualmente brutte; fa lo stesso), tutte ugualmente interessanti. L’ unica cosa che deve importarci è farne l’ anatomia. Per scoprire che sono come sono tutte neobarocche. E questo non è vero. Mi piace ripeterlo con la semplicità che ci vuole: non è vero. Molti anni fa (non più di venti, comunque) Paolo Milano colse sull’ Espresso il nocciolo del problema, ricorrendo proprio guarda caso ad un esempio barocco. Stavano arrivando tra noi gli strutturalisti peraltro benemeriti e tentavano di convincerci che nostro dovere culturale era quello di analizzare le strutture sottese ai fenomeni culturali più vari e più complessi, senza distinguere. Senza giudicare. No, scrisse Paolo Milano. Roma è piena di cupole, cupolone, cupolette barocche. Ciascuna di esse è un organismo coerentemente complesso. Innervata dalla stessa struttura nobilmente barocca che innerva tutte le altre. Ma alcune di queste cupole ci interessano, ci emozionano. Di altre non ci importa proprio niente. Anzi, ci sembrano superflue, ci danno addirittura fastidio. Ci sembra che siano loro a provocare lo scirocco. Lasciamo stare le cupole del Seicento e torniamo ai giorni nostri. Ci sono state di recente almeno tre iniziative che Calabrese se ho ben capito il suo libro definirebbe neobarocche (ed io con lui): l’ Estate romana di Nicolini, la candidatura di Cicciolina nelle liste radicali, le candidature di personaggi diversissimi quali Guido Rossi e Luigi Pintor fra gli indipendenti di sinistra. La prima era una manifestazione di neobarocco inventivo (non a caso Renato Nicolini è architetto, e cultore del barocco). Le altre due si sono rivelate manifestazioni di neobarocco scadente, anche se strutturalmente analoghe alla prima: nel loro intento barocco di tenere nello stesso abbraccio realtà intimamente contraddittorie. Nella prima iniziativa la mancanza di controllo delle contraddizioni: un partito dell’ impegno che promuove l’ effimero ha avuto un meritato successo. Le altre due no, come dimostrano le persistenti polemiche sull’ elezione di Cicciolina e sull’ insuccesso elettorale del Pci. Se vivesse nella capitale, dove il barocco insieme allo scirocco è di casa, Omar Calabrese non insisterebbe tanto nella sua semiologia avalutativa; non ripeterebbe tanto spesso il suo non giudicate. Anzi, qualche volta direbbe anche lui come Flaiano I hate barocco, I hate scirocco, I hate Rome. Quand’ è troppo sciroccosa. Troppo pesantemente, troppo inutilmente barocca. O neobarocca.

(Beniamino Placido, Barocco e Scirocco, “La Repubblica”, 15 Luglio 1987)

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5 thoughts on “Omar Calabrese 1949-2012

  1. No, volendo bene ad un’intelligenza, del resto se ne amamo molte di intelligente vive(moltisime, anzi,moltissime, migliaia, migliaia… per gli amanti del genere, pochissimi invero questi ultimi, per quanto siano molti i sedicenti tali, in ncerca di appartenenza e di greggi di accoglimento) e troppe se ne vanno via presto, non si può nè si deve (di un “es muss sein” laico, eticamente laico, personalmente credo) esisbire, portare e finanche il “fiore all’occhiello” di caproniana memoria, di altra occasione:ma il coté, raffinatissimo e di elitaria, ma nel senso di qualcosa cui ambire, non ritenuta “difficile” e quindi -dai parvenus- ritenuta, meglio, da evitare, il coté era simile, la discussione ad amplissimo spettro, con respiri e meditazioni, riflessione puntualissime, e giocosi procedimenti dialettici, e contronti estroversi, apertissimi, il coté era simile. Era.

    Sarà ancora? Bah…Forse. Un giorno, non è un giorno vicino a venire, temiamo assai.

    E ricordo, oggi, dopo la notizia ferale, guardando questo suo vecchio e illuminante e divertentissimo volume, lavoro di mente non pigra nè assuefatta alla convenzione, per restare in tema scherzosamente, ricordo il saggetto, quasi degno di div entare una mini plaquette, su Micromega, non vorrei sbagliare, l’ho perduto quel numero, era il secondo di Micromega,autunno mi pare, vicino al mio compleanno appunto, e affamato lo lessi, di ritorno dal mio lavoro da appena iscritto all’Università (fu ad agosto l’iscrizione, sì era così), ed era sul Classico e il Barocco, e si faceva l’esempio di Rambo (erano gli anni del suo inizio mediatico, quello), si discettava per sommin capi, era soltntao un articolo per la rivista delle “ragioni della sinistra” di P. FLores d’Arcais e il mai saccente ma dotto assai suo compagno di viaggio intellettuale nel periodico, il G. Ruffolo, ora un po’ anziano. Si poneva il discrimine tra barocco lato sensu (barocco del resto era tale per i nemici dello stesso, per il barocco storico, intendiamo, e il classico…il canone classico, insomma. Quel saggetto non ce l’ho più, tra traslochi e dimenticanze.

    Calabrese, che consocevamo per adolescenziale precoce frequentazione di alfabeta, tra Eco, Maldonado, et alii, entusiasmava, generosissimo, e si leggeva anche così. E qui mi fermo.

    Et de hoc satis, ripeto ancora una volta.

    Pierluigi Pettorosso

    • Federico Gnech scrive:

      Perdonami, la prima parte del tuo commento mi risulta piuttosto oscura: a quale coté era simile quello (se ho capito bene) di Calabrese? E’ una risposta, la tua, al vecchio pezzo di Beniamino Placido?

      • Grazie per aver ospitato il mio testo all’impromptu, del resto nemmeno corretto, come mia abitudine, pessima abitudine, le coltivo con cura le abitudini, soprattutto quelle pessime. Si parlava, per understatement, di Pier Paolo Pasolini, ma delle cose importanti, dei miei interessi (inflazionati a dismisura con le stagioni, e sempre approfonditi equivalentemente), e il cotè , il miieu culturale, sebbene mutatis mutandis, era simile…soltanto simile, talmente altre erano le persone e la congerie di eventi (ecco, gli eventi, non le exibitions o i vernissages, ecc gli eventi sono altri, per una genealogia , soltanto ev ocata, delle parole di senso smarrito, fecale epifenomeno di questo demi monde del niente contemporaneo), dicevo di eventi, di drammi, traumi, passaggi, di fasi storiche e di altro, e di , soprattutto, persone, anime e corpi, altre erano le condizioni e le strutture, e le passioni. Ma di ciò e di molteplici altre cose non scrivo mai, nemmeno per i due minuti a commentom di una grave mancanza avven uta nel mondo, pulcherrimus nihil, come ho già detto, quin di ho solo sottinteso il soggetto di riferimento, apunto, il poeta di Casarsa.
        Ecco perchè corteggio, lambisco il “fiore all’occhiello” di Caproni, vedi epigramma una settimana dopo la scomparsa violenta e micidiale del poeta-regista di cui sopra, mi sono permesso, con tale ovvietà lo dico che me ne vergogno quasi, di accostarmi ad un niveau humain tale che chiunque potrebbe, e sarebbe benvenuta la critica, censurarmi.

        Grazie anc ora per la tua ospitalità, studiando, studiando e studiando, godendo, e vivendo, cosa tutta anacronistica. Un saluto con simpatia umana,

        Pierluigi Pettorosso (pierluigi.pettorosso@tin.it)

      • Salve, caro dialogante,

        la mia modestissima proposta di ricordo – attraverso un foro di vissuto personale, nella forma così dilagante e n on amata da me – che coltivo contgraddizioni enormi e pessime abitudini coltivate soprattutto perchè pessime- del web presence, scritta e non corretta, fermata all’impromptu per passione e non altro che presenzialismo mio- era riferita bensì al Placido, in primis, che leggevo quotidianamente su un giornale nato nel ’76 e da me appena visto nei titoli neri e odorosi di piombo, nei giorni del rapimento e sacrifico di A. Moro, visti in edicola, a casa, forse( ma i miei erano di un ‘ignoranza indomita, forse da qialche vicinom di casa) o proprio in edicola, un luogo di sorprese indicibili me imprevedibili, di gusto e di qualità, cambiato come da secoli fa proveniente…Certo, il PLacido, cultore di cultura americana, letteratura innanzitutto, come ricordava ai ragazzi poco tempo fa il simpatico A. Portelli, e di scienze umane, il Placido che somiglia a W. ALlen, quello, pure presente a “Quelli della Notte” una puntata o due, e di cui godiamo le aberrazioni concettuali, quanto lin guistiche in parte, in un film di un cineasta peggiorato nel tempo, quel Nanni MOretti, spesso rintracciabile di persona alle prime dei suoi film, magari al Quirinetta a Roma, Palombella rossa, ad esempio, o a Campo de’ FIori ove parcheggia la vespetta nera. Ma…ad rem , veniamo ora, …il cotè era riferito segnatamente al poeta di Casarsa, Pier Paolo Pasolini che , come tutte le cose -inflazionate da anni, troppe, non troppe, essenziali, non fondamentali forse…, e sempre equivalentemente assorbite indagate esplorate ad infinitum, mai e poi mai soltanto consultate- le cose che amo in un modo e di una cifra di amore e passione per la consocenza diversa da tre generazioni oramai, le cose che non dico, le cose che amo , cioè, non ne parlo invero mai. Mai, sul web. SI può verificare all’istante, pronubo il Google che in biopotere è un praticone di tutto rispetto.
        Ciò che amo e vivo, per evocazione e altro, non ne parlo mai, o scrivo mai, solo persone a me sempre in anticipo sconosciute poi partecipano, in un biunivoco “di-scorrere”, e mi fanno partecipare allo scambio umano vitale, anche intellettuale: correggo, intellettuale e non solo, no, pas du tout. Quindi non citavo, e per cortesia l’ho fatto ora, il soggetto di riferimento. E molto altro forse.

        Ho fatto una “quasi eccezione” per Calabrese, ad esempio, ma trasvolando, non entrando nel merito mai, e del poeta e regista ferocemente scomparso non dico, magari solo un understatement, un riferimento, addirittura, ampolloso io, paragonando il mio non gesto al commento di una settimana dopo la sua scomparsa di Caproni. Il silenzio, dunque, c’est tout.

        Grazie per la tua ospitalità, è la seconda volta che riscrivo nell’arco temporale oggettico /bah…) di ca dieci minuti, o quindici, la diarroica risposta mia alla tua cortese interlocuzione, quindi ho scritto due testi assai differenti, uno, per fortuna ( nell’epoca del mancato accoglimento di saggi e plurimi consigli di non scrivere ma “fare una telefonata”), uno …dicevo…è morto nel virtuale spazio disumano dle web. Nel pulcherrimus nihil, di secondo grado, ovviamente.

        Piuttosto, vorrei ringraziarti per l’ospitalità, non è facile ospitarmi, e del resto mai reitero l’autoinvito, quasi mai. Di Calabrese, e di tale niveau humain et culturel mi addolora, come mi addolorerà di molti altri, ancora molti.
        Grazie, cordiali saluti da un simplex (ho detto proprio simplex…eh già…).

        Tutto ciò che ho detto qui, mi par di rendermi conto ora, era inutile, una traccia, ma…non so…non lo so.

        Con simpatia uman a, studiando, studiando e studiando, sembra una vetusta citazione ora che ci ripenso, e “passionando”, el due cose non son disgiunte affatto, come sostiene il caro prof. G. Marramao, almeno sostenne… nel 2008 dinnanzi ad una consocenza in comune, pensante e carina, ma assai.Le donne sempre “identicamente uniche” (mi ripeto, lo so)inorridiscono al cospetto di codesti esemplari erotici e pensanti, non preparate per esserlo, ma ab imis coltivate.

        Grazie e buona serata.

        Pierluigi Pettorosso (pierluigi.pettorosso@tin.it)

      • Federico Gnech scrive:

        Ero felicemente disconnesso e ho letto solo ora il secondo commento…Buona serata, anzi ormai buona giornata a te

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