Shipbuilding

Esattamente trent’anni fa (giorno più, giorno meno) la Royal Navy iniziava le operazioni di avvicinamento al teatro di una guerricciola quasi dimenticata, quella delle Falkland. All’inizio dei febbrili anni ’80, la declinante dittatura argentina aveva pensato bene di reclamare il possesso di quella manciata di isole spazzate dal vento e abitate in prevalenza da pecore. Una guerra è sempre un buon diversivo per le dittature in crisi, la gente si distrae pensando alla pelle dei parenti e i regimi guadagnano tempo. Contava di cavarsela con poco, il generale Galtieri, quel macellaio fascista e sbruffone, essendo convinto che a Sua Maestà Britannica non importasse granché di quelle quattro isole dimenticate in fondo all’Atlantico. Grandissima cazzata. Gli Inglesi reagirono molto male. Tanto più che allora a Downing Street abitava nientemeno che l’Iron Lady, a sua volta bisognosa di un’occasione simbolica. Inutile dire che l’Argentina prese un fracco di legnate e in meno di tre mesi dovette rinunciare alle sue pretese. Il risultato politico fu notevole. La guerra delle Falkland ebbe il duplice effetto di contribuire alla caduta della junta e di far riguadagnare consensi in patria alla Thatcher. Lascio a voi il compito di stilare un bilancio della vicenda.

Noi Italiani facciamo fatica a capire quanto la bandiera, ad altre latitudini, sia una cosa seria. Me ne accorsi parlando della guerra delle Falkland con Aram, un amico armeno argentino («Medio armeno», e mezzo siciliano, precisava lui) che per qualche mese mi è capitato di ospitare:

« Ma avevate la dittatura!»

«No tiene nada que ver!»

E giù a tentare di spiegare che sì, lì c’era la dittatura, ma che in ogni caso gli Inglesi lì non ci dovrebbero stare, e che comunque gli imperialisti sono loro (oggi lo dice Chavez, lo dice Sean Penn, lo dice pure Morrissey, accidenti a lui, che continuasse a scrivere le canzoni che scrive, piuttosto…). La disputa non si è ancora chiusa, e se allora si trattò di una questione di bandiera, oggi Argentina e UK tornano a guardarsi in cagnesco per ragioni più concrete: pare che, oltre alle pecore, da quelle parti si trovi anche il petrolio.

Non che in una guerra qualunque manchino elementi di concretezza economica. Nell’82 l’Inghilterra era in piena recessione. Agli operai dei cantieri navali del Merseyside, rimasti senza lavoro negli anni precedenti, non doveva dispiacere quella nuova opportunità. Shipbuilding racconta proprio questa vicenda, tratteggiata nelle voci che corrono tra la gente: a rumour that was spread around town, si ricomincia a costruire navi. In quella canzone c’è tutta la malinconica contraddizione della guerra come effimera fonte di benessere per chi costruisce i suoi ordigni. La produzione e la distruzione che viaggiano assieme. Trent’anni dopo, mentre il mercantile e la crocieristica non se la passano troppo bene e nemmeno il più importante gruppo di cantieristica navale del nostro Paese viene risparmiato dalla crisi, le navi da guerra rimangono un articolo molto richiesto. Proprio Fincantieri sembra aver puntato molto sul settore militare: costruisce navi per la marina USA e per quella degli Emirati Arabi, ed è stata scelta dalla Marina Indiana (che volete che sia un piccolo incidente diplomatico) per la progettazione di sette fregate – vabbè, risparmiatevi la battuta…

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