L’Europa a pezzi

Mentre le nostre amministrative finiscono col piccolo trionfo di Grillo e con un calo del 7% dell’affluenza alle urne, tento di chiarirmi le idee su quello che è successo in giro per l’Europa. Tento soprattutto di chiarire a me stesso perché la vittoria di Hollande (cioè la caduta di Sarkozy) non mi entusiasmi come avrebbe fatto in altre situazioni, e come invece entusiasma Giuliano Ferrara e Fabrizio Cicchitto. Istintivamente mi rallegro per il consenso recuperato da una forza socialista in un paese così importante, vive le socialisme, e quant’altro. Il punto è che in questo frangente le idealità e le appartenenze sono andate a farsi fottere, e temo proprio che a vincere non sia stato il socialismo europeo in quanto tale. E’ fisiologico che le elezioni in tempo di crisi siano perse da chi governa. I socialisti tornano al potere in Francia – un paese uscito finora indenne dalla crisi –  dopo diciassette anni di gollismo e post-gollismo, ma hanno perso in Spagna, in Portogallo ed ora in Grecia, dove paradossalmente il PASOK è stato punito non tanto per aver contribuito a portare il paese alla bancarotta, quanto per aver accettato la ricetta Blut und Tränen di Berlino. Di fatto, ciò che rimane della lotta politica, in questa fase di una crisi che sembra non finire più, è il discorso geo-economico che identifica l’austerità con Berlino e le politiche di spesa col resto d’Europa. Questa è la sintesi, un po’ rozza, adottata dalla maggioranza assoluta dell’opinione pubblica e del ceto politico di destra e di sinistra, in Italia e non solo.

Cosa cambia con la fine dell’asse franco-tedesco, nei fatti?  Le prime dichiarazioni della Merkel sono chiarissime: il fiscal compact non verrà rinegoziato, non ci saranno cedimenti sulle politiche di rigore. E perché mai dovrebbero esserci? Perché la Germania dovrebbe mettere a rischio la tenuta della propria economia per sanare i debiti dei Greci o degli Italiani, più di quanto non abbia già fatto? Il risultato è che da qualche tempo l’interesse nazionale tedesco viene percepito come contrapposto all’interesse europeo – o meglio, all’interesse “dei popoli europei”, espressione rispolverata da Hollande nel suo primo discorso postelettorale. Questo fatto rappresenta a mio avviso un’autentica tragedia. Può darsi che si tratti di un fatto inevitabile, come è inevitabile la tensione tra creditore e debitore insolvente, e non per questo meno tragico. Stiamo vivendo la crisi di consenso più grave vissuta nella storia dell’integrazione Europea, che sarà pure venuta male, ma che non possiamo permetterci di demolire. Anche perché gli scricchiolamenti dell’Unione si accompagnano a certi fenomeni di rigurgito che vorremmo evitare. In situazioni di crisi le opinioni pubbliche reagiscono come possono, spesso alla mentula canis: più che la vittoria di Hollande o la crescita dei consensi a sedicenti marxisti che chiedono il fallimento pilotato degli stati e l’uscita dall’euro, il dato che più salta agli occhi è infatti quello dell’avanzata dell’estrema destra. Che il Front National, che arriva al 19%, sia diventato una sorta di AN post-Fiuggi, non la bevo. Ad Atene un partito neonazista ottiene il 7% ed entrano in parlamento i nostalgici dei Colonnelli, mentre l’anno scorso, senza tanto clamore, la NPD aveva superato il 9% in Meclemburgo-Pomerania Anteriore (uno dei Land economicamente più deboli). Su Orban e sull’orribile nuova Costituzione ungherese si dovrebbe aprire un capitolo a parte.  Mi sto preoccupando inutilmente? Ha senso chiamare tutto questo, eufemisticamente, “euroscetticismo”? E si tratterà davvero, come dice qualche mio conoscente, di una paranoia creata ad arte dai “neoliberisti” per terrorizzare gli ingenui democratici e far loro accettare di buon grado la scomparsa del Uèlfar Stéit?

Nel tardo pomeriggio di ieri, cullato dalla voce della Berlinguer, mi sono addormentato davanti alla TV ed ho avuto un incubo fantapolitico. Ho sognato che nel 2025 gli ultimi due membri rimasti  – Croazia e Serbia – decidevano di sciogliere l’Unione Europea per tornare finalmente a scannarsi. L’anziano sindaco di Torino, Mario Borghezio, brindava all’Europa dei Popoli, con un calice di Sciampagna, spedito a dorso di mulo, come prescritto da Cibolento, attraverso le rinate e blindate frontiere europee, da un ecovillaggio dedicato a Jean Thiriart. Beppe Grillo era diventato amministratore unico di Finmeccanica e vendeva gli autoblindo col celebre motore ad acqua agli eserciti della tante piccole patrie d’Eurasia. Paolo Sizzi era diventato ministro della Razza, o qualcosa del genere. E il peggio di quell’incubo non lo ricordo.

Al risveglio, ancora ansimante, ho appreso che un grande scrittore era stato eletto sindaco, e son tornato subito tranquillo.

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