A proposito di rigore

E’ probabile che a tanti italiani il risultato portato a casa da Monti stanotte non tocchi quanto quello portato a casa dagli Azzurri. In effetti la natura tangibile di due gol batte l’annuncio dell’accordo raggiunto a Bruxelles.  E ormai la vulgata, da destra a sinistra, racconta di tecnocrati impegnati a salvare le banche e a far suicidare la povera gente. Nonostante i fatti dicano qualcosa di diverso, in tanti a sinistra continueranno a parlare di “offensiva neoliberista” . Ma non ha importanza, ciò che importa è che sia possibile un buon compromesso tra le politiche di spesa e quelle di rigore fiscale, che la moneta unica tenga e che nessuno venga lasciato per strada. Ecco perché le quindici ore di “partita” giocata, in buona sostanza, tra Monti e la Merkel dovrebbe interessare anche i monomaniaci con i loro abbonamenti Sky e i loro 42″ comprati a rate. O forse no:

Certo, me la sono goduta e sofferta pure io, Germania-Italia. Come un bel film. Anzi, meno di un bel film, perché domani non ricorderò nulla dei movimenti in campo e forse neppure dei gol. Continuo a pensare che il calcio professionistico – cioè il discorso su di esso – in questo Paese occupi troppo spazio, troppo tempo, troppe risorse. Ma piace alla maggioranza, e tanta gente ci campa, dunque va bene così. E’ poi capitato – e capita ancora spesso – che un oggetto così pervasivo, alla base di un immaginario così forte e diffuso, diventi materiale di riflessione intellettuale e di creazione letteraria. Impossibile dimenticare Umberto Saba e le sue Cinque poesie sul calcio. Pur non condividendo la passione dei tifosi, il grande poeta triestino così scriveva:

E’ (il gioco) più popolare che ci sia oggi, ed è quello in cui si esprimono con più appassionata evidenza le passioni elementari della folla. L’atmosfera che si forma intorno a quegli undici fratelli che difendono la madre è il più delle volte così accesa da lasciare incancellabili impronte in chi ci è vissuto dentro. E questo per non parlare della bellezza visiva dello spettacolo, dei gesti necessari dei giocatori durante lo svolgimento della gara. Che dire poi di quello che succede tra il pubblico e i giocatori quando una  squadra paesana riesce a segnare un goal contro una squadra superiore (la cui superiorità molte volte è dovuta a denaro) e rinnova, sotto gli occhi dei concittadini, lucenti alle lacrime, il miracolo di Davide che vince il gigante Golia?

Un’allegoria riproposta in queste settimane, inevitabilmente. Oggi l’edizione online del Corrierone riporta la prima pagina del 13 luglio 1982, un paio di giorni dopo la fine del Mundial. Scorrendo i nomi degli scrittori e degli intellettuali che commentavano la nostra vittoria mi è impossibile non tentare un confronto con il nostro presente: Moravia, Testori, Parise, Volponi, Sereni…e, tra gli scrittori, un professore di economia nemmeno quarantenne, il bocconiano Mario Monti. Il suo pezzo va letto come se fosse stato scritto oggi:

Mi sembra che negli ultimi anni si siano sviluppati due fenomeni: il gusto della spettacolarità e la sfiducia, nel prossimo e nella verità. Il gusto della spettacolarità l’abbiamo visto emergere nelle marce non competitive, nella contemplazione in massa di opere d’arte, persino in una politica giocata e valutata in termini di immagine molto di più che di contenuti. In senso opposto e cioè centrifugo, ha giocato la sfiducia. Se parli con qualcuno che non conosci e forse anche se lo conosci bene, può essere un terrorista, un aderente a società segrete, un impeccabile bancarottiere. Soprattutto sei posto sempre più spesso davanti a eventi misteriosi “dietro” i quali stanno cose gravi e contraddittorie per cui l’unica certezza è che non conoscerai mai la verità. Ecco di colpo la vittoria dell’Italia: è una verità semplice, giustamente ritenuta importante e a tutto tondo: “dietro” non c’è niente. Credo che non sia un ritorno di nazionalismo, malgrado il revival degli anni Trenta e il fatto che eravamo stati campioni nel ’34 e ’38. Piuttosto da economista quale sono vedo in tutto ciò tre caratteristiche che si ritrovano anche quando l’Italia “gioca” l’economia invece del calcio: il passaggio dall’autoflagellazione all’entusiasmo spinto; la difficoltà di identificazione rispetto all’estero (“siamo proprio gli ultimi; ma no, in fondo siamo i più brillanti”) e infine il saper agire risolutamente solo in condizioni di emergenza (il rischio era di essere accolti a pomodori al ritorno in Italia oppure una crisi della lira). Abbiamo battuto i brasiliani per fantasia, i tedeschi per gioco di squadra. Sarà un caso, ma il nostro punto debole è stato il…rigore. Come in economia.

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