Monti, gli asili cattolici e i cani di Pavlov

Vaghi, vaghissimi ricordi. Non so se a partire da qualche criterio psicopedagogico o dall’arbitrio della mother superior, un certo numero di marmocchietti veniva selezionato per una dimostrazione di talento rivolta alle famiglie. I prescelti venivano sottoposti ad alcuni mesi di formazione intensiva in vista di quello che per molti sarebbe stato il primo episodio importante di panico e tremori e pisciarella: il saggio di fine anno. Qualunque cosa possa significare, il figlio del comunista (ovverosia il vostro affezionatissimo blogger) imparava i pezzi a quattro mani di Schubert e Boccherini, mentre il figlio del democristiano – poi berlusconiano – imparava la preghierina dell’angioletto per recitarla con due ali di polistirolo attaccate alla schiena. Buffo, no? Meno buffa fu l’esperienza per come la vissi, o meglio, per come la ricordo. Considerato il bamboccio che ero, molto amato e vezzeggiato, l’impatto con suor Tiziana – così si chiamava la mia insegnante di pianoforte – fu piuttosto duro. Poco avvezzo ai giudizi severi, alle bacchettate – non metaforiche – sulle mani ed allo stress della performance, la mia reazione al termine del saggio fu tale da scoraggiare i miei dal farmi proseguire gli studi di pianoforte. Sviluppai un odio per gli strumenti musicali in genere che durò fino ai dodici anni, quando, rovistando a casa dei nonni, trovai una vecchia chitarra scassata con la quale, ad orecchio, strimpellare i motivetti sentiti alla tele.

Eh sì, ho fatto l’asilo dalle suore. Più precisamente, in una scuola materna fondata e gestita dalle Figlie di Nostra Signora del Rifugio in Monte Calvario, congregazione nata dall’ordine delle Suore di Nostra Signora, etc., istituito dalla nobildonna genovese Virginia Centurione Bracelli  (escludo che all’asilo ci fossero figlie rassomiglianti il ritratto della fondatrice, che avrei però riconosciuto, qualche anno più tardi, nella novizia Gloria Guida. E comunque sia, forma bonum fragile est!). Alt! Capisco l’automatismo nell’attribuire le mie numerose tare all’imprinting cattolico. Eppure, calvario pianistico a parte, non rimprovero alle figlie del calvario nulla che non possa rimproverare anche ai miei insegnanti degli anni successivi, anche a quelli de sinistra. Ma ammettiamo pure che il sottoscritto abbia subito qualche danno. Il fatto è che la mia famiglia non aveva altra scelta, dal momento che al paesello l’unica scuola materna esistente era (ed è tuttora, trent’anni dopo, in un nuovo e più brutto edificio) quell’asilo parificato gestito dalle suore. Così è in gran parte del Veneto, regione tradizionalmente bianca,  e in varie altre regioni d’Italia (i dati li trovate qui).

Dopo la polemica di qualche mese fa, relativa alla scelta di Monti di far pagare l’IMU anche alla Chiesa Cattolica, mitigata da una provvidenziale – è il caso di dirlo – esenzione relativa proprio agli edifici scolastici, il tema dei fondi alle scuole parificate ritorna in primo piano nei giorni della spending review. A parte la soppressione-accorpamento di alcuni enti ed istituti di ricerca, che sinceramente saluto con favore (non si capisce perché l’Istituto per l’Alta Matematica, in un Paese che disprezza persino l’aritmetica, non possa stare dentro il CNR, ad esempio), in queste ore la rete frigge di una nuova indignazione di stampo pavloviano: “Eccolo là, il Monti, il democristo, che toglie 200 milioni all’Università per darlo alle scuole dei preti!” Curiosamente, basta voltare lo sguardo all’altra sponda per sentire i Cattolici piangere miseria e deplorare i nuovi tagli alle scuole parificate. Come la mettiamo? Ancora una volta, il fatto che i pianti e i latrati di Guelfi e Ghibellini vadano all’unisono è un segno che l’amministratore del condominio sta lavorando bene. In questo caso si è deciso che dai tagli previsti alle scuole paritarie –  le quali, in termini assoluti, riceveranno circa 50 milioni in meno rispetto all’anno scorso –  siano abbuonati 200 milioni. Che all’Università sia tolta la stessa cifra ha naturalmente favorito la polemica. Comunque la si pensi, per i motivi che ho descritto sopra, questa è l’unica soluzione possibile, a meno di non far pagare direttamente alle famiglie le bollette degli asili – e poco ci manca.

Scongiurato il pericolo che il (non più così) fiorente Nord-Est rimanga senza asili, rimane la solita considerazione generale sui privilegi della scuola privata, in gran parte cattolica, e quindi sui privilegi della Chiesa. Certo noi progressisti, noi gente laica e de sinistra, potendo, vorremmo vedere i nostri figli in uno di quei begli asili pubblici emiliani, puliti, moderni, colorati ed accoglienti, fiori all’occhiello del socialismo padano. Gli studenti nella scuola privata cattolica (considerata nel suo insieme, dalla materna ai licei, su tutto il territorio nazionale) rimangono attorno al 9% del totale, nonostante un calo forse legato più a questioni demografiche che a scelte culturali. Già, le scelte culturali. Che vi (ci) piaccia o no, l’imposta sugli immobili della Chiesa l’ha decisa un cattolico, Mario Monti – cattolico di quelli che vanno a messa  al mattino presto, prima di andare in ufficio, e che chiedono udienza al Papa subito dopo il loro insediamento al Governo. Non l’ha decisa nessuno dei vari governi di Centrosinistra che pure abbiamo avuto in questi ultimi vent’anni. Non l’ha decisa il Gentiluomo di Sua Santità Massimo “Richelieu” D’Alema, che durante la sua breve esperienza da Presidente del Consiglio assieme a Luigi Berlinguer – prima quindi di Berlusconi e della Moratti e di chiunque altro – stabilì la parità tra scuola pubblica e privata, estendendo quindi a quest’ultima i sussidi diretti, che ad oggi ammontano a circa 500 milioni di Euro, ripartiti tra contributi di mantenimento e buoni scuola. Il tutto in nome della conquista del Centro. E se non vi basta, chiedete un po’ a questi signori e a tutti l’homeni de cultura amici loro in che scuole hanno fatto studiare i loro figlioli.

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