Garantismo tattico

Detesto anche solo l’espressione “tintinnare delle manette” e non ho mai “fatto il tifo” per la magistratura. Non si “tifa” per un potere dello Stato, semmai si auspica – votando di conseguenza, quando viene il momento – che quel potere resti indipendente e dalla politica e dalle ambizioni personali dei suoi rappresentanti. Non ho mai amato il protagonismo di certi magistrati e ancor meno i toni da Comitato di Salute Pubblica di certa Sinistra. Travaglio, poi, ha cominciato a lasciarmi perplesso in tempi non sospetti ed è sconfortante verificare come il cambiamento in questo Paese debba avvenire per via giudiziaria. Ciò detto, non è altrettanto sconfortante che un partito, una coalizione, un’idea di programma (ogni tanto qualcuno trova ancora il coraggio di ripeterla, la migliore barza del Cav., quella sulla “rivoluzione liberale”) e un’intera fase politica durata vent’anni si possano verosimilmente leggere come il tentativo dell’uomo più ricco d’Italia e dei suoi famigli di salvarsi dal fallimento e/o dalla galera? E’ andata proprio così, ed un giorno lontano, quando saremo tutti morti, lo si potrà dire senza suscitare più alcuno starnazzamento. La maggior parte dei cosiddetti “garantisti” italioti non ha il benché minimo interesse per la Giustizia in quanto tale, che in questo Paese versa nelle tragiche condizioni che sappiamo. Tralasciando i semplici prezzolati, tutti gli altri nutrono un qualche desiderio di revanche personale o politica (ma questo è uno dei casi in cui il personale è assolutamente politico) nei confronti della magistratura. Nel corso degli anni, allo zoccolo duro degli ex-craxiani si è aggiunta una pletora di valvassini del Principe, di pennivendoli inaciditi, di gente a cui hanno messo in galera il babbo o semplicemente punito la squadra del cuore. Tutta questa gente può contare sulla scarsa, scarsissima memoria degli Italiani. Non basterebbe, altrimenti, una grande faccia di culo per ricordare il ventennale di Falcone e Borsellino (un compitino facile facile) ed attaccare allo stesso tempo la Procura di Palermo – la quale non è investita di alcuna autorità divina, sia ben chiaro. Il fatto che qualche radicale rischi a volte di confondersi in questa massa mi mette un po’ di tristezza, ma insomma, una volta rinunciato all’idea di una confortante mamma politica, si può ben sopportare qualche contraddizione.

Insomma, si sarebbe potuto andare avanti così sino alla fine dei tempi, ascoltando in sottofondo le vocette di Cicchitto o Straguadagno o Lappaterga o Sarcazzochi, sinché la placca africana non avesse accartocciato del tutto lo stivale sul confine svizzero, sinché il livello dei mari non fosse salito fino a ricoprire anche i cocuzzoli, sinché non ci fossimo – alla buon’ora – estinti tutti. E invece mi sembra stia succedendo qualcosa di nuovo. La nuova fase dello scontro tra classe politica e magistratura si apre con qualche sorprendente riposizionamento, magari non dichiarato. La faccenda delle intercettazioni al Quirinale, la morte di D’Ambrosio, la risposta durissima di Napolitano («atroce è il rammarico per una campagna violenta e irresponsabile di insinuazioni e di escogitazioni ingiuriose») stanno contribuendo a rimescolare le carte. I risultati politici di questa situazione potrebbero anche risultare interessanti. E’ a forza di avvisi di garanzia che Vendola (Vendola l’eclettico, Vendola il sostenitore dei progetti di Don Verzé, il delirante Vendola: «trent’anni di liberismo [?] che hanno portato l’Italia in grande crisi») si riavvicina a Bersani (e a Casini…), allontanandosi di gran carriera da Tonino di Pietro. La mossa giusta per i motivi sbagliati, ahimè. Stai a vedere che l’immaginario “partito dei giudici”, descritto dal Cav. e dai suoi famigli per vent’anni, si possa formare adesso, di fronte a una ricomposizione dei fronti: tutti quelli con avviso di garanzia, da una parte, quelli senza, dall’altra. Non sarebbe un bello spettacolo.

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