Quell’altra isoletta

Se non ci sei nato, ti ci puoi immergere, lo puoi abbracciare con lo sguardo e puoi ritenerti soddisfatto. Ma tentare di descriverlo vuol dire arrancare tra una serie di immagini usurate – “acque cristalline”, “Caraibi a un passo da casa”, anche se i Caraibi non c’entrano proprio niente, e via dicendo. Ma le isole hanno un loro entroterra, anzi per millenni sono state soprattutto il loro entroterra, trascurato dai vacanzieri che non abbiano orecchie per le sue storie.
A Silba – Selve – minuscola isola del Quarnerolo, c’è ancora un po’ di terra priva di turisti, ai quali è concesso il giusto, e cioè soltanto lo stretto necessario per poter godere di quel mare senza lasciare troppe tracce. Non circolano auto a Silba, soltanto molti carretti spinti a mano, poche biciclette e qualche trattore. E circolano, anche se difficilmente noi bagnanti riusciamo a vederle, le regine di quelle gibbe pietrose riarse dal sole (non sono olive nere, quelle che vedi sul sentierino appena dietro gli scogli). Girando per le vie del paese dopo il bagno del pomeriggio, pentax al collo, cercando quel genere di scatti che giustifichi l’aver portato la macchina, mi imbatto nel protagonista della storia. Mio sta riempiendo con la canna di gomma le bocce vuote dell’acqua minerale che ha caricato sul pianale del trattorino. Deve portare da bere alle capre, dall’altra parte dell’isola – cioè a poche centinaia di metri da lì. L’estate è stata terribile in tutta Europa, la macchia è secca come non mai. Persino i fichi d’India che vedo sui muretti sembrano aver dichiarato la loro resa. Mio parla un ottimo italiano (mentre, ahimè, il mio Croato si limita al dober dan di cortesia e a poco altro), e per di più ha voglia di raccontare. Io ho voglia di ascoltare, e di domandare, e metto il tappo all’obiettivo. Soltanto dopo qualche chiacchiera, come per fermare chissà cosa, chiedo di potergli fare una foto. A quel punto ironizza sul fatto di essere l’abitante più fotografato di Silba. O almeno di esserlo stato sinché ha portato barba e capelli lunghi («da vero pastore»), prima che se li tagliasse con la stessa macchinetta che usa per tosare le pecore, appena qualche giorno prima.

Eppure Mio non nasce affatto pastore e sembra incarnare bene ambedue le culture del Mediterraneo: quella che guarda al mare e quella che guarda alla terra. Nato sull’isola, è cresciuto sulla costa dalmata, a Spalato, la città del meraviglioso palazzo di Diocleziano. La sua famiglia si era trasferita lì a metà degli anni ’60, quando ancora c’erano la Jugo e il Maresciallo Tito («mi ti se kunemo» ) e suo padre lavorava alla costruzione dell’aeroporto. Mio è quindi cresciuto da cittadino. Chissà se sarebbe mai tornato a Silba, se non avesse perso il lavoro, tre lustri fa. Faceva il marconista sulle navi, fino a che non si è deciso che del Morse si poteva fare a meno («…ma se non hai segnale in mezzo all’Atlantico, voglio vedere…»). Ha molto navigato, il dito sul tasto a ticchettare messaggi, e conosce quasi tutti i porti d’Italia, («Trieste, Monfalcone, Venezia, Chioggia, e poi Ancona, Pescara, Vasto…» e poi su dall’altra parte, Genova, «fino all’ultimo porto prima del confine…Ventimiglia, no?». Gli chiedo, ripensando ai cantieri edili che ho notato in giro per il paese, se per caso non stiano costruendo troppo, in un’isola che finora si è salvata dalla speculazione edilizia, e così arriviamo a parlare proprio dei disastri nel Ponente ligure e in altre parti d’Italia. Anche se, dice Mio, «i peggiori sono stati gli Spagnoli nelle Canarie». Sì, a Silba si sta costruendo troppo, ma un regolamento limita le nuove edificazioni al centro dell’isola e speriamo che a nessuno venga in mente di cambiarlo.

Come può accadere che un marinaio diventi pastore? Nel ’98, proprio nel momento in cui Mio riceve l’annuncio del suo prossimo licenziamento, la nave sulla quale è imbarcato attracca a Genova. Proprio a Zena, Mio si infila in una libreria e, un po’ per caso, si imbatte nel suo primo libro sull’allevamento della capra. Passerà un po’ di tempo e deciderà di tornare a vivere sull’isola per allevare quelle simpatiche bestie. Non sarà facile. Mio incontrerà lo scetticismo degli altri isolani, votati ormai al turismo. Eppure, dice, a Silba ce n’erano tante, di capre, fino a pochi decenni prima. Non tante come le trentamila pecore di Pago, dove si produce il formaggio più famoso della regione («ma una volta il formaggio di Silba era ancora più conosciuto»). Mentre gli altri trovano comprensibilmente più comodo fare gli affittacamere durante l’estate, Mio è pastore tutto l’anno. I turisti se ne vanno, le capre restano. Mi sembra che sia riuscito molto bene a riprendere quella nobile tradizione, a giudicare dal formaggio che io (turista) ho mangiato e portato a casa. Mio mi fa capire che un po’ la città gli manca, e non è difficile capire perché. A Silba durante l’inverno rimangono un paio di centinaia di abitanti, perlopiù molto anziani. Il traghetto passa tre volte a settimana e per giorni interi è possibile girare per le vie del paese senza incontrare anima viva. Eppure Mio non sembra affatto infelice. Brontola, forse, ma il brontolio è il rumore della vita. La sua è una scelta in fondo molto razionale. Non da tutti, certo, e perché mai dovrebbe esserlo? Ma che vi devo dire, sapere che Mio, sua moglie e altri come loro, in altre isole, fanno il gesto di portare l’acqua alle caprette mi rasserena molto.

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One thought on “Quell’altra isoletta

  1. Cpd ha detto:

    Bel resoconto. Mi ricorda vagamente i diari di Tashtego dall’isola greca. Luoghi e uomini mitici, con storie semplici.

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