Stress da superlavoro?

«A voi che ce l’avete con Marchionne: ricordatevi che Marchionne sostiene Obama», cinguettano i nostri pennivendoli ammaregani di Trapani o del rione Monti («I wanna teach you how to make a REAL arancheenah, goombah…what? Oh no, Peegee’s from Rome, they eat Souplee over there. By the way, have I ever told you the story of me trying to explain the USA to Italians? C’mon, have a seat… Well, let’s start from the Sicilian Independence Movement…»).

Dunque, andiamo per ordine: USA, 2009. Lo Stato sgancia più di sette miliardi di dollari per salvare un importante gruppo automobilistico. Li mette in mano ad un manager che di auto si occupa da poco più di cinque anni, ma che è noto per saper mettere in ordine i conti di aziende quasi decotte. L’operazione riesce, ed è il Presidente in persona a dimostrare la propria stima per il manager. «Mi piace quando Obama parla di Chrysler. E’ la pubblicità più dannatamente a buon mercato che possa avere», dichiara Sergio Marchionne. Ecco tutto, certi favori vanno ricambiati. Ogni altra considerazione è frutto della logica difettosa utilizzata dai pennivendoli di cui sopra. Beninteso, nemmeno loro credono al genio assoluto di Sergio Marchionne – anche perché di economia non ne sanno granché – ma identificano in lui il soggetto agente di una sorta di revanche (contro i sindacati, contro i “comunisti”, contro la sinistra tutta). Chi non abbia di queste fisime sta abbandonando il treno di Marchionne. Anche Renzi l’ha fatto, meglio tardi che mai.

Lo sappiamo, dietro alla generica definizione di manager si trova un po’ di tutto. Sempre più spesso troviamo professionisti del tutto ignari del prodotto, della produzione e soprattutto del mondo delle relazioni industriali, messi lì per salvare almeno gli asset finanziari delle aziende. E se poi si deve chiudere, che si chiuda. Fate caso al tipo di ubermanager diffuso nei paesi in declino, dove non si produce quasi più nulla, da dove non arrivano idee nuove e dove non arrivano capitali: in genere quel tipo di manager non sta lì per rilanciare un bel nulla, ma unicamente per ridurre il danno e preservare i profitti di un gruppo più o meno ristretto di azionisti. Questo doveva avere in mente Umberto Agnelli quando chiamò Marchionne nel Consiglio di Amministrazione di FIAT. Scusate se ripeto cose già dette sino alla nausea: la FIAT è stata la nostra più grande azienda pubblica detenuta da privati, sostenuta quasi ininterrottamente dagli aiuti di Stato, guidata fino a pochi anni fa da un viveur poco interessato alla ditta di famiglia e da vecchie volpi come Romiti (che oggi pontifica in TV). Un attimo prima del tracollo, Umberto Agnelli decide di tentare la carta Marchionne. “Ha salvato aziende messe malissimo, dicono”. L’anno dopo Umberto muore e Sergio diventa AD. Difficile pretendere che la volontà di Marchionne di continuare a fare auto in Italia potesse essere più salda di quella, già scarsa, dei proprietari. Ma FIAT è ancora un giocattolone essenziale in un’operazione come quella del salvataggio Chrysler. Certo, è una bella seccatura tenerla in piedi in Italia. Con quei sindacati che rompono le balle, poi. In un’altra occasione potremo riprendere il discorso sui problemi dell’industria italiana e su quali siano le responsabilità del Sindacato. Ora no, ora mi pare sensato spernacchiare Sergio Marchionne, che prima licenzia 19 operai e poi, costretto a reintegrarli, ne licenzia altri 19, inventandosi la deplorevole panzana della crisi del mercato. Una rappresaglia come forse non se ne vedevano dai tempi di Valletta. Questa sarebbe una dimostrazione di sapienza manageriale? A me sembra puttosto che, agendo e reagendo in modo arrogante, e stupendosi poi di non ottenere i peana riservatigli negli USA, Marchionne stia dimostrando di non essere poi così smart. O, se non altro di essere molto, molto (ma molto) stressato. Chi gli vuole bene glielo faccia notare.

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2 thoughts on “Stress da superlavoro?

  1. […] ora leggetevi l’inizio di quest’altro mio post di […]

  2. giovanni natoli scrive:

    I agree

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