«Alcuni aspetti positivi»

Forse non ha davvero molto senso fissare l’attenzione sui distinguo che la grillina Roberta Lombardi e il Sottosegretario Gianfranco Polillo hanno fatto in questi giorni, parlando del fascismo. Se li si considera opinioni isolate, dicono molto dei loro portatori. Ma si tratta davvero di opinioni isolate? Purtroppo, guardando (anche) ad altre parti d’Europa, pare di no:

Secondo un sondaggio condotto dal quotidiano conservatore Der Standard in vista del 75esimo anniversario dell’Anschluss, l’annessione dell’Austria al Terzo Reich del 12 marzo 1938, oggi un austriaco su due crede che il regime di Adolf Hitler abbia avuto alcuni aspetti positivi (da presseurop.eu)

[..] la porta del caffè fu spalancata e sulla soglia apparve un giovane stranamente abbigliato. Portava gambali neri di cuoio, una camicia bianca e un tipo di berretto militare che mi faceva pensare insieme a un vaso da notte e a una caricatura dei nostri vecchi berretti austriaci; insomma: non era neanche un copricapo prussiano (perché i prussiani non portano in test né cappelli né berretti, bensì copricapi). Io, lontano dal mondo e dall’inferno che per me rappresentava, non ero affatto idoneo a distinguere i nuovi berretti e le nuove uniformi, tanto meno a riconoscerli. Ci potevano essere camicie bianche, azzurre, verdi e rosse; calzoni neri, marroni, verdi, azzurro-lacca; stivali e speroni, foderi e cinghie e cinture e pugnali in guaine di ogni tipo: io, a ogni buon conto, io avevo deciso per quanto mi riguardava, da tempo ormai, fin da quando ero tornato dalla guerra, di non distinguerli e di non riconoscerli. Perciò sulle prime fui più sorpreso dei miei amici per l’apparizione di questa figura, che era come salita dalla toeletta giù nello scantinato e che invece era entrata dalla porta di strada. Per qualche secondo avevo realmente creduto che la toeletta dello scantinato, a me pur ben nota, a un tratto si trovasse fuori e che uno degli inservienti fosse entrato per annunciarci che tutti i posti erano già occupati. ma l’uomo disse: «Compatrioti! Il governo è caduto. Abbiamo un nuovo governo popolare tedesco!». Da quando ero rimpatriato dalla guerra mondiale, rimpatriato in un paese pieno di rughe, mai avevo avuto fiducia in un governo; figuriamoci poi, in un governo popolare. Io appartengo ancora oggi – nell’imminenza della mia ultima ora, io, un uomo, posso dire la verità – a un mondo palesemente tramontato, nel quale pareva naturale che un popolo venisse governato e che dunque, se non voleva cessare di essere un popolo, non poteva governarsi da solo. Ai miei orecchi sordi –  spesso avevo sentito che li chiamavano ‘reazionari’ – suonò come se una donna amata mi avesse detto che non aveva affatto bisogno di me, che poteva fare l’amore con sé sola, e che anzi doveva farlo, e invero al solo scopo di avere un bambino. Proprio per questo mi sorprese lo spavento che colse tutti i miei amici all’arrivo dell’uomo bizzarramente calzato e al suo bizzarro annuncio. Avevamo a stento occupato, fra tutti noi, tre tavoli. Un attimo dopo restai, anzi, mi trovai solo. Mi trovai effettivamente solo e per un secondo fu come se da molto tempo io fossi andato effettivamente in cerca di me stesso e mi fossi trovato, con sorpresa, solo. Tutti i miei amici difatti si alzarono dai loro posti e invece di dirmi prima: «Buonanotte!», come da anni era stata consuetudine fra noi, gridarono: «Cameriere, il conto». Ma siccome il nostro cameriere Franz non veniva, gridarono, rivolti al proprietario ebreo Adolf Feldmann: «Paghiamo domani!», e se ne andarono senza neanche guardarmi più in faccia. Io ero ancora convinto che l’indomani sarebbero veramente tornati a pagare e che il cameriere Franz fosse al momento trattenuto in cucina o da qualche altra parte e che unicamente per questo non fosse stato così svelto a comparire come al solito. Dopo dieci minuti, però, il proprietario Adolf Feldmann spuntò da dietro il suo banco col pastrano e la bombetta in testa e mi disse: «Signor barone, ci diciamo addio per sempre. Se mai ci dovessimo rivedere in qualche parte del mondo, ci riconosceremo. Domani di certo lei non tornerà più qui. Voglio dire, a causa del nuovo governo popolare tedesco. Lei va a casa o pensa di restare qui seduto?»

«Io resto qui, come tutte le sere» risposi.

«Allora addio, signor barone! Io spengo le lampade! Ecco, qui ci sono due candele!».

E detto questo accese due smunte candele, e prima ancora che io mi potessi rendere conto dell’impressione che mi faceva, poiché erano dei ceri da morto che mi aveva acceso, tutte le luci nel caffè erano spente ed egli pallido, con una bombetta nera in testa, piuttosto un becchino che l’ebreo gioviale Adolf Feldmann dalla barba d’argento, mi porse una massiccia croce uncinata di piombo e disse:

«Per ogni evenienza, signor barone! Continui pure a bere tranquillamente la sua grappa! Io lascio chiusa la saracinesca. E quando lei vuole andare, la può aprire dall’interno. La pertica è accanto alla porta, a destra».

(Joseph Roth, La cripta dei cappuccini, traduzione di Laura Terreni, Milano, Adelphi, 1974)

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