Nota politica all’insegna del cinismo e della bieca Realpolitik

E’ stato appassionante. Abbiamo tifato, inveito, ironizzato, accusato, analizzato. Adesso, però, basta. Chi ha voglia di ragionare ha l’occasione per farlo. Per gli altri c’è spazio nell’accozzaglia grillino-rossobruna che affollava Piazza Montecitorio. Torniamo indietro di due mesi: i risultati del 25 febbraio rendevano chiaro che le cosiddette “larghe intese” sarebbero state una semplice necessità di buon senso. Personalmente speravo (e spero) in una faccenda il più possibile breve e indolore, finalizzata essenzialmente alla riforma elettorale. Poi, di nuovo al voto, con un solo vincitore, dotato dei numeri per applicare le sue ricette (o anche per non fare nulla, ma in santa pace, sostenuto dal consenso, in attesa dei forconi). Che poi queste larghe intese avessero coinvolto il Pdl piuttosto che il M5S, sarebbe stata questione secondaria. Non si tratta di un matrimonio. Mi riesce quindi davvero difficile credere che un uomo di buon senso come Pierluigi Bersani abbia veramente creduto di poter governare per l’intera durata della legislatura sudando freddo ad ogni voto di fiducia. L’inutile e imbarazzante tentativo col M5S ha semplicemente avuto la funzione di rassicurare SEL e la sinistra del partito, grazie alla quale il Segretario ha vinto le primarie. Ricevuto il no grillino e indisponibile a una tregua istituzionale col Centrodestra, Bersani avrebbe dovuto dimettersi. Forse avrebbe lasciato il partito nel panico, ma un panico salutare, che avrebbe costretto le varie anime a contarsi e a parlarsi, in vista dell’elezione del Presidente. E invece no, ad avere la crisi di panico è stato proprio Bersani. Fermo, paralizzato, incapace di avanzare o indietreggiare, afasico. E’ in quel frangente che Richelieu D’Alema e gli ex-Popolari hanno fatto capoccella proponendo la loro “sorpresa”. Niente di sorprendente, a dire il vero. Se la prospettiva è quella di riuscire a formare un governo senza innescare una serie di rappresaglie da parte del Pdl, Marini al Quirinale è una delle opzioni possibili. A quel punto, però, chi avrebbe dovuto guidare il partito (il povero Bersani, sempre lui) era già completamente nel pallone, bisognoso della soccorrevole zampa di un vero maschio-alfa: “Lo dice Massimo, beh, cosa stiamo a perdere tempo a contarci tra di noi, facciamolo e basta, dai”. Risultato: Marini resta sotto di duecento voti. Una clamorosa figura di merda. Nel frattempo i grullini hanno proposto Rodotà, persona degnissima che ha un solo torto, non proprio irrilevante: essere stato presentato da chi fino all’altroieri stigmatizzava, e aver fatto finta di niente. A quel pezzo non trascurabile di PD che fa da sponda a Grillo e alla pancia del Paese Rodotà piace. Ma sono ancora troppo pochi, e nei più prevale la disciplina di partito.

A quel punto, tocca davvero tirare fuori qualcosa di sicuro, per evitare ulteriori figuracce. Il Professore. L’unico ad aver battuto Berlusconi, ad avere profilo internazionale, eccetera. Ma anche il vecchio protagonista delle partecipazioni statali e soprattutto l’uomo dell’Euro. Va ricordato come tutte o quasi le partite IVA oggi con l’acqua alla gola considerino Prodi come la fonte prima di ogni loro guaio. Lo vorrebbero morto. Quest’area eurofoba è oggi distribuita in modo diseguale tra PdL e M5S (Lo stop di Grillo a chi tra i suoi avrebbe volentieri votato il Professore era anche mirato a non perdere consensi tra gli odiatori della Mortazza, mi pare). Insomma, forse il ricordo idealizzato dell’esperienza dell’Ulivo prodiano annebbia un po’ la mente ai vecchi dirigenti. Fatto sta che con Prodi si realizza il capolavoro dei capolavori. Si cerca di vendere un ripiego come prima scelta, una cosa vecchia per una nuova (e Grillo lo fa notare), si provoca la spaccatura del partito (la vendetta di dalemiani e democristiani non si fa attendere) e si regalano energie nuove a Berlusconi, che vive di scontri frontali (e di scontri apparenti) e che, rimasto sempre silenzioso, da questa elezione del Presidente esce vincitore assoluto. Gli scontri frontali fanno invece malissimo a un Paese diviso come non mai, impoverito e incazzato. E’ in questo senso che va letta l’ultima scelta possibile, la scelta emergenziale di un PD ormai in macerie, non come apertura all'”inciucio”. Il Presidente migliore della cosiddetta Seconda Repubblica, un uomo di 88 anni che avrebbe davvero meritato il riposo del giusto, ha ancora una volta la responsabilità di tenere in ordine il pollaio della nostra democrazia. Per quanto mi riguarda, gliene sono grato. E dovreste essergliene grati anche tutti quanti voialtri facili all’indignazione. Certo, se solo ci fosse stato un po’ più di coraggio e fantasia in questo Parlamento, lo si sarebbe trovato subito il nome “non divisivo”, di specchiata onestà, di grande caratura internazionale, gradito a liberali di destra e di sinistra, ai giovani, alle donne…il nome era quella di Emma Bonino, sulla quale, purtroppo, pesa una conventio ad excludendum altrettanto trasversale, che va dai cattolici reazionari (troppo libertaria per costoro) alla sinistra-sinistra (troppo liberista). Chiudiamo pure il libro dei sogni. Chi manca ancora? il mio candidato alle primarie, ovviamente, Matteo Renzi. Devo essere onesto, Irrenzi mi perde parecchi punti, essendosi dimostrato politicista quanto gli altri, nei momenti cruciali (Marini non rappresenta il cambiamento, Prodi invece sì?) e, soprattutto, piuttosto opaco, in questa sua incerta scalata di un partito che praticamente non esiste più. Spero chiarisca presto le sue intenzioni perché la scissione è vicinissima e, dall’altra parte del grande buco rimasto al posto del PD, Fabrizio Barca e Nichi Vendola sono in procinto di mettere in piedi il cantiere di una nuova ‘cosa’, una sorta di super-SeL, il cui obiettivo principale consisterà nel farsi accogliere dal PSE (o dall’Internazionale Socialista? Boh.). Ancora fermi lì, stiamo, ai mai disciolti nodi identitari di questa smandrappata Sinistra. Ma si tratta di un anelito rispettabile, in fondo: non è perché uno smette di essere comunista che gli passa la voglia di perdere. Come poi faranno Nichi, il mago delle narraFioni, e un verboso funzionario ministeriale a competere coi modi spicci del M5S è davvero un mistero. Buon viaggio, comunque.

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