La Grande Bellezza, senza paura

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Più che una recensione, la mia vuole essere la difesa appassionata e faziosa di uno dei miei registi preferiti. Siamo alla seconda volta. La prima fu quando su Nazione Indiana Giuseppe Zucco definì This must be the place nientemeno che “film nazista” e mi sentii in dovere di intervenire (nel thread di commenti, qui). Su La Grande Bellezza, simmetricamente alle grandi, forse troppo grandi, aspettative, si sono scatenate critiche spesso feroci, operate da tre categorie principali di individui:

La prima categoria è quella dei rosiconi. L’odio per il «già visto» e il «già fatto» da parte di chi ha poco visto, e di sguincio, e pochissimo ha fatto, salvo appunto rosicare. Sfottere Sorrentino è ormai sport nazionale. All’interno della massa dei rosiconi, troviamo la sottocategoria dei rosiconi plain e quella dei rosiconi coinvolti (per faccende di fazione, di bottega, di invidia, di rancori personali), che qui non possiamo affrontare, non facendo parte «del giro».
La seconda categoria è quella dei critici di professione, dotati spesso di cassette degli attrezzi sorprendentemente limitate. Da noi, il nefasto postmodernismo è arrivato tardi e la venerazione per la neoavanguardia è ancora grande. In questo contesto, un film che citi la Bellezza nel titolo diventa oggetto di stroncature prima ancora di essere visto. La Bellezza è stata espunta dal campionario dell’industria culturale, non è possibile nemmeno più nominarla, a meno che non arrivi dal cinema americano. Nel postmoderno, il testo (letterario o visuale che sia) non è più centrale, non lo si deve, non lo si può più leggere frontalmente, ma di traverso, con la coda dell’occhio, e si ritiene sia meglio impiegare le proprie energie nell’extratestuale. Un’inquadratura curata diventa “leccata”, dialoghi in una lingua alta (cioè media, per gli standard odierni) diventano “pretenziosi” o “ridicoli”, e ogni infrazione alla regola PoMo viene fatta ricadere nella vituperata categoria dell'”estetizzante” – in altri regimi si sarebbe detto “decadente”. E’ vero, il cinema di Sorrentino è un cinema estetizzante, come del resto lo era quello di Fellini, al quale Sorrentino ne La Grande Bellezza si ispira dichiaratamente. E’ un cinema barocco, fatto di fughe e di giochi prospettici, in cui la forma dell’immagine è davvero centrale. E forse, al di là delle incrostazioni ideologiche di alcuni critici, conta il lavoro faticoso cui un autore che sfugga ai loro schemi costringe il recensore. Che oggi, in Italia, il formalismo visuale si sposi ai registri del comico, che un eloquio letterario si sposi al grottesco, alla satira, che il casellario dei generi da loro utilizzato diventi inservibile, questo li mette davvero in crisi, i critici («Ci stiamo ancora interrogando sulla sua vera natura», scrive Alberto Crespi su “L’Unità”). Eppure la natura di questo film e di tutto il cinema di Sorrentino sono fin troppo chiare, a mio avviso. Il ritorno ad un cinema-cinema, ad un linguaggio visivo forte, ad un grande dispiego di mezzi in tal senso, altro non è che l’insperata reazione fisiologica a trent’anni di neo-neorealismo intimista (cfr. le crisi di Silvio Orlando, ricombinate in ogni variazione possibile) o del “disagio sociale” (della serie: i primi credono di raccontare gli ultimi). 
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Infine, nella terza categoria rientrano i non prevenuti, con le critiche più puntuali. Non ne ho lette molte finora, se non in forma di commento estemporaneo, qui e lì nella Rete. La Grande Bellezza, si dice, riprodurrebbe i difetti del Fellini post-Otto e mezzo, del Fellini senza Flaiano. Un cinema, cioè che si consuma nella sua opulenza visiva, arma pericolosa nelle mani di un narciso megalomane. Non sono d’accordo. Lo sguardo di Sorrentino nella Grande Bellezza non sta solo nei complicati movimenti di macchina e nelle inquadrature pittoriche (e onestamente, rispetto ai suoi film precedenti non mi pare che abbia calcato ancora la mano). Sta nella disponibilità a trovare la bellezza presente nelle pieghe del quotidiano. E’ negli sguardi di Jep, che ritrova frammenti casuali di Bellezza in qualcuno che raccoglie le arance in un giardino nascosto, o nei bimbi che giocano con una giovane suora, nel microcosmo ecclesiastico che circonda la sua abitazione di privilegiato. In questi brevi scorci si dichiara il timido tentativo del protagonista di sfuggire alla gabbia che si è costruito da sé; è questo in definitiva il pretesto narrativo del film. Jep Gambardella – il solito meraviglioso Toni Servillo – è l’uomo fortunato che teme la vecchiaia e la morte, il creativo che non crea più, l’uomo sensibile che tiene accuratamente lontani i sentimenti, per non soffrire, perché gli è sembrato una volta di incontrare la Grande Bellezza, nei seni del suo primo amore, e poi basta, solo umane miserie. Il resto, si potrebbe dire, è décor, ma sul décor fatto di idee e persone e situazioni, elitarie e non, Arbasino (eccolo, il neoavanguardista sui generis) ha scritto grandissime pagine. Un film non è un libro, si dirà, e né Sorrentino né Contarello, coautore della sceneggiatura, sono Arbasino. E quindi?

I problemi più evidenti hanno in effetti a che fare la ridda di personaggi che popolano il film e coi rapporti che li legano. La materia è tanta e a volte dà l’impressione di sfuggire via. Qualche figura è solo tratteggiata, altre sono date come centrali e poi abbandonate un po’ frettolosamente. In questo senso, Verdone mi è parso sprecato, come anche una Ferilli davvero sorprendente (per inciso: è sempre un gran tocco di donna. Chi ha fatto notare le smagliature è un poveraccio). Ma in fondo anche questo fa parte di qualsiasi racconto dell’oggi, in cui tutto è pubblico, visto, ripreso e reso ‘social’, e tutto si consuma in gran fretta, warholianamente, tutti sono divi e non c’è più alcun divo, all’opposto che nella Roma felliniana del ’60.

Si dice che spesso sia più facile ricavare buoni film da pessimi libri. In questo caso il libro della Roma contemporanea si chiama Dagospia, e più che una raccolta di cronache mondane, è appunto un “romanzo”, già prevalentemente visuale, un fotoromanzo d’appendice, per così dire. Portarlo sullo schermo non deve essere stato facile.

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Trovare le differenze e le invarianti principali tra i contesti raccontati da Fellini e da Sorrentino è un esercizio automatico (come la spinta a rivedere al più presto La Dolce Vita): Un Paese in crescita, che scalpitava lungo steccati sociali e culturali ancora molto alti e in cui esisteva una censura effettiva, da una parte. Un Paese in declino e disgregato, in cui un’estrema libertà di linguaggio e l’accesso totale all’informazione si accompagnano a nuove povertà e ad analfabetismi di ritorno, dall’altra. Anche le élite sono diverse, ma non poi molto. La mia chiave personale per capire la Grande Bellezza l’ho ritrovata nella scena della visita notturna ai palazzi della nobiltà romana – citazione felliniana solo apparente. Bisogna andare oltre al confronto con la Roma del ’60 e tornare indietro di qualche secolo, al Cinquecento e al Seicento. Anche allora le élite tenevano feste e balli, e consumavano vizi identici ai nostri, ma, per citare la memorabile battuta di Welles ne Il Terzo Uomo, «In Italy for 30 years under the Borgias they had warfare, terror, murder, and bloodshed, but they produced Michelangelo, Leonardo da Vinci and the Renaissance». E’ così, la corruzione della Roma papalina ha prodotto una bellezza che è rimasta e, si spera, resterà ancora a lungo. Che cosa ci lascerà l’odierno universo cafonal dei politicanti, della nobilità nera decaduta, dei palazzinari resistibilmente ascesi alla notorietà, degli intellò invitati ai loro party e di tutto il codazzo dei loro servi e dei corpi in vendita? Un bel nulla. Quel nulla su cui Flaubert voleva scrivere un romanzo, senza riuscirci, come ricorda Jep, che vi ha rinunciato a sua volta.
A proposito dell’extratestualità. Permettetemi di ringraziare qui le due tritacazzi radical-chic, riconoscibili dal birignao e dall’abbigliamento (e probabilmente facenti parte dello sciame dei biennalisti che infesta Venezia in questi giorni, alla ricerca delle vibrazioni d’artista senza il disincanto e l’ironia di un Jep Gambardella). Le due signore hanno regalato a me e alla mia dolce metà un commento live del film, rendendo indecifrabili alcuni dei dialoghi più fitti e sottolineando i momenti di silenzio descrivendo le scena a voce alta, forse ad uso dei non vedenti presenti in sala. Ecco la perla di una delle signore tritacazzi, riferita a Servillo:
«Parla un buon napoletano, però.»
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11 thoughts on “La Grande Bellezza, senza paura

  1. Giovanni Natoli scrive:

    Non l’ho ancora visto. Se devo dire la mia, a parte il Divo, mi pare che Sorrentino si piaccia troppo. This must be the place era un film così occupato a piacersi che difficilmente può non irritare

  2. Giovanni Natoli scrive:

    Riguardo la grandeur visiva sai che son d’accordo ma Fellini non era solo un narcisista

  3. marco1946 scrive:

    Ottima recensione la tua.
    Ma per me il film è un’occasione mancata (magari lo rivedrò in divvuddì e cambierò idea).
    Posterò ancora sulla differenza tra Fellini e Sorrentino?
    Mah, forse l’impressione che LA DOLCE VITA fece sul liceale che ero mi impedisce di apprezzare Sabrinaferilli in piscina quanto apprezzai Anitona nella fontana…
    Ma forse la differenza è tra la LEGGEREZZA di Fellini e i toni cupi, quasi disperati di Sorrentino.
    Ultima osservazione: la Roma papale aveva Michelangelo, Bernini, Caravaggio ecc… e noi chi abbiamo? NEANCHE GLI OROLOGI A CUCU’ (visto che hai citato IL TERZO UOMO)

    • Federico Gnech scrive:

      Grazie della visita e del complimento. D’accordo che La Dolce Vita è di un’altra categoria, il paragone più che altro è sul materiale di partenza…però, se posso permettermi un ultima notazione, a me La Dolce Vita è sempre sembrato un film ‘molto’ cupo, che si apre alla speranza solo nel finale.
      Quoto amaramente la tua ultima osservazione…
      Ti saluto volentieri Venezia, tu salutami Bologna!

  4. Francesco scrive:

    Ottima recensione, anche a me sinceramente ha lasciato più di una perplessità il film (se te la devo dire tutta, si sente qualcosa di “insincero” qua e là, quale prolissità di troppo) ma appunto vanno contestualizzate in un certo modo come fai tu e senza togliere che comunque è un ottimo film.
    Le varie categorie a cui giustamente pensavi sono abominevoli, in particolare mi fa paura l’idea di quelli che “non capiscono”… e allora che parlate a fare??? Siamo in generale troppo ancorati all’idea di un realismo di maniera e a una strana idea di avanguardismo.

  5. Andrea Danielli scrive:

    Condivido molto il lato critico (il postmoderno è arrivato maluccio in Italia, nonostante gli splendidi esordi di Calvino e alcune punte come il Nome della Rosa di Eco): non abbiamo più gli strumenti per discutere di bellezza, né la riteniamo un valore. Peccato per i milioni di abitanti delle periferie alienanti: forse ci teniamo a tenerli alienati, speriamo sempre che si incazzino e facciano la rivoluzione che poi dirigeremo noi elite con le nostre idee geniali.
    Credo che la battaglia per la bellezza abbia quindi anche una ragione politica: la bellezza migliora la vita delle persone, ci sono studi a profusione che lo dimostrano, e trovo un imperativo usare tutti gli strumenti che abbiamo a disposizione per migliorare hic e nunc la vita delle classi disagiate. In attesa della rivoluzione…
    Ma mi fermo, e passo a un aspetto che, mi dispiace, non è stato trattato dalla recensione. Quello umano. La bellezza parla all’umanità e, a mio avviso, sovente la alimenta e libera. L’umanità è il fulcro del film che, in sé, è privo di trama, di connessioni logiche: perché Jep a un certo punto si accorge di essere in crisi? Da dove scaturisce il processo che si consuma nel film, di ricerca di sé e di un’arte capace di esprimere il sé?
    Non si sa. Pazienza, il bello è ciò che accade, a Jep e ai personaggi che incrocia (anche Verdone ha un ruolo importante, non è per niente sprecato). Si consumano rapporti profondi o perfettamente fasulli e ipocriti, e talvolta si mescolano i piani. Non ci sono buoni e cattivi, ci sono persone in cerca di un proprio ruolo, che talvolta se la raccontano (come la giornalista o Verdone), altre volte affrontano di petto la propria esistenza infelice (senza troppi pipponi heideggeriani, come la Ferilli).

    Se ti va, alcune riflessioni scritte dopo averlo rivisto, in un dialogo con un amico:
    “Perché sente finalmente la ragazza parlare (nel finale, prima di fare l’amore)? Perché è riuscito a terminare quel percorso che lo riporta a ri-vivere le sensazioni provate in giovinezza. Non è un guardare al passato, bensì un ritrovare consonanza con le sensazioni provate nel passato, prima di buttare a mare quella sensibilità di cui parla nella scena iniziale. Sorrentino non credo dica di tornare al passato storico, bensì di tornare al passato pre-fuffa, pre-inquinamento, a una disposizione artistica che è esistita, ed esiste ancora, pur in una terribile e malinconica minoranza.
    – Roma, la città eterna, come eterna è la vera arte che, oggi come 2000 anni fa, sa parlare ai cuori: non è un caso.
    Poi sì, l’amore di cui parla è materno, un prendersi cura dell’altro (la badante d’altronde cosa fa?), un archetipo parzialmente cristiano. “Che bello volesse bene” dice la Ferilli.

    Le musiche del film sono di autori contemporanei; uno di questi, Arvo Part (My Heart is in the Highlands), è tra i massimi autori minimalisti, capace di riannodare il rapporto con la tradizione classica e al tempo stesso di essere attuale. Buona parte delle sua opera ha una chiara ispirazione sacra.

    Il sacro è, volenti o nolenti, anima di tutta l’arte occidentale fino all’Illuminismo (e dei capolavori fino a metà 900, come Dostoevskji, a quanto dice la critica). Sacro non significa solo religioso: la trascendenza è andare oltre l’uomo per capire meglio l’uomo, e, storicamente, la religione è stata capace di distillare alcuni elementi centrali per vivere una vita veramente umana; mi riferisco alle virtù teologali (fede, speranza, carità), senza le quali saremmo solo animali. Al di là dell’insegnamento del catechismo (fatto per uomini semplici), la forza delle virtù nel mondo contemporaneo è a mio avviso ancora attuale: la speranza è la capacità di proiettarsi sempre nel futuro, di resistere al presente (oggi è fondamentale), la carità è apertura massima all’altro, condivisione delle difficoltà, la fede… è l’amore di Dio e, in fondo, solo l’amore tiene davvero in piedi l’essere umano (ed è l’unico modo per conoscere davvero, non limitarsi a collezionare nozioni).

    Nel film il rapporto con la religione è costante, critico, tormentato e, soprattutto, portato allo scacco: ne è esemplare il confronto con il cardinale, in cui Jep è inultimente maleducato e impacciato. Jep afferma di sapere che il cardinale non gli darà le risposte, forse intende chiudere la strada alla religione?

    Il film mette molta carne al fuoco, e questo si vede nella difficoltà di dar vita a una storia coerente: perché Jep nel cuore della festa per i 65 anni riflette sulla scrittura e la sensibilità? Non si capirà mai nel film quale sia stato l’elemento scatenante la quasi conversione (l’abbandono della vecchia vita), e nemmeno la rinuncia di Romano, una volta raggiunto un barlume di successo, è così chiara (forse non vale la pena fare arte sulla propria vita se si vive una vita di merda). Si potrebbe pensare che la strada verso la “redenzione” è personale, individuale, non esistono ricette, oppure che sono piccoli incidenti a metterci in guardia? La seconda mi sembra forzata: sì, Jep si scazza a fare l’amore con la milanese (Orietta) ma era già abbondantemente scazzato prima…
    Né ha molto senso l’affermazione “intorno a me muoiono tutti”, sa un po’ di Morte a Venezia, ma non è ben sviluppato. A 65 anni oggi si è giovani… Non ben sviluppato neppure il lato mafia, forse troppo macchiettistica la critica alla società del botulino (ma magistrale la scena di apertura e voluto il miscuglio di stili musicali, l’abbondanza, la contaminazione, tutte caratteristiche postmoderne).

    Eppure… eppure i contenuti sono di una forza assoluta. La forza li spinge ad essere esplicitati con estrema chiarezza, pazienza se ciò è in barba a quasi tutta l’estetica contemporanea. Il film parla di umanità e parla a chi ha ancora umanità: ci mostra facili casi umani, ma poi indaga più delicatamente le relazioni di Jep, con donne e amici.
    Tutto sta nei dettagli: la pasta e fagioli con l’amica, il pianto imprevisto al funerale, la scomposizione della vita di Stefania, liberatoria anche per lei – fuori dai cliché in cui si era incastrata. I dettagli che tanto infastidiscono chi crede che l’arte sia solo forza di idee di rottura.
    Umanità ed esperienza di vita, “Non prendere troppo sul serio quello che trovi nei libri” dice al suicida Andrea.
    Del conservatorismo abbiamo già parlato, la nostalgia come strumento in grado di riavvicinarlo all’umanità – arriva ai coniugi (marito di Elisa-badante) attraverso la ricerca di Elisa – e capace di fargli ricominciare a scrivere: il futuro c’è, eccome.
    Un ultimo aspetto che avrei voluto approfondire è lo scazzo: Jep è spesso scazzato, in un modo che sa molto di napoletano, scazzo da ex nobile decaduto (tra l’altro, come fa a essere così ricco col lavoro di nicchia che fa?); ironia a tratti feroce, rapida, schietta. E’ il modo giusto per resistere alla mediocrità che ci circonda, insieme agli abiti stupendi di Catellani?
    Forse sì, per non cadere nel livore che spetta agli incompresi – ribadisco che Jep non mi sembra amareggiato.

    • Federico Gnech scrive:

      Grazie della visita e delle tue riflessioni. In effetti avevo trascurato l’elemento del Sacro (connesso alla bellezza). E’ certamente una chiave di lettura interessante. Quanto all’umanità…beh, ogni racconto, letterario o cinematografico, di questo parla. In termini molto generali, lo schema di fondo del film potrebbe essere quello del singolo che vive dentro e ‘nonostante’ il gruppo sociale. Non sono d’accordo sul fatto che il film non guardi al passato. E’ certamente uno sguardo smaliziato: si conosce bene ciò che si ha perduto, senza essere sopraffatti dalla nostalgia. In questo potrei essere d’accordo quando dici che Jep non sembra amareggiato. Ha integrato le proprie amarezze nella sua vita, e non se ne lamenta più di tanto. E’ grato dei suoi privilegi e tiene le proprie tristezze per sé.

      • Andrea Danielli scrive:

        Non credo che ogni racconto parli di umanità: molti la usano come espediente narrativo, perché servono protagonisti, ma si divertono di più a trasmettere valori, a creare giochi un po’ autoreferenziali. Per chiarire ciò che intendevo ti farò un altro esempio cinematografico: American Hustle. Il regista non parla di umanità, per quanto talvolta ci provi, perché è troppo impegnato nella sua operazione di maniera, troppo soddisfatto di dirigere grandi attori, distratto dai costumi, concentrato sulla trama. Sorrentino invece mette a nudo l’umanità dei protagonisti e lancia una precisa critica a tutta l’arte che non sa più parlare né formarci. Ora mi sto interrogando se questo genere di arte, che è quella dei classici (universali e personali, i libri che ci hanno reso quello che siamo) sia all’origine della nostra umanità oppure, al contrario, se serva essere umani per coglierla. Tu che dici?

  6. Federico Gnech scrive:

    Diciamo che esistono racconti riusciti e racconti meno riusciti. Credo che urgenza e onestà siano gli elementi chiave per garantire ad un’opera qualche possibilità di non venire dimenticata, ma questo non esclude che la forma possa essere predominante. Dovremo altrimenti considerare inautentica gran parte della letteratura del novecento, per dire. Tutta l’arte è ‘espediente’.
    Non so se Sorrentino avesse in mente di lanciare grandi critiche al ‘contemporaneo’, genericamente inteso, io credo abbia scelto di raccontare una specifica umanità ed uno specifico paesaggio anche perché consonanti col suo modo di raccontare per immagini. Lo conferma lui stesso in una breve intervista dopo il Golden Globe, in cui fa capire di aver molto apprezzato la grande attenzione della giuria americana rispetto allo specifico filmico, ai valori visuali – che, per contro, qui da noi risultano spesso ‘confezione’ di una storia.

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