I reduci più attrezzati

In nome del rifiuto di autocensura, e secondo la parola d’ordine del filosofare come teatro della scrittura, proliferano i gerghi filosofici. Il linguaggio di molti saggi che si leggono fa pensare ad una sorta di iperspecialismo senza fondamenti e senza punti di applicazione. Come se si assistesse al debordare di una quantità inutilizzata di forza produttiva teorica. L’eccezionale, così, si fa ordinaria amministrazione nei ghetti in cui si consuma improduttivamente una ipertrofia filosofica della rivolta. E’ la moda del ruggito filosofico, di cui uno dei maestri incontrastati e ormai «vincenti» è Massimo Cacciari. Chi legge è costretto a ingoiare fin dalle prime battute intere filosofie. I concetti sembrano sempre investiti da un eccesso di contenuto, vibrano di corsivi e di virgolette. L’ordine del discorso è sfigurato da magnetismi e tensioni spasmodiche. Marx, Freud e Nietzsche finiscono per essere i nomi di una stessa aggrovigliata e terribile cosa. Si pensa ad una setta di sublimi eletti abituati a vivere solo sulle più alte vette o nei più profondi abissi. Il medium della lingua d’uso e dell’esperienza comune è bruciato. Il pane quotidiano di questa intellettualità teorica, «autonoma» e ruotante sull’asse del proprio discorso, è fatto di Hoelderlin, Rimbaud, Heidegger, Lacan. Il modello è quello del geniale folle, del guastatore e sabotatore permanente di ogni ordine. Ma guardare in faccia l’abisso è il privilegio dei signori dello spirito. Un’etica del superamento del limite si fa etica di massa. Una generazione di militanti politici di cultura marxista vuole trasformarsi in un esercito di santoni del pensiero eccezionale. Stalinisti dell’oltranza, sacerdoti di un dionisismo filosofico da catena di montaggio, eliminano le contraddizioni e le spaccature a forza di nominarle e di adorarle. Bisogna davvero credersi ultrauomini e leoni filosofici per sopportare l’eterno ritorno della restaurazione capitalistica. Non si tratta certo di «irrazionalismo». Nell’attuale contesto italiano questa sistematica lode della follia e dell’oltrepassamento ha una funzione visibile. E’ l’asse intorno a cui si riaggregano i reduci più dotati e attrezzati di una generazione che non sa riconoscere i termini della propria sconfitta intellettuale e politica. E’ l’ultima figura retorica del «tutto o niente».

(Alfonso Berardinelli – Giovanni La Guardia, Restaurazione e liberazione: sull’invecchiamento della nuova sinistra, in “Quaderni Piacentini”, n.69, 1978)

Quaderni Piacentini 69

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5 thoughts on “I reduci più attrezzati

  1. Cosa Bozzuta scrive:

    Gli amici della condominiale anarcofisioterapista coniarono la definizione di “neoplatonismo rivoluzionario” per certe ghenghe di alchimisti in cerca della classe filosofale. Non essendo però forgiati in grandi eminenze di studioso intellettuale, stentarono ad attaccare le mellifluità del fine argomentar sofista e si ritrovarono spesso a mal partito di fronte all’irriducibilità al reale dei loro avversari. Capirono che per affrontare l’artiglieria blaterale del nemico dovevano rinforzarsi con blaterii opposti e contrari, e perciò ringraziano di cuore per questi due post alla voce “filosofia”, che offrono un certo rifornimento e qualche variazione tattica rispetto all’abusato “Imposture intellettuali” del buon Alain Sokal.

  2. alessandromeis scrive:

    C’è da notare come siano tutti peggiorati con l’età, da Berardinelli a Cacciarri. Che a guardare troppo l’abisso si parla come Cthulhu e si diventa sindaci arroganti, ma anche a scrivere sui quaderni ci si riduce poi, senza problemi, a scrivere sui fogli.

    • Federico Gnech scrive:

      In generale ti darei ragione, però Berardinelli come critico letterario mi sembra invecchiato piuttosto bene e, comunque la si pensi, se ne sta appartato, a differenza di quell’altro.

  3. smatt scrive:

    La cosa più bella è quell’attacco del filosofare come teatro della scrittura, ché di suo qui è critica come definizione ma per me è bellissima, nel senso anche di positiva ed elogiativa, perché definisce bene anche quelli che con la filosofia ci han giocato proprio nello scrivere, nel farne letteratura -mi è venuto in mente Manganelli, per dirne un. E poi ci son pure dei filosofi che l’han capita questo legame con la scrittura e questa sua messa in scena, ma non essendo né moralisti né troppo tronfi, son stati fuori dalle oltranze e dagli abissi.

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