Cerchiamo una sintesi

Ci aspettavamo la riforma elettorale e pochissimo altro, da questo governo, che sarebbe dovuto durare pochi mesi. Ci tocca invece accettare che duri cinque interminabili anni, durante i quali metterà mano alla Costituzione. Tanto vale discuterne, con tutto lo scetticismo necessario, perché in Italia, se non altro, le grandi promesse/minacce dei PdC di turno diventano il pretesto per discutere e chiarire la propria visione. In questi giorni di dibattito sulle riforme – un dibattito comunque all’italiana, cioè schematico e superficiale, e diretto “a nuora perché suocera intenda” – uno dei temi più caldi è senz’altro quello del presidenzialismo. In tutta onestà, in merito non ho ancora le idee chiare, ma trovo insopportabile che il solito clima da scontro di civiltà impedisca di ragionare serenamente sulla possibilità di cambiare l’assetto istituzionale, una possibilità prevista dai padri costituenti, gente molto più sveglia di qualunque nostro attuale rappresentante. Piero Calamandrei e Leo Valiani erano presidenzialisti (all’americana), come ricordato da molti e del resto, in democrazie molto più antiche e solide della nostra, il Presidente viene eletto dal Popolo. «Ma quelli sono paesi normali, mica è l’Italia!», viene detto. Da noi, ad esempio, manca ancora una destra che possa essere definita liberale. Sarebbero “liberali” i pidiellini che blaterano del carisma del loro leader, agitando i milioni di voti presi come una licenza a fare un po’ il cazzo che pare a loro? Non stupisce quindi l’automatica reazione dei vari Zagrebelsky e D’Arcais, che identificano la riforma in senso presidenzialista con la fine della democrazia e l’instaurazione di un nefando cesarismo, nel quale Cesare è sempre (e per sempre, tanto è ormai assolutizzata la sua presenza nelle menti) il solito stramaledetto B.

L’ossessione dunque permane. Alla base dei timori girotondini sulle riforme istituzionali c’è il rischio che gli Italiani, cioè il Popolo, quello a cui appartiene la sovranità, quel cesare lì se lo scelgano davvero, come hanno fatto svariate volte negli ultimi vent’anni. Mi pare ovvio che questi timori possiedano delle implicazioni assai pesanti, che vanno ben oltre la sacrosanta avversione al caimano: non lo ammetteranno mai esplicitamente, ma parte dei nostri soloni neogiacobini non vedono la nostra Costituzione tanto come uno straordinario strumento per aumentare progressivamente il grado di democrazia in questo Paese, quanto come un insieme di norme che limitano la possibilità del Popolo di farsi male. Un dispositivo di tutela per un Popolo immaturo – o per la parte immatura del Popolo, ecco. Una visione più elitista che ‘de sinistra’, in tutta onestà. E perdente. Alcuni intellò marxisti, all’indomani del successo di Grillo, imputavano alla Sinistra il rifiuto dell’idea di carisma, e non avevano tutti i torti. Il loro torto consiste nel rimanere affascinati dal buffone di Genova (come i socialrivoluzionari del ’15 rimasero affascinati dal buffone di Predappio). Ma il discorso sul carisma andrebbe ripreso, senza troppi strepiti. Piaccia o no, chi in questo momento può usare il mezzo del carisma per portare la Sinistra a cambiare questo Paese è sempre lui, Matteo Renzi. Renzi ha capito che non ha senso cercare di conquistare l’elettorato identitario (al quale, a mio modo e su posizioni riformiste, potrei appartenere io stesso), quanto la massa dell’elettorato post-ideologico – o”post-politico” – sulla quale le retoriche della sinistra tradizionale non riescono assolutamente a far presa. I non garantiti, i membri della società atomizzata, sempre più numerosi, sono loro il bacino di consenso che può far governare una sinistra fisiologicamente minoritaria. Altrimenti, ciccia. Opposizione ad infinitum – prospettiva che sembra piacere a troppi, in particolare ai detrattori di Renzi.

Eppure certe riserve, al di là di quelle di ordine puramente estetico, vanno comprese, e io le comprendo benissimo. La tradizione in cui sono cresciuto trova nella discussione politica un momento rituale e prevede l’elaborazione di un apparato teorico tutto interno alla sfera politica. Molti di noi sono cresciuti a pane e politica hard, fatta del suo gergo e delle sue categorie. E’ evidente che il lessico e la retorica di Matteo Renzi sono molto diversi da quelli cui siamo abituati. Un certo tipo di approccio, nato nel mondo anglosassone, per cui la politica e la comunicazione politica sono insiemi grossomodo coincidenti, un parlare per slogan che rischia di dare un’impressione di inconsistenza, provocano sconcerto in molti (non solo e non tanto tra i più anziani). E l‘idea per cui il governo di un Paese sia soprattutto una faccenda di problem solving, e quindi che il dibattito politico vada deideologizzato (ma attenzione, la riflessione sull’autonomia del politico non parte certo da Renzi…), causa nella sinistra identitaria un senso di spaesamento e di vertigine a livello del singolo elettore o militante, che non trova più i propri punti di riferimento, non riconosce più, per così dire, la porta di casa. Certo, se l’identità ha bisogno di essere rinchiusa dentro un contenitore stagno per essere preservata, sorge il sospetto che si tratti di un’identità fragilissima, che non regge (più) il confronto col reale. Questo è l’equivoco di fondo, a mio modesto avviso: considerare il partito non in quanto strumento fondamentale della vita democratica di un Paese, ma in quanto contenitore esclusivo della propria identità politica. Proprio perché sono molto scettico rispetto alle espressioni “partito leggero” e “partito liquido”, e rimango assai tradizionalista rispetto alle forme di rappresentanza che un partito esprime, non mi piace per nulla l’idea di un partito-reliquiario. 

A parte alcune grandi debolezze programmatiche (il tema dell’industria pesante in Italia mi sembra colpevolmente eluso, ad esempio), il vero grande problema con Matteo Renzi sta proprio nel suo rapporto con la forma-partito. Il sindaco di Firenze – che rivendica con fierezza la sua esperienza di amministratore – non mi è mai sembrato davvero interessato al PD, né a quello presente né a quello potenziale. Dopo le primarie, Renzi ha dato l’impressione di stare a guardare e ormai l’idea del “rendersi utile”, nella sua vaghezza, non si può davvero più sentire. Non ci si “rende utili”, si lotta per affermare la propria linea, e lo si fa dall’interno del partito. Questa almeno era la situazione sino a non troppi giorni fa, prima della repentina decisione di Renzi di correre per la segreteria al congresso, decisione legata evidentemente alle dichiarazioni di Letta sulla durata del suo governo. E’ chiaro che cinque anni son troppi anche per il giovane Renzi. Tenere insieme per molto tempo un gruppo di lavoro, senza risultati, non è facile. E quindi, mancando troppi anni alle prossime elezioni, conquistare il partito diventa necessario. La speranza ora è che nessuno confonda le primarie con il congresso, e che quest’ultimo sia invece quello che deve essere, un momento insostituibile di dibattito e di sintesi sul’idea di partito e soprattutto sull’idea di società. Non una conta, al termine della quale si cacciano i perdenti. Nel PD che vorrei ci dovrebbe essere spazio per posizioni anche molto distanti, come era (e in parte è ancora) nel Labour, fatto salvo il principio per cui chi esce vincitore dal congresso detta la linea. Forse, in questa distanza dal partito che si percepisce in Renzi c’è una scelta precisa, forse dipende dalla natura della sua formazione politica, di certo dall’ostilità dimostratagli dall’apparato, fatto sta che a mio avviso potrà e dovrà testare le sue capacità di leader facendo ciò che gli piace meno, e cioè mettere le mani nella merda e nel sangue del PD.

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6 thoughts on “Cerchiamo una sintesi

  1. Iperattivo scrive:

    Come te spero in un confronto serio, in parlamento, delle modifiche costituzionali di cui si parla più nei talk show e in piazza che in sedi appropriate. Almeno chiarirebbero i dettagli di come vogliono impostare queste modifiche, definendo anche i vari contrappesi del caso.

    Sul resto, prima del leaderismo il Pd deve iniziare a pensare come un unico partito, non ancora come un’insieme di più partiti. Sentire ancora ieri alcuni dire “abbiamo vinto con candidati di sinistra, liberali, democristiani” fa capire benissimo come all’interno del Pd non ci si consideri tutti uguali, ma si facciano figli e figliastri. Alla faccia della tanto osannata collegialità.
    Chiunque diverrà segretario ha il dovere di “creare” i democratici, compito ben più arduo del vincere un’elezione.🙂

    • Federico Gnech scrive:

      Esattamente. Il tema degli ‘ex’. Che poi sono convinto si tratti di un problema più a livello di direzione nazionale che non di circoli. Il circolo cui sono iscritto (che è stata una storica sezione PCI in una zona con un’identità molto forte) è un esempio ideale di quella ‘fusione’. E anche a livello nazionale, diciamola tutta, più che sulle idee i contrasti hanno a che fare con certe logiche spartitorie…

      • Iperattivo scrive:

        È quasi esclusivamente un problema di dirigenza, che continua a vedere gruppi e gruppetti separati, da considerare distinti.
        Una differenza che si riverbera nei risultati elettorali, con le differenze fra le politiche e le amministrative.

  2. pigì scrive:

    Davvero un’ottima analisi, soprattutto nella prima parte. Condivido tutto fino al passaggio (compreso) che Renzi sia l’unico oggi in grado di dare leadership ai democratici e una politica riformista all’Italia.

    Dissento, in parte, sulle ragioni della incompatibilità con il PD. Io penso che Renzi senta il PD come casa sua, nel senso che non si possa immaginare da altre parti. Il problema è la resistenza, su base personalistica notate bene, che incontra TANTO dai pidiessini QUANTO dai democristiani (Fioroni lo odia tanto quanto Bersani). Io penso che Renzi sia odiato proprio perché il suo progetto è quello di superare le due culture originarie: chi lo dipinge come un ex DC non coglie il punto. In realtà Renzi è in continuità con Prodi e Veltroni. Per questo mi lascia perplesso l’endorsement di D’Alema, vale a dire del killer politico proprio di Prodi e Veltroni, nonché l’inventore della leadership di Bersani.

    Dissento infine dall’accusa di programma leggero o incompleto: se confrontiamo i programmi alle primarie a me quello di Renzi è sembrato molto più preciso di quello di Bersani. Il che è ovvio: Bersani parlava proprio a quella componente identitaria PCI-PDS-DS mentre Renzi doveva far passare temi innovativo per la sinistra italiana come il workfare o una certa idea di meritocrazia.

  3. […] Renzi la scelta più razionale, per il PD ma soprattutto per il Paese. Ho cercato di spiegare le ragioni di una certa ostilità preconcetta della pancia del partito, ragioni certo politiche ma spesso semplicemente ragioni di […]

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