Il peggio è l’Italia

Un sabato mattina d’agosto, a bordo di un aliscafo che da Lussinpiccolo ci dovrebbe riportare a Venezia. Il condizionale è fuori luogo al momento della partenza, ma diventa utile dopo un’ora di traversata. C’è mare grosso e le hostess iniziano a distribuire i sacchetti di carta – che ogni volta mi riportano alla mente Tognazzi in Amici miei – atto III. Si balla parecchio e, dopo una spanciata più forte delle altre, vedo il comandante correre a poppa per controllare lo scafo. Ancora qualche minuto e viene annunciato il cambio di programma: a causa delle cattive condizioni meteo nel nord Adriatico, l’aliscafo attraccherà a Pola, da dove alcuni pullman ci porteranno a destinazione. Molti passeggeri cominciano a imprecare pensando alle loro coincidenze di treni ed aerei. Ci sono americani di ascendenza lussignana, francesi e scandinavi che perderanno il volo di ritorno. Eppure sembrano reagire col minimo sindacale di compostezza e di razionalità che la situazione richiede. E’ la Natura, baby, non ci puoi fare niente.

Gli unici rompicoglioni – ma che ve lo scrivo a fare? – sono gli Italiani.

La prima fase è quella della chiacchiera. I più rielaborano le scarne informazioni in loro possesso, in modo che, nel giro di cinque minuti, ogni passeggero italiano abbia la sua versione personalizzata dei fatti.

«Il peggio è il Quarnaro, chi naviga lo sa, da qui in poi il mare è calmo»

Una sorta di Nostromo padano, serafico dietro ai suoi occhiali da sole, si inserisce nella conversazione dei nostri vicini di posto:

«Il peggio è il Quarnaro, questi fanno come Alitalia che cancella i voli per risparmiare»

La tesi è quella per cui la compagnia ci starebbe fregando. Siccome a a navigare col mare «un po’ mosso»  si consuma più carburante e i passeggeri sono pochi, la compagnia avrebbe deciso di interrompere qui il viaggio e caricarci sui pullman. Vorrei intervenire con qualche dato in mio possesso ma M. mi dà di gomito, implorandomi di lasciar perdere.

«Il peggio è il Quarnaro. Certo, se uno i gradi li ha presi a terra…»

La possibilità che il capitano croato possa agire diversamente da Schettino (vergogna di una marineria che è stata la migliore del mondo, diciamolo ancora) e voglia preservare prima di tutto l’incolumità di passeggeri e vascello non è contemplata dal nostromo padano. E siccome il capitano sta al suo posto, sono le hostess a dover subire i tiramenti dell’italiano in vacanza. Non c’è rimedio. Al di là del ceto di provenienza, gli italiani in vacanza esprimono al meglio la loro cultura nazionale, una perfetta mistura di feudo borbonico e asilo infantile. Deboli coi forti e forti coi deboli, disprezzano il lavoro – e, sempre, la persona – di chi li serve, cameriere, capitano, portiere d’albergo o autista che sia. Pretendono poi di insegnare il mestiere altrui e rispondono a qualunque tentativo di accontentarli con ancora maggior aggressività, certi che si tratti di un tentativo di fotterli. L’italiano vede infatti fregature ovunque posi il suo sguardo distratto, perché sa quanto a casa sua la truffa sia la regola. A casa sua, tuttavia, accetta la situazione di buon grado («Il mondo è tondo e chi non sta a galla va a fondo», ripeteva ancora Tognazzi in un memorabile episodio de I mostri), così di buon grado da aver eletto per vent’anni il truffatore in chief, appunto l’italiano quintessenziale, l’incarnazione dello stereotipo nazionale. Ma all’estero – presso genti che spesso nemmeno parlano l’italiano, oi barbaroi – no, non accetta di essere fregato, e non fa alcuno sforzo di distinguere la sfortuna dal dolo altrui. Se la truffa è solo immaginata, l’italiano approfitterà dell’occasione per sfogare su qualche incolpevole le fregature subite in Patria.

«Il peggio è il Quarnaro», sento ripetere altre sedici o diciassette volte nello stesso tono di compiaciuto cinismo. L’autoproclamatosi lupo di mare verrà poi smentito da altri passeggeri, dopo qualche telefonata: bora a 65 nodi in mare aperto, marine chiuse. Peccato averlo perso di vista, mi sarebbe piaciuto sentirgli commentare la notizia. (Altra caratteristica nazionale, questa elevata a regola aurea: mai ammettere di aver avuto torto, mai, nemmeno sotto tortura. Mai concedere una smentita, mai e poi mai). Ma che importa, in fondo? All’italiano in vacanza tutto è dovuto, soprattutto l’impossibile.

All’arrivo a Pola, in dieci minuti il trasbordo è fatto. Col cambio di mezzo la situazione umana, se possibile, peggiora. Si crea una fronda degli italiani che chiedono rumorosamente di essere scaricati a Mestre, e non in Stazione marittima a Venezia. (L’Italiano riesce sempre a chiedere cose giuste nei modi più sbagliati). Sul pullman ci sono almeno tre famiglie di non italofoni (oi barbaroi!) che chiedono che cosa stia succedendo, ma non importa, cazzi loro, imparino la nostra lingua, quella di Alighieri e di Briatore. Un simpaticissimo (vogliamo negare che gli italiani siano simpatici?) quarantenne meneghino che ricorda il Mauro di Francesco di Sapore di Mare (dotato però del grano) si improvvisa animatore tra il gruppo dei più chiacchieroni, trasformando il viaggio in una sorta di gita scolastica, per la gioia dei vicini di posto. Le periodiche molestie all’autista («ma perché non va di qua? Ma perché ferma qua? Oh, ma che antipatico!») si alternano a quel po’ di cabaret in cui l’italiano eccelle. Tutto questo per quasi cinque ore di viaggio.

Come in ogni commedia ben congegnata, non può mancare il climax comico finale. A non più di trecento metri dalla stazione di Mestre, quando ormai è chiaro che la fronda padana è stata accontentata, la moglie di Maurino, rimasta fino a quel momento silenziosa (e sola, essendo il marito impegnato nell’animazione del gruppo) inizia a gridare all’autista in preda ad una crisi isterica:

«Stop heeeere, stop heeeere, why don’t you stop heeeere!!!!»

La fronda padana si associa e diventa una canea assordante, chiedono di scendere come se il pullman stesse andando a fuoco. Volano i “vaffanculo” e gli “stronzo” al povero autista, che cerca si spiegare come non abbia senso piantarsi in mezzo ad una strada a due corsie, alla fermata degli autobus urbani, per scaricare venti persone e relativi bagagli, quando la stazione è dietro l’angolo. Arrivati al parcheggio degli autobus sono ancora tutti convinti di aver dirottato il pullman a forza di strilli («oooh, lo vedi che l’hai capita, finalmente»). Andranno a prendere i loro treni e sperabilmente non li rivedrò più. Sperabilmente, in particolare, non rivedrò più il simil-Mauro di Francesco, che prima di scendere dà un’altra prova della sua simpatia:

«Son solo contento che questo qui [l’autista] adesso si becca le code al ritorno e arriva a casa stanotte. Godo.»

All’arrivo a Venezia azzardo uno hvala (‘grazie’) un po’ imbarazzato al disgraziato che si è dovuto sorbire una simile banda di stronzi per cinque ore e noto che almeno un altro passeggero, credo scandinavo, va a stringergli la mano ringraziandolo, credo più per lo spirito di sopportazione che non per la guida in sé.

Ecco, direi che i tempi sono maturi per mettere in atto la vecchia proposta.

Voglio il protettorato scandinavo sull’Italia.

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