La Leopolda vista da lontano

Post doppio, oggi, in via del tutto eccezionale. E’ che non mi sarei potuto permettere due coccodrilli di fila – Zuzzurro e poi Lou – che sarebbero diventati tre, con Gigi Magni (Magni lo ricorderò più avanti), a meno di non voler trasformare flâneurotic in un blog di annunci mortuari.

Insomma, non avrei voluto scrivere un post sulla Leopolda, ma faccio qui di necessità virtù e cerco di fissare brevemente un paio di punti chiave del discorso complessivo – o meglio, del discorso di Renzi e di quella manciata di interventi che sono riuscito a seguire in streaming.

Mentre ho già fatto altrove i miei rilievi sui materiali di comunicazione dell’ultima campagna renziana, sul format della Leopolda 2013 (che se non ho capito male si differenzia un po’ dalle edizioni precedenti) non ho molto da dire. Non so molto di questi tipi di eventi, occorrerebbe esserci stati per poter parlare dell’aria che vi si respira. Mi limito a segnalare che, oltre alle convention di partito americane, oltre a certi meeting motivazionali (aborriti a sinistra in quanto associati allo stereotipo aziendalista), la Leopolda a me ricorda lo stile di tante associazioni giovanili cattoliche (non solo o non tanto gli scout). C’è quel tipo di atmosfera da famiglia allargata che personalmente mi infastidisce un po’, ma, me ne rendo conto, è un problema mio.

Badiamo piuttosto alla sostanza. In generale ne è uscita rafforzata la mia convizione che Matteo Renzi sia l’unica alternativa possibile per un PD che voglia cambiare (salvandolo) questo Paese in picchiata. Non la migliore delle alternative in assoluto, ma la migliore delle possibili. Esistono purtroppo ostacoli – di linguaggio e di stile, prima di tutto – che rendono quella che per comodità chiamiamo “la sinistra del partito” del tutto allergica a Matteo Renzi. In fase precongressuale questa allergia raggiunge la soglia dello shock anafilattico, la soglia, cioè, della tenuta stessa del partito. Qualcuno minaccia di lasciare se Renzi diventerà segretario. Non vi sembra di esagerare?

Eppure, cari antirenziani, l’idea per cui «la sinistra che non cambia si chiama destra» non andrebbe liquidata col sarcasmo. La Sinistra democratica, storicamente, accoglie il cambiamento, non lo rifiuta. Lo studia per governarlo, in modo che tutti abbiano la possibilità di realizzarvisi liberamente e che nessuno ne resti travolto. Questa è la natura del progressismo, e questo porta a chiedersi ogni giorno cosa significhi essere di sinistra, cioè quali strumenti scegliere per raggiungere quello stesso fine. Chiedetevi, prima di tutto, cosa abbia fatto negli ultimi vent’anni la Sinistra che custodisce le vecchie insegne per difendere realmente gli interessi di cui si fa portatrice. Esemplare, in questo senso,  mi è sembrato l’intervento di Graziano Delrio, che molto semplicemente ha ricordato come proprio perché crediamo nell’uguaglianza dei cittadini e vogliamo uno Stato in grado di fornire a tutti un servizio pubblico di qualità, a partire da sanità e istruzione, dobbiamo riconoscere la necessità di “tenere i conti in ordine” e cominciare a tagliare la spesa pubblica improduttiva (e cioè, a scanso di equivoci: la spesa che non produce ciò per cui è messa a bilancio). Per far questo, però, occorre rompere un sistema clientelare fondato appunto sulla spesa, che ha garantito consenso per decenni. E, giocoforza, dal punto di vista di Renzi, ottenere l’appoggio di soggetti esterni a questo sistema, si chiamino anche Davide Serra.

Questa è la strategia di Matteo Renzi, che se la prende un po’ superficialmente con “i sessantottini” (notazione di stampo neo-con, diciamolo), afferma la centralità dell’impresa («chi crea un posto di lavoro è un eroe»), e continua a rompere alcuni schemi consolidati. Schemi più retorici che sostanziali, in realtà. Senza dover tornare ai tempi del PCI, che qualche rapporto col mondo dell’impresa lo intratteneva eccome, ricordiamo in cosa sia consistito – in teoria –  il progetto del centrosinistra unitario, dell’ulivo il cui rametto sta ancora, stenterello, ai piedi del logo del Partito Democratico: unire le forze produttive del Paese nel segno della solidarietà e dell’innovazione. Nel programma del ’96 si leggeva di «Aspirazione locale e globale, vicinanza al proprio territorio e straordinaria circolazione di idee, immagini, capitali, uomini e donne, competizione, non più solo militare o mercantile, ma “istituzionale”, di istituzioni e norme che reggono la vita sociale ed economica del paese». Che fine abbiano fatto questi propositi lo sperimentiamo ogni giorno. E quindi non ci si può stupire se Renzi, soprattutto quando si trova a casa sua, a Firenze, alla Leopolda, sfodera una retorica aggressiva.

Detto questo, occorre stare attenti alla possibilità dello shock anafilattico di cui parlavo sopra. Se la comunità dell’Ulivo e poi del PD è riuscita comunque ad essere un soggetto di massa interclassista, come si diceva un tempo, ora il declino del Paese, le sconfitte politiche e l’incapacità di fondare davvero un partito unito e plurale stanno polarizzando le posizioni dei candidati in modo che probabilmente non avremo un congresso di idee, ma di ceti. Mi pare ovvio che alla Leopolda prevalessero imprenditori e partite IVA. L’impressione è che l’unico sindacalista presente fosse Guglielmo Epifani, lì in quanto segretario del partito – un partito ospite tra gli altri ospiti, assenti i suoi simboli. E guardando agli altri candidati, appare altrettanto ovvia l’identità dei loro soggetti sociali di riferimento: grossomodo, il pubblico impiego per Cuperlo, e la piccola borghesia intellettuale (studenti inclusi) per Civati. Chi uscirà vincitore dal congresso dovrà cercare una sintesi all’interno del partito, in vista di quella che chiamerei una “conferenza di pace sociale”, nella quale chiunque voglia riuscire a salvare questo paese dovrà far dialogare i tre grandi settori del mondo del lavoro: autonomi, dipendenti pubblici, dipendenti privati.

Il tema del partito, di cosa dovrà essere il futuro Partito Democratico, rimane in parte eluso da Renzi. Dopo un periodo di distanza, il rottamatore, spinto dagli eventi, si è finalmente messo in gioco. Occorre capire se il rapporto col governo Alfetta consentirà un periodo di elaborazione politica, perché non è detto che lo scalpitante Matteo resista. Occorre anche capire che effetto avranno i numerosi salti sul carro del (presunto) vincitore registrati in queste ultime settimane. A livello di congressi locali le manovre si sprecano: qui a Venezia, a titolo di esempio, la giovane candidata renziana alla segreteria provinciale ha ritirato la candidatura all’ultimo momento, e siamo stati di fatto costretti a “scegliere” un candidato unico appoggiato da segreteria uscente e renziani della penultima e ultima ora. Per non parlare degli improvvisi flussi di tessere segnalati in alcune grosse federazioni. Cose di cui si prova vergogna a parlare, da iscritti.

Che i meccanismi di partecipazione vadano ripensati mi sembra chiaro, nel frattempo anche tra i modelli Leopolda e quello congressuale tradizionale andrebbe cercata una sintesi. Matteo Renzi deve fare chiarezza sul proprio modello di partito, come suggerisce Stefano Menichini in un ottimo editoriale su “Europa”. Nemmeno questo congresso potrà essere il congresso fondativo che è mancato al Partito Democratico. Avremo comunque molto di cui discutere, riprendiamo a farlo (io non ho mai smesso, in verità), non perdiamo anche questa occasione.

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One thought on “La Leopolda vista da lontano

  1. […] essere giunto al governo del Paese, il mio segretario sente ancora la necessità di una Leopolda? Osservando da lontano chi la Leopolda la fa, e cioè non tanto chi affolla i suoi tavoli – attorno ai quali […]

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