Costruire il campo democratico

Lo so, in molti pensano al navigatissimo Goffredo Bettini, uno dei due o tre personaggi più influenti della sinistra romana, come al primo dei “renziani dell’ultim’ora”. Per quanto mi riguarda, in vista del congresso, trovo utile raccogliere ogni idea, riflessione, suggestione su ciò che dovrebbe o potrebbe essere il nuovo Partito Democratico. Per questo avevo parlato dei sei impegni proposti quest’estate da Fabrizio Barca, e per questo riporto qui di seguito un paragrafo dell’interessante e condivisibile documento diffuso un paio di settimane fa da Campo Democratico. Non un’area o una corrente, ma direi una “quinta mozione” trasversale (o, meglio, una “meta-mozione”):

IL CAMPO DEMOCRATICO

Da tempo siamo convinti che le divisioni in diversi partiti (alcuni dei quali oggi in crisi o quasi scomparsi) e nelle varie correnti all’interno di essi, sono solo funzionali alla conservazione di classi dirigenti conservatrici e in parte logore che vogliono mantenere e difendere i loro orticelli, le loro rendite di posizione e il loro potere in contrasto con un fortissimo sentimento di unità tra i nostri elettori.

Non vale più la considerazione che l’articolazione della rappresentanza politica corrisponde ad una varietà di insediamenti sociali, di culture radicate, di identità che risalgono alla storia italiana.

Tutto ciò da tempo è stato spazzato via, o molto indebolito, dalla trasformazione della modernità globalizzata, dalla crisi dei corpi intermedi, dalla rivoluzione del mondo del lavoro, dallo stacco che purtroppo si è verificato tra politica e cittadini, tra istituzioni e popolo.

Oggi, dunque, non c’è alcun motivo di tenere separato ciò che nella dinamica sociale, negli orientamenti e nelle condizioni esistenziali delle persone si avverte, o potenzialmente si può avvertire, unito.

Le distinzioni sui cosiddetti programmi sono state troppe volte esasperate per ragioni di tattica politica, di visibilità, di pura propaganda.

È del tutto evidente che nel PD ci sono tante personalità politicamente distanti tra di loro, talvolta in misura maggiore rispetto a quella che li divide da chi milita in altre formazioni del centro-sinistra.

La canne d’organo sono accordi di potere che generano una feudalizzazione della politica.

Occorre dunque lavorare per un campo unico, largo, inclusivo dei democratici.

Quello che purtroppo non è riuscito ad essere il PD.

D’altra parte le grandi vittorie il centro-sinistra le ha ottenute proprio quando ha agito come campo unitario.

Così sono state conquistate le grandi città: Milano, Torino, Napoli, Bologna, Cagliari, Genova ed ora Roma.

Nessuno dei nostri elettori si è chiesto di quale partito o corrente fosse il candidato Sindaco.

Quanto moderato o radicale. Si è scelto in ciascuna realtà il migliore democratico in grado di aprire una fase di buona politica, alternativa alla destra.

L’empatia unitaria, creativa e spontanea della nostra gente è più avanti delle divisioni di chi pretende di guidarla.

Agli schemi astratti di alleanza o conflitto degli stati maggiori, vince la semplicità di una spinta trasversale che unisce e mescola le persone.

Questo campo unitario deve essere il nuovo soggetto della sinistra e di tutti i democratici italiani.

Cosa lo unifica e lo delimita? Come abbiamo detto non devono essere le convenienze dei gruppi dirigenti, o gli interessi di blocchi sociali che in gran parte non esistono più nelle forme del passato, né i programmi illuministici e perfetti, elaborati a priori dai partiti, i quali per altro non hanno più la sufficiente capacità cognitiva della realtà.

No, nulla di tutto questo. Il campo è unito da un medesimo sguardo sulle cose e sul mondo, attraversato da una modernità in bilico tra straordinarie occasioni e un arretramento di civiltà.

A noi preme lo sguardo che anima i programmi, la lettura della realtà, l’azione, le scelte e la passione delle persone.

Siamo stati inondati di programmi; alla fine inerti e improduttivi.

Contraddittori e incapaci di ingranare, come un motore in folle, nella cangiante e mobile vita dei cittadini.

Lo sguardo dei democratici è alternativo a quello della destra.

Esso muove nelle profondità della mente il riconoscimento dell’altro, l’immedesimazione nei confronti del suo dolore, l’empatia, la solidarietà, il desiderio di realizzazione dell’autonomia, della libertà per se stessi e per il prossimo. Tutti elementi essenziali per leggere la condizione sociale e i conflitti dell’oggi.

Questo sguardo delimita il grande campo dei democratici: che è largo, perché in esso possono tranquillamente ritrovarsi a proprio agio sia i moderati che la sinistra più radicale: in un soggetto politico innovativo, partecipato e contendibile che, attraverso una fusione permanente e progressiva con la variegata e mutante realtà sociale e umana da governare, compirà le scelte programmatiche più opportune, sulla base di processi di democrazia deliberante.

Tutto ciò è esattamente l’opposto di quella egemonia culturale, o sub culturale, che Berlusconi è riuscito a imporre negli ultimi vent’anni in Italia.

Egli ha promosso la sua visione delle cose. Ha toccato tasti dell’animo delle persone, a lui congeniali: l’esaltazione del più forte, della competitività distruttiva, del potere del denaro e dell’immagine e, soprattutto, delle gerarchie. Ha sancito il disprezzo di chi non ce la fa e l’accettazione, come in natura, della distanza ineluttabile tra chi sta in alto e chi deve subire.

Ecco il confine chiaro e profondo tra la sinistra, i democratici e la destra. Ci sono due sguardi diversi alternativi e inconciliabili.

Il campo dei democratici deve conquistare autonomia e coraggio con le proprie parole. Affermando il valore delle persone e lottando perché esse abbiano una vita più autentica, ricca e piena.

Conquistando spazi per la loro autonomia, creatività, voglia di intraprendere contro ogni prepotenza, burocrazia vessatoria, rendita economica e di posizione, furbizia o slealtà nella competizione della vita.

Costruendo reti di solidarietà, di dialogo e di comprensione.

Non in omaggio ad un astratto buonismo. Piuttosto perché questi sentimenti, che sono dentro ciascuno di noi, ci rendono più pienamente umani.

Non le storie passate, o le identità trascorse possono amalgamare nel PD le tradizioni diverse che in esso sono confluite: piuttosto, il radicale ritorno ai principî (intesi, diceva Machiavelli, come le fondamenta dalle quali siamo scaturiti) del valore sacro delle persone.

Il campo democratico ampio, unitario, inclusivo e contendibile unisce tutti coloro che accettano questa sfida.

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