Non ci sono abituato…

Non sono troppo abituato a vincere, per cui sono rimasto alquanto spiazzato dai risultati delle primarie. Mi hanno sorpreso i risultati del mio quartiere più ancora di quelli nazionali, e dopo molto tempo mi sono scoperto a gioire per un fatto politico in positivo, a provare qualcosa di diverso dalla Schadenfreude per le condanne di Berlusconi. E ho gioito io che in fin dei conti non sono mai stato semplicemente “renziano”. Mi sono speso un po’ per il partito, stando al seggio, e direi che è stato più di quanto abbia fatto per la mozione Renzi, alla quale ho aderito tra vari distinguo («diversamente renziani»), non risparmiando alcuna critica, nemmeno a ridosso dell’appuntamento più importante, quello di ieri. Ho scritto qui più volte perché ritengo Renzi la scelta più razionale, per il PD ma soprattutto per il Paese. Ho cercato di spiegare le ragioni di una certa ostilità preconcetta della pancia del partito, ragioni certo politiche ma spesso semplicemente ragioni di fazione, quando non di ordine puramente estetico («ma non lo vedi?»). Tra gli scontenti ci sono i renzifobi e tutti quelli che vorrebbero un partito “più di sinistra”. Capisco le motivazioni di chi ha votato Civati pur non condividendole, e penso che il loro risultato vada tenuto in considerazione. Per ora basterà ricordare che anche il voto a Civati è stato un segnale di dissenso profondissimo con la dirigenza uscente. Non è più tempo di polemiche ma vorrei comunque spendere due parole sulla fine di un ciclo nel centrosinistra.

Alla vecchia dirigenza, agli ultimi “ragazzi” della FGCI, tra cui Cuperlo, occorre riconoscere qualche merito importante. Tra svolte epocali e affannose ricerche di nuove identità, dall’Ulivo in avanti, i migliori di loro sono riusciti a costruire un abbozzo di sinistra riformista unitaria in questo Paese. A rileggere certe interviste a Massimo D’Alema in materia di pensioni, durante il suo breve governo, o ripensando al Bersani ottimo ministro nel Prodi II, le polemiche degli ultimi due o tre anni, dopo l’ingresso in scena di Renzi, risultano quasi inspiegabili. Ma la politica è fatta così, di corsi e ricorsi, storici ma soprattutto retorici. Purtroppo, costoro sono riusciti quasi a far dimenticare tutto il buono, non ammettendo mai le schifezze calcolate, non riconoscendo mai i loro errori, non rinunciando mai alla loro presunzione di superiorità intellettuale, non essendo mai in grado di comunicare per davvero con quello che, ad ogni pié sospinto, si ostinano a chiamare “il nostro popolo”. Non hanno capito niente e continueranno a non capire perché hanno perso il consenso anche nella base elettorale delle regioni rosse. Non hanno ancora fatto i conti con la “non vittoria” di febbraio e il disastro parlamentare delle settimane successive, come potrebbero capire? Poche settimane fa, al congresso del mio circolo, un parlamentare e dirigente ripeteva la tesi della mutazione antropologica: le televisioni, il ventennio berlusconiano, l’attacco ai valori, una società diventata individualista, eccetera. In sostanza, «Il popolo non ci capisce più» perché rincoglionito, vittima del modello di B. e della sua potenza mediatica. E’ una concezione elitista della politica, naturalmente, e rivela un deficit di percezione che in un politico è inaccettabile. In assenza di qualunque autocritica, le primarie sono dunque servite come una doccia gelata. Mi spiace per Cuperlo (meno per D’Alema…), ma gran parte di quel “popolo”, a partire dai miei genitori e dai tanti amici e conoscenti che avevano scelto Bersani, oggi ha scelto Renzi, non perché turlupinati dal Renzi imbonitore, non perché siano degli sciocchi, tutt’altro. Sono persone intelligenti, hanno tenuto in piedi l’Italia col loro lavoro e sanno quando è il momento di cambiare. Occorre po’ di fredda obiettività, al di là delle polemiche e dei livori: Gianni Cuperlo poteva ormai convincere due soli gruppi di persone, in virtù di due ordini di ragioni, le une psicologiche, le altre materiali. Tra gli iscritti, i nostalgici del centralismo democratico, di un fideismo purissimo, assolutamente cattolico e comunista (nel senso dei pattern psicologici, non delle idee): tutti quelli per cui il partito è un po’ mamma e un po’ papà, ti tiene per mano, sa dove guidarti, custodisce il patrimonio di famiglia, ha le chiavi di casa. Ormai erano rimaste soltanto le chiavi di casa, e prendendoti per mano il partito rischiava di farti finire giù dalla scarpata, ma per alcuni andava comunque bene così. «Fedeli alla linea/la linea non c’è», cantavano i CCCP. Dall’altra parte, tra gli elettori, soprattutto al Sud, soprattutto nel pubblico impiego, le ragioni per votare Cuperlo erano legate al terrore di perdere le sicurezze di decenni di assistenzialismo tossico, di dipendenza da un sistema che tutto è fuorché giusto e che così com’è non riuscirà a garantire più nulla. Costoro reagiranno forse male, inizialmente. Ma se la buona politica del PD di Renzi porterà anche a loro i suoi primi risultati, si convinceranno di aver avuto torto.

Ora, come si dice in questi casi, si apre una fase nuova. Non cedo facilmente all’entusiasmo, sono ipercritico e rompipalle (se mi leggete un po’ lo sapete già), ma devo ammettere che ho trovato il discorso della vittoria di Matteo Renzi davvero molto bello. Il più bel discorso che gli abbia sentito fare. Un discorso da statista. A partire da simili ottime premesse, sarà forse ancora più dura passare ai fatti. Rifondare il PD – unito, perché l’unità è un bene supremo – senza concedere nulla a chi è saltato sul carro per convenienza, far tornare a crescere il Paese, garantire davvero l’equità, riformare la giustizia e la burocrazia, demolire le corporazioni, liberare le forze produttive, garantire non solo il mantenimento del servizio pubblico, ma il suo miglioramento, eliminando grossi pezzi di macchina dello Stato, che sono un freno allo sviluppo e un insulto all’idea stessa di giustizia sociale, disegnare finalmente un welfare equo e sostenibile, e molto altro. Naturalmente, per fare tutto questo occorrerà vincere le prossime elezioni, ma Renzi, scopertosi politicista, dovrà cominciare a giocare bene le sue carte già nei prossimi mesi, fugando ogni nostro dubbio, riuscendo a fare da pungolo al governo Letta. Personalmente non farò alcuno sconto al vincitore. Non ci sono crediti di fiducia da spendere, perché da oggi, caro Matteo, si parte da zero e si fa sul serio. «Mi è costata tanta, tanta fatica venire fin qui, ma volevo esserci ad ogni costo. Non per me, che alla mia età…ma per voi giovani, per il vostro avvenire». Questo mi ha detto una dolcissima signora di ottantacinque anni mentre registravo i suoi dati al seggio. Non posso sapere chi abbia votato quella signora, ma ogni volta che dovrò giudicare gli atti del nuovo segretario, penserò a lei.

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3 thoughts on “Non ci sono abituato…

  1. shylock scrive:

    D’accordo su molte cose, come sempre, in particolare sul bel discorso del Renzi vincitore che spero zittisca per qualche ora chi ha da tempo voluto rappresentare Renzi come vacuo, semplice, banale, destro. E tuttavia, non sarei così equanime nel giudizio sul passato. Io ritengo che i ragazzi della FGCI abbiano fatto più errori che cose buone e credo che quegli sbagli non siano cominciati negli ultimi anni, quando il timore di veder svanite certezze e poltrone si è fatto via via più incalzante, ma a partire dagli anni Novanta, quando il Pds poi Ds infine Pd ha rifiutato di compiere scelte e svolte fondamentali per pigrizia intellettuale, per rendita di posizione, per incapacità di leggere la realtà.
    Lasciamo da parte le polemiche à la Berlusconi (non del tutto fuori luogo, a mio modesto parere) sull’utilizzo della giustizia a fini politici ma concentriamoci su quello che gli ex ragazzi della Fgci non hanno voluto e saputo fare. In primis, non hanno fatto nulla di progressista e innovativo, hanno scambiato l’eguaglianza per la difesa dei già garantiti senza accorgersi che il mondo stava mutando radicalmente. Semplificando, non hanno trasformato l’erede del Pci in una moderna forza social-liberale o liberal-democratica.
    Ma ancor più grave, non hanno svolto il ruolo fondamentale che spetta al politico: quello di essere classe dirigente e di agire da filtro rispetto alle istanze di una società civile sempre più impaurita. E così, su un tema cruciale come quello dell’immigrazione, hanno sempre usato la leva del politicamente corretto, del buonismo, senza produrre discorsi razionali che facessero capire quanto vitale possa essere l’immigrazione (ben governata) per un paese vecchio e declinante come il nostro. In materia economica, se la sono fatta con banchieri immobiliaristi e cooperative senza mai pronunciarsi apertamente a favore del mercato, senza ammettere mai che il mercato, se debitamente regolato e governato, può essere un moltiplicatore di ricchezza e può contribuire all’equità molto più che terapie redistributive old style. Semplificando, non hanno mai voluto parlar chiaro perché esprimersi con chiarezza avrebbe voluto dire fare delle scelte, dare una direzione netta che non permettesse di tenere il piede in due scarpe. Scontentando, di fatto, gli uni e gli altri.

    • Federico Gnech scrive:

      Non mi spettava questa (efficacissima) reprimenda, te l’ho lasciata apposta🙂

      • shylock scrive:

        come dire, mi hai lasciato liberamente svolgere il ruolo del rompipalle. Che poi, rileggendo, ho toccato solo due punti: economia e immigrazione. Ovvio che il fallimento di una generazione abbia riguardato una molteplicità di temi sui quali da tempo discutiamo già

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