Il Capitale Umano

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Dovendo scegliere un qualche punto dello Stivale in cui trasferire la storia di Human Capital di Stephen Amidon, Paolo Virzì ha scelto la Brianza. Poteva scegliere altrimenti? La Brianza ricca ed «operosa», certo, ma anche «velenosa», da tempo entrata – a torto o a ragione – tra gli stereotipi del nostro cinema e della nostra letteratura in quanto luogo geografico di massima concentrazione dell’arroganza connessa ai quattrini. Ma lasciamo subito da parte la polemica sciocchina, coi brianzoli che si offendono, con sindaci scemotti e la stampa filisteo-padana che riscoprono un orgoglio un po’ afrikaaner, per così dire. Prima di tutto, sbaglia chi immagini Il Capitale Umano come riproposizione dei cliché della commedia all’italiana (allo stesso modo, è del tutto fuorviante liquidare La Grande Bellezza come tentativo di riprodurre La dolce vita). Evitando con cura le recensioni prima della visione, io stesso mi aspettavo una satira sui ricchi viziati, sul declino del Paese, mi aspettavo un buon canovaccio all’interno del quale far gigioneggiare i soliti grandi attori (che non gigioneggiano e sono tutti bravissimi). Una commedia nera à la Dino Risi, giocata un po’ sull’odio di classe, con in testa un sovrano disincanto ai limiti del nichilismo. Una Brianza come la si vede ne Il vedovo, per intenderci.  E invece no, quello che ho visto è un grande film sul Male. Il tema del denaro c’è, e non potrebbe non esserci, ma invece di una reprimenda sul suo “potere corruttore”, il film ci ripete una verità semplicissima: la ricerca della felicità attraverso la ricchezza è destinata a fallire, se per “felicità” intendiamo il superamento della limitatezza umana, la vittoria sul Caso, la negazione del proprio vero Sé.

La storia in effetti parla degli sforzi compiuti dai personaggi per reprimere sé stessi, la propria sensibilità e le proprie inclinazioni, come nel caso di Carla (Valeria Bruni Tedeschi, a mio avviso la migliore sullo schermo), o per tentare rischiose scorciatoie in un contesto ricco ma in declino, pluralista ma classista, nel quale la mobilità sociale, quando c’è, è piena di lati oscuri. Dino (Fabrizio Bentivoglio), l’agente immobiliare – la classe media – che rischia tutto per poter mangiare allo stesso tavolo di Giovanni (Fabrizio Gifuni), lo squalo della finanza. La figlia di Dino e il figlio di Bernaschi frequentano la stessa scuola privata, sono stati assieme, ma si lasciano, e compare Luca, il proletario, lo sfortunatissimo marginale, in fondo attratto dal mondo da cui è escluso. Gli adulti andranno in cerca di guai, lo stesso faranno gli adolescenti e qualcuno morirà, ma non sarà nessuno di loro.

Leggo che per molti il film avrebbe come “un’aria” non italiana, internazionale. L’origine americana della storia lo spiega, in parte. Vi si ritrova il tema protestante del successo individuale come segno della predestinazione alla salvezza, ma si tratta di una sorta di calvinismo senza alcuna Irresistibile Grazia. Di fatto, il plot spiazza non poco chi si aspetta qualche morale consolatoria: il personaggio più detestabile non si macchia di colpe evidenti, il colpevole è davvero colpevole, anche se moralmente più integro, e chi lo denuncia, l’uomo qualunque vinto dall’ambizione, lo denuncia per danaro. Tutti hanno qualcosa da farsi perdonare, nessuno è immacolato, e, come nei complicati intrecci del mercato finanziario, per cui attorno a un singolo debito si agitano innumerevoli attori diversi, da chi s’indebita per comprare quote di quel debito, a chi scommette sul fallimento del debitore, così i vari carichi morali portati dai personaggi, per tutto il film sempre sul punto di esplodere tragicamente, sembrano alla fine ricomporsi in un finale non univoco, in un equilibrio ambiguo. Non c’è catarsi, non c’è vera giustizia, lo spettatore torna a casa con qualche contraddizione intatta. Ma qualcuno, nelle storie, deve pur pagare. E chi ha pagato veramente, il capro espiatorio attraverso il cui sacrificio la comunità può andare avanti, altri non è che l’anonimo cameriere investito e ucciso. Nella partita di giro – finanziaria e morale – della storia, il saldo finale corrisponde ai duecentomila euro pagati dall’assicurazione. Tanto valeva la sua vita, così ci ricorda il tristissimo payoff che si riallaccia al titolo. 

Quello che più mi ha colpito è la qualità della sceneggiatura. Non ho letto Amidon e non so quanto la struttura a flashback provenga direttamente dal romanzo, in ogni caso rendere sullo schermo strutture narrative che sulla pagina funzionano benissimo non è affatto semplice. Il merito di Francesco Piccolo e Francesco Bruni, che hanno scritto il film assieme a Virzì, consiste nel non indulgere mai agli aspetti macchiettistici dei personaggi. Il realismo è sempre misurato, è il procedere serrato della storia a prevalere e l’impressione (una di quelle impressioni che distingue il grande cinema dal cinema così così) è che non ci siano fotogrammi sprecati. In chiusura, potrei spendere qualche parola anche sui critici rosicanti, ma che senso avrebbe? Per la polemica spicciola c’è sempre Twitter. Ciò che conta è che, con film come questo (e La Grande Bellezza, che nei giorni scorsi ha portato a casa un Golden Globe), il cinema italiano dimostra di avere di nuovo la capacità di uscire un po’ dalla provincia, magari proprio quando racconta la provincia.

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2 thoughts on “Il Capitale Umano

  1. Iperattivo scrive:

    Piaciuto anche a te vedo😉

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