La paura ha un nome e si chiama «staffetta».

Premessa necessaria: chi in questi giorni convulsi (inspiegabilmente convulsi, almeno per noi che stiamo fuori dal Palazzo) gridi al golpe è un cretino. Chi invece, più o meno pacatamente, solleva l’obiezione per cui non sarebbe possibile un terzo governo «senza legittimazione popolare» dimentica forse che la nostra è ancora una repubblica parlamentare. Due camere sono state regolarmente elette giusto un anno fa e ogni maggioranza, anche quella espressa in queste sgradevoli larghe intese, è quindi formalmente legittima. Inopportuna, forse, ma legittima. I meno giovani ricorderanno governi che duravano meno di una primavera, e maggioranze smontate e rimontate nel chiuso delle stanze dei partiti, ai tempi del Pentapartito. Ma, già nella cosiddetta Seconda Repubblica, molti di noi ricordano bene la caduta del Prodi I e l’arrivo un po’ piratesco di Massimo D’Alema a Palazzo Chigi. E’ proprio a partire dalla constatazione dell’ingovernabilità del sistema che nascono tutti i discorsi sulle riforme istituzionali, è sempre per questo che in molti abbiamo creduto alla proposta di Matteo Renzi, all’occasione di «cambiare verso» rispetto alla «vecchia politica», ricordate?

Non è un golpe quello che si è consumato in questi giorni, trovando compimento in una direzione nazionale che non ho avuto davvero lo stomaco di seguire fino alla fine, ma una mezza schifezza sì. Una schifezza perché nel giro di poche ore Matteo Renzi, con l’assenso di buona parte del Partito Democratico, si è rimangiato quanto detto e ripetuto negli ultimi due anni, a partire dalla necessità di governare con una maggioranza solida, coesa e coerente, uscita dalle urne e non da manovre di palazzo. Nel discorso fatto al Nazareno poche ore fa, Renzi ha speso parole come rischio e coraggio, ma se il rischio che il tentativo del segretario si bruci (bruciando con sé il PD, e questa volta in modo forse definitivo) appare evidentissimo, meno evidente appare il coraggio speso per compiere il tentativo stesso. E’ paradossale, ma la «strada meno battuta» di cui parla Renzi – strada in realtà battutissima, quella, appunto, del cambio di governo per via di manovre di segreteria – non è stata scelta per coraggio. Questa strada è stata scelta per paura, paura di perdere le elezioni. In buona sostanza, nemmeno troppo tra le righe, Renzi ha ammesso di aver fallito il tentativo di riforma elettorale. Un tentativo partito molto bene, finito così così. L’Italicum – ancora non approvato – può funzionare solo dopo una riforma del Senato, che il governo in carica non sembrava mettere tra le sue priorità. E se poi non ce la si fa e si vota con un proporzionale puro creato dalla Consulta con la macellazione del Porcellum? E che dire della rinascita di Forza Italia coi suoi «clöb» e la sua retorica ultrapopulista? E il brutto clima di antieuropeismo nel quale si terranno le elezioni europee, che rischia di penalizzare il Partito Democratico, percepito più degli altri come «di sistema»? «E se poi al ballottaggio ci vanno B. e Grillo?» Tutti questi timori, più o meno fondati, hanno fatto cambiare idea a Renzi. Eh già, anche Renzi ha paura, una paura fottuta, si direbbe. E’ fortunato perché alla sua paura si aggiungono le paure altrui, all’interno del PD. Gli eletti del 2013, in particolare quelli vicini alla vecchia nomenklatura uscita sconfitta dalle primarie, non temevano forse le elezioni anticipate quanto Renzi? Ora il pericolo di essere esclusi dalle liste viene scongiurato, c’è tutto il tempo per riorganizzarsi…ma per riorganizzare cosa, se partito e governo dovessero fallire ancora? Non riesco mai a capire se si tratti di incoscienza o di cupio dissolvi, ma non ha importanza. Il punto è che la sostanziale compattezza del partito non è grave quanto le decisioni della segreteria, ovviamente. Per me si tratta della prima grande delusione di “diversamente renziano”, del primo vero brusco risveglio. E’ vero che le mie aspettative sono sempre state minime, ma c’è qualcosa nello stile, nella forma di certi atti e di certe prese di posizione che riesce a colpirti negativamente ben oltre la sostanza. La franchezza e la trasparenza, la chiarezza del pensiero, anche non sempre condivisibile, la sostanziale diversità dalla “vecchia politica” erano quindi solo un’illusione? Parrebbe proprio di sì.

Perché soltanto mezza schifezza, dunque? Semplicemente perché, messa da parte la delusione politica, chiunque si dica pragmatico e abbia a cuore le sorti di questo ridicolo paese – le mie, le vostre, le nostre sorti – penserà che in fondo «peggio di così non potrà andare», cercherà anzi di cogliere le possibilità date da questo cambiamento e non potrà che sperare che il governo Renzi riesca a combinare qualcosa di buono. Personalmente non mi sento fiducioso. Per quante critiche abbia fatto a questo strano governo e a quella sorta di Pentapartito 2.0 che lo sostiene, oggi mi sento solidale con Enrico Letta, sacrificato da tutto il suo partito in nome della paura. E’ la solidarietà che provo per i loser, per i condannati che provano ancora a ragionare coi carnefici con la testa già sul ceppo. Ma, più freddamente, mi chiedo appunto perché Renzi, pur non facendo peggio, dovrebbe riuscire a fare meglio di Letta. Che cosa davvero potrà fare in più, alla guida di un governo simil-tecnico sostenuto da un’identica maggioranza che, se mai dovesse cambiare di qualche grado il suo orientamento politico, difficilmente potrà cambiare in meglio? Sento parlare di un possibile sostegno di SeL da una parte, di quello della Lega Nord dall’altra. Insomma si va dall’improbabile all’indesiderabile. Matteo Renzi crede davvero di poter realizzare le grandi riforme necessarie al Paese in queste condizioni, arrivando magari a fine legislatura? Beh, glielo dobbiamo augurare. Io glielo auguro e questo augurio potrebbe essere l’ultima cosa che avrà da me. In bocca al lupo, segretario.

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6 thoughts on “La paura ha un nome e si chiama «staffetta».

  1. cristiano scrive:

    mah. capisco, quasi tutto, credo.
    ma mi manca la fede, e se anche l’avessi, la riporrei in mani meno veloci.
    non riesco a farmelo piacere, e mai come ora, spero di sbagliarmi.
    ci auguro che tu abbia ragione.
    c

    • Federico Gnech scrive:

      Ma nemmeno io ho ‘fede’, forse (forse) un po’ di speranza. Comunque è curioso come tu non sia l’unico a trovare il mio post ottimista nonostante tutto…mentre credevo di aver comunicato tutto il mio pessimismo.

      • cristiano scrive:

        Lo so che ci speravi, ma non ci arrivo comunque. e anche il pessimismo – anche se a me sembra più delusione – si nota. ma dopo esserti esposto a lungo, volevo andarci piano.
        confesso di stupirmi sempre, in generale, della fede degli altri: sia essa riposta in Dio, o negli umanoidi che fanno politica. del resto anch’io sono messo male: ho fede in certi artisti ( cantanti scrittori eccetera), e questo fa di me uno destinato alla frustrazione eterna.

  2. shylock scrive:

    Condivido molto di quel che hai scritto Fede ma non la solidarietà nei confronti di Letta. La solidarietà umana e il fascino misterioso del perdente non possono mettere in ombra la totale inadeguatezza del personaggio. Personalmente non conosco Letta e sono certo che governare con quella strana maggioranza che si è trovato, non sia stato facile. Dubito, però, che con un Pd più forte sarebbe stato in grado di fare molto di più. Letta è quello che da vicepresidente del Pd, ad ogni mezza sconfitta veniva mandato davanti alle telecamere a ripetere la solita banale e noiosa solfa del partito che tiene, del successo a Pesaro piuttosto che a Foligno. A Letta è mancato il coraggio e la capacità di guardarsi attorno, di vedere le macerie attorno a sé, di produrre un solo gesto anche simbolico per infondere una vaga fiducia.
    Troppo facile sparare addosso al premier esautorato, mi dirai tu.
    E allora, aggiungiamo due cose su Renzi: nulla di illegittimo, siamo tutti d’accordo e nulla di insensato. Inopportuno, questo sì. Deludente, forse anche. Come ha scritto sulla Stampa di ieri il buon Giovanni Orsina, c’è un unico modo per far dimenticare questo pasticciaccio: fare molto, dare risposte agli italiani stremati da una crisi che ha desertificato il paese. A quel punto, che siano 12 o 24 mesi, saluteremmo tutti Renzi come il salvatore. Ho i miei dubbi che ciò possa mai accadere, ma la speranza è l’ultima a morire, si sa. E i dubbi nascono da due diverse ragioni: è indubbia la grinta e l’ipercinesi del sindaco di Firenze ed è certo che il coincidere di premier e segretario del partito di maggioranza qualche vantaggio potrà portarlo. E tuttavia, se il Pd potrà affrontare l’azione di governo con maggior forza, non è per nulla scontato che gli alleati (Ncd in primis) contribuiranno a imprimere una svolta (una svolta che in caso di ritorno al voto potrebbe beneficiare soprattutto Renzi stesso). E non è per nulla scontato che Renzi non venga azzoppato dal suo stesso partito, non certo nuovo a giochi al massacro.
    Il secondo dubbio nasce da osservazioni soggettive e opinabili sul personaggio Renzi. Seppur con lo scetticismo che mi contraddistingue, io il Sindaco di Firenze l’ho sostenuto esattamente come te Fede, perché convinto che l’Italia abbia bisogno di una svolta radicale in senso riformatore, ça va sans dire. E ho sempre distinto il Renzi-uomo dal Renzi-politico: mentre il primo non fa molto per me (chiacchierone, vanesio, battutista e banalizzatore) il secondo mi ha lasciato più volte stupefatto (l’energia, il coraggio, la capacità di individuare i problemi del Paese e di renderli a tutti comprensibili, la semplificazione del linguaggio, la rottura nello stile e nei gesti, l’abbandono dell’antiberlusconismo viscerale). Ebbene, dalla proposta dell’Italicum in poi (che è una bruttissima legge elettorale, penso tu ne convenga con me) si è fatto avanti il timore che la semplificazione nasconda semplicità e che l’ambizione un po’ scomposta (non c’è nulla di male ad essere ambiziosi) non sia solo quella di guidare il Paese e fare cose grandi ma sia in primis quella di dimostrare di avercela fatta. Senza sapere bene che fare dopo.

    • Federico Gnech scrive:

      Sottoscrivo tutto. Quello della legge elettorale era un passaggio importante in cui la fretta di «portare a casa un risultato» ha portato al pateracchio dell’Italicum. È un peccato perché la riforma elettorale dovrebbe essere la premessa necessaria di riforme più profonde. In queste ultime ore poi mi sta venendo il dubbio che il tentativo fosse poco convinto fin dall’inizio…insomma una lista di ministri Renzi l’aveva già pronta almeno dall’ultima Leopolda. Mi insegnano che la sincerità e la trasparenza totali in politica non sono possibili, ma…

  3. […] Matteo, che è riuscito finalmente nel suo intento: arrivare al governo del Paese. Ci è riuscito rimangiandosi la parola, facendo l’esatto contrario di quanto promesso a noi che l’abbiamo sostenuto, ma non […]

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