Perché sono contrario alle «quote rosa» in Parlamento

Sono contrario perché credo che occorra sempre guardare la luna e non farsi distrarre dal dito che la indica.

Sono contrario perché credo – in questo confortato dall’opinione di molte donne –  che una donna si possa sentire umiliata nell’essere considerata «quota», nell’avere la certezza di una parità imposta per legge sulla base del possesso di una vagina. Non è sessismo, questo? Non è ridicolmente sessista la stessa espressione «quota rosa»?

Sono contrario perché credo che la cultura maschilista e i residui di patriarcato che affliggono ancora in modo evidente la società italiana non si possano combattere a forza di regolamenti, e meno che mai coi regolamenti applicati ai vertici del ceto politico.

[Un inciso generale andrebbe fatto a proposito della natura della rappresentanza democratica: il Parlamento non è una proiezione omologa della società (che vi siano presenti tanti cretini, tanti ladri o tanti assassini è frutto di un accidente, non di una regola). In una democrazia rappresentativa vanno scelti i rappresentanti più validi di singoli interessi e gruppi sociali, non i rappresentanti di singole inadeguatezze.]

Sono contrario perché se quello della parità è un problema politico, sono i soggetti responsabili dell’azione politica organizzata, e cioè i partiti, a doversene far carico autonomamente. Il Partito Democratico, cui sono iscritto, ha risolto il problema delle pari opportunità attraverso lo Statuto (uno statuto che prevede l’uso del buon senso nei casi eccezionali in cui, altrimenti, non si potrebbero nemmeno eleggere i segretari di circolo). Le donne nel PD sono ben rappresentate (il 41% dei nostri parlamentari è donna), semmai il problema rimane nei partiti del centrodestra. Ma se tante donne votano partiti in cui la parità di genere non è così importante, il problema forse sta nella scuola, non nei regolamenti elettorali.

Sono contrario perché i problemi reali delle donne di questo paese, dalla vergogna delle dimissioni in bianco a tutte le altre discriminazioni sessiste nel mondo del lavoro, in termini di carriera e di reddito non si risolvono con un parlamento composto da percentuali identiche di maschi e di femmine. Non vi viene il sospetto che i residui patriarcali e le difficoltà nella carriera lavorativa delle donne possano derivare non da una scarsa rappresentanza politica, ma dall’arretratezza del nostro sistema produttivo, del nostro capitalismo familista, da tutte le incrostazioni corporative che nemmeno ora, con l’acqua alla gola, il nostro ceto politico ha il coraggio di andare a toccare?

Contrassegnato da tag , , , , ,

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: