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René Burri 1933-2014

Uno dei più celebri ritratti del Che, la straordinaria immagine degli uomini dalle lunghe ombre in cima a un grattacielo di San Paolo del Brasile, le foto di guerra dal Vietnam e da Israele, e forse i più bei ritratti di Giacometti nel suo atelier. Pochi fotografi sono riusciti ad unire la consapevolezza estetica alla capacità di raccontare per immagini come René Burri. In un mondo sempre più invaso da artisti-fotografi che tendono spesso a negare l’esistenza di uno specifico fotografico, Burri era un fotografo-fotografo. Un fotoreporter il cui sguardo era sì educato ai valori formali (Burri aveva studiato alla scuola di arti applicate di Zurigo), ma sempre rivolto al mondo, più che al proprio ombelico.

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I Cesaroni e la meritocrazia

La questione è se e in che misura, nell’ambito dei prodotti culturali di massa, la legge della domanda e dell’offerta e (quindi) la macchina del marketing siano sempre in accordo col criterio meritocratico. La meritocrazia è riconosciuta a parole da tutti come uno degli ingredienti fondamentali della ricetta per far ripartire il Paese e, se ho capito bene, in un regime di meritocrazia, i migliori sono premiati. Per brevità e semplicità, escludo dal discorso l’editoria, ché altrimenti toccherebbe infilarci nel ginepraio di questioni come la scarsa attitudine alla lettura degli Italiani, il problema della trasmissione della cultura o – Dio ce ne scampi – quello dello statuto letterario dei testi. Lascerei stare anche l’arte contemporanea e il suo mercato, cui ho accennato altrove su questo blog. Mi riferisco quindi principalmente all’industria dell’intrattenimento (tele)visivo, della quale il cinema è ormai appendice sia sul piano estetico che su quello produttivo. Riassuntino:  la televisione commerciale – cioè tutta la televisione, compreso il cosiddetto “servizio pubblico” della TV di Stato – esiste per piazzare le merci attraverso la pubblicità. La TV è «quella cosa che succede tra uno spot e l’altro», e quello che succede tra uno spot e l’altro lo scrivono gli autori televisivi, di gran lunga i meglio retribuiti tra i laureati in materie umanistiche o in scemenze della comunicazione.

Sono troppo giovane per poter rimpiangere i programmi RAI degli anni ’60, e conoscendo un po’ la parabola della commedia all’italiana, non mi pare che il nostro cinema di consumo fosse proprio un modello di qualità. E tuttavia, un Totò costretto a girare dieci filmetti all’anno, scritti con la mano sinistra dai vari Metz e Marchesi, era pur sempre il Principe De Curtis, usato da alcuni dei nostri più grandi autori comici. No, è davvero difficile tentare paragoni tra il cinema del boom e la quantità enorme di spazzatura prodotta in funzione del mercato pubblicitario televisivo. A questo punto interviene generalmente qualcuno a ricordarmi che «ora c’è la Rete, i contenuti te li crei tu», «la tv è in declino, i giovani non la guardano», e che il mercato pubblicitario ha perso un terzo del fatturato in questi anni di crisi. Vero, ma dalla crisi prima o poi – in piedi o distesi – usciremo e non farei previsioni affrettate sulla morte della televisione. Personalmente non credo che la tv generalista potrà scomparire tanto presto. Al di là del fatto che siamo un paese di anziani, mi pare evidente che la visione contemporanea e condivisa (di una partita della Nazionale, di una serie televisiva, di un reality) sia uno degli elementi chiave della pubblicità, se parliamo di merci non individual-oriented, come il detersivo, il Parmigiano, le spugnette per togliere le croste dai fornelli. Esiste un tendenza alla cosiddetta “coda lunga“, ma ristretta alla sola industria culturale, e non so quanto destinata a prevalere. La stessa diffusione dei social network è alimentata dal bisogno/desiderio di condivisione dei giudizi su questo o quel prodotto di intrattenimento. Mi pare che l’hashtag #Cesaroni, ai primissimi posti nelle tendenze di Twitter (social prediletto dai salariati dell’industria culturale, peraltro) dica già tutto.

Si torna sempre all’adagio dei miliardi di mosche che, in fondo, «non possono essersi tutte sbagliate», e si torna a pensare con una certa tristezza al nostro declino anche nel campo delle storie raccontate sullo schermo, al fatto che in Italia da almeno vent’anni non si produca nulla di lontanissimamente paragonabile non dico alle tre serie di Heimat di Edgar Reitz (uno dei capolavori del cinema a cavallo del millennio, prodotto per la televisione, non senza problemi), ma nemmeno a certi ottimi prodotti HBO. Resta la domanda iniziale, la quale chiama altre domande che abbiamo fatto mille volte, e alle quali forse è meglio non rispondere, perché ne va del senso di tutta la baracca in cui viviamo da decenni: chi scrive per la televisione è soggetto o no alla meritocrazia? Il “merito” ha a che fare in sé con la qualità dei prodotti? La “qualità” è decisa sempre e unicamente dal pubblico? Quella tra l’autore della fiction immonda e l’inserzionista è lo stesso tra il manager e i suoi azionisti? È giusto che un ricercatore di biochimica impegnato nella sintesi di una molecola antitumorale possa guadagnare meno – molto, ma molto meno – di uno degli autori dei Cesaroni, in virtù del numero di contatti col potenziale compratore di spugnette per togliere le croste dai fornelli?

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Claudio Abbado 1933-2014

Cosa fa Lei, quando non lavora?

Vado su in montagna, nell’Engadina in Svizzera, Lì c’è una valle dove da cent’anni niente può essere cambiato. Lì non c’è nessun traffico, si deve arrivarci in carrozza o a piedi. Lì faccio sempre in estate lunghe passeggiate, che sono per me l’ideale per studiare.

Come si studia durante una passeggiata ? Lei deve avere tutta la musica esattamente nella testa.

Si, la lascio attraversarmi la mente e ripeto tutto interiormente. In questo paesaggio c’è una calma meravigliosa. Persino d’estate lì si trova la neve. E io amo il suono della neve.

Il suono che fa quando ci si cammina sopra?

No. lo si sente anche quando si sta solo sul balcone.

Lei sente la neve?

Naturalmente è qualcosa di assolutamente minimo, neanche un vero reale rumore: un soffio, un nulla di suono. Anche in musica esiste: quando in una partitura è indicato un pianissimo, che va fino al “niente”. Questo “niente” si può percepire acusticamente lassù in alto. […]

(Dall’intervista per «die Zeit», giugno 2013. Traduzione di Vittorio Mascherpa per abbadiani.it)

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Il Capitale Umano

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Dovendo scegliere un qualche punto dello Stivale in cui trasferire la storia di Human Capital di Stephen Amidon, Paolo Virzì ha scelto la Brianza. Poteva scegliere altrimenti? La Brianza ricca ed «operosa», certo, ma anche «velenosa», da tempo entrata – a torto o a ragione – tra gli stereotipi del nostro cinema e della nostra letteratura in quanto luogo geografico di massima concentrazione dell’arroganza connessa ai quattrini. Ma lasciamo subito da parte la polemica sciocchina, coi brianzoli che si offendono, con sindaci scemotti e la stampa filisteo-padana che riscoprono un orgoglio un po’ afrikaaner, per così dire. Prima di tutto, sbaglia chi immagini Il Capitale Umano come riproposizione dei cliché della commedia all’italiana (allo stesso modo, è del tutto fuorviante liquidare La Grande Bellezza come tentativo di riprodurre La dolce vita). Evitando con cura le recensioni prima della visione, io stesso mi aspettavo una satira sui ricchi viziati, sul declino del Paese, mi aspettavo un buon canovaccio all’interno del quale far gigioneggiare i soliti grandi attori (che non gigioneggiano e sono tutti bravissimi). Una commedia nera à la Dino Risi, giocata un po’ sull’odio di classe, con in testa un sovrano disincanto ai limiti del nichilismo. Una Brianza come la si vede ne Il vedovo, per intenderci.  E invece no, quello che ho visto è un grande film sul Male. Il tema del denaro c’è, e non potrebbe non esserci, ma invece di una reprimenda sul suo “potere corruttore”, il film ci ripete una verità semplicissima: la ricerca della felicità attraverso la ricchezza è destinata a fallire, se per “felicità” intendiamo il superamento della limitatezza umana, la vittoria sul Caso, la negazione del proprio vero Sé.

La storia in effetti parla degli sforzi compiuti dai personaggi per reprimere sé stessi, la propria sensibilità e le proprie inclinazioni, come nel caso di Carla (Valeria Bruni Tedeschi, a mio avviso la migliore sullo schermo), o per tentare rischiose scorciatoie in un contesto ricco ma in declino, pluralista ma classista, nel quale la mobilità sociale, quando c’è, è piena di lati oscuri. Dino (Fabrizio Bentivoglio), l’agente immobiliare – la classe media – che rischia tutto per poter mangiare allo stesso tavolo di Giovanni (Fabrizio Gifuni), lo squalo della finanza. La figlia di Dino e il figlio di Bernaschi frequentano la stessa scuola privata, sono stati assieme, ma si lasciano, e compare Luca, il proletario, lo sfortunatissimo marginale, in fondo attratto dal mondo da cui è escluso. Gli adulti andranno in cerca di guai, lo stesso faranno gli adolescenti e qualcuno morirà, ma non sarà nessuno di loro.

Leggo che per molti il film avrebbe come “un’aria” non italiana, internazionale. L’origine americana della storia lo spiega, in parte. Vi si ritrova il tema protestante del successo individuale come segno della predestinazione alla salvezza, ma si tratta di una sorta di calvinismo senza alcuna Irresistibile Grazia. Di fatto, il plot spiazza non poco chi si aspetta qualche morale consolatoria: il personaggio più detestabile non si macchia di colpe evidenti, il colpevole è davvero colpevole, anche se moralmente più integro, e chi lo denuncia, l’uomo qualunque vinto dall’ambizione, lo denuncia per danaro. Tutti hanno qualcosa da farsi perdonare, nessuno è immacolato, e, come nei complicati intrecci del mercato finanziario, per cui attorno a un singolo debito si agitano innumerevoli attori diversi, da chi s’indebita per comprare quote di quel debito, a chi scommette sul fallimento del debitore, così i vari carichi morali portati dai personaggi, per tutto il film sempre sul punto di esplodere tragicamente, sembrano alla fine ricomporsi in un finale non univoco, in un equilibrio ambiguo. Non c’è catarsi, non c’è vera giustizia, lo spettatore torna a casa con qualche contraddizione intatta. Ma qualcuno, nelle storie, deve pur pagare. E chi ha pagato veramente, il capro espiatorio attraverso il cui sacrificio la comunità può andare avanti, altri non è che l’anonimo cameriere investito e ucciso. Nella partita di giro – finanziaria e morale – della storia, il saldo finale corrisponde ai duecentomila euro pagati dall’assicurazione. Tanto valeva la sua vita, così ci ricorda il tristissimo payoff che si riallaccia al titolo. 

Quello che più mi ha colpito è la qualità della sceneggiatura. Non ho letto Amidon e non so quanto la struttura a flashback provenga direttamente dal romanzo, in ogni caso rendere sullo schermo strutture narrative che sulla pagina funzionano benissimo non è affatto semplice. Il merito di Francesco Piccolo e Francesco Bruni, che hanno scritto il film assieme a Virzì, consiste nel non indulgere mai agli aspetti macchiettistici dei personaggi. Il realismo è sempre misurato, è il procedere serrato della storia a prevalere e l’impressione (una di quelle impressioni che distingue il grande cinema dal cinema così così) è che non ci siano fotogrammi sprecati. In chiusura, potrei spendere qualche parola anche sui critici rosicanti, ma che senso avrebbe? Per la polemica spicciola c’è sempre Twitter. Ciò che conta è che, con film come questo (e La Grande Bellezza, che nei giorni scorsi ha portato a casa un Golden Globe), il cinema italiano dimostra di avere di nuovo la capacità di uscire un po’ dalla provincia, magari proprio quando racconta la provincia.

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Jim Hall 1930-2013

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E’ tutto finito

paolinizalone

Mi hanno detto che di teatro o di cinema d’autore non si campa. Non è quindi uno scandalo fare anche altro: gli spot del detersivo, Un posto al sole, la comparsata nelle trasmissioni comiche, ecc. Lo si è sempre fatto. Quando uno è giovane, è una necessità alimentare. Quando uno è già affermato, può servire a raccogliere risorse per nuove produzioni. Che c’è di male nell’attingere agli straordinari incassi di una commediola? Tutto giusto, tutto condivisibile. E allora come mai mi sento soffocare?

Nel film c’è un suo cameo alla Hitchcock.
«Si appaio trenta secondi all’uscita dalla scuola elementare, con mio figlio più piccolo. E la scuola si chiama come mia moglie, Margherita Ricci».

Invece l’aspirapolvere come la figlia di Zalone, Gaia. Questo film è un «people placement»!
«Quella scuola è particolare perché nella realtà è la sede la facoltà di Scienze politiche di Padova, presso cui insegnava il professore Toni Negri, autore di un libro straordinario come Arte e Moltitudine. Il mio è stato un piccolo tributo al professore».

(dall’intervista di «Vanity Fair» a Gennaro Nunziante, regista di Sole a Catinelle)

Il post-operaista paraculo no, non lo posso sopportare.

Che cosa abbiamo fatto di male per meritarci questo?

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Lou Reed 1942-2013

Some people they like to go out dancin’
and other people they have to work.

Luglio 2000. Una delle mie precedenti (dis)incarnazioni in rete amava buttare il suo tempo assieme a qualche decina di fanatici che su usenet (i social network erano di là da venire) discutevano animatamente di musica rock e affini, a tal punto animatamente da chiamare spesso in causa le condotte sessuali di madri, sorelle e fidanzate. Chi non si insultava troppo arrivava ad incontrarsi fisicamente al raduno annuale, che spesso si teneva in uno dei festival estivi sparsi per la penisola (ce n’era qualcuno in più, allora). Quell’anno si scelse Pistoia Blues, e fu quella l’unica volta in cui vidi Lou Reed dal vivo. Non so perché non abbia più cercato un suo concerto, dopo di allora. A parte la mia invincibile pigrizia, forse è per la convinzione che i big che ti piacciono vadano visti una o due volte al massimo. I miti devono restare miti, a vederli troppe volte si rischia l’eventualità statistica che poi ti deludano, che smettano di essere dei miti. (Ok, è una stupidaggine, prendete per buona soltanto la faccenda della pigrizia).

Come sempre, con gente che ha fatto la storia della musica, si respirava una certa aria di revival. E’ sempre una parte del pubblico a chiederlo, il revival. In quel caso a chiedere una fettina di anni ’70, anche inventati, in una sorta di pantomima mentale. Nei ’70 Lou, come molte altre rockstar americane, in Italia non riusciva a suonare. Veniva contestato dai minus habens extraparlamentari i quali avevano deciso che Lou Reed era nazista (forse nemmeno sapevano che Lou era ebreo, sennò, forse, gli avrebbero dato del “sionista”). Gli extraparlamentari nel 2000 ovviamente non c’erano più. Rimanevano però gli sfattoni e i sopravvissuti all’eroina degli anni ’80. Stavano soprattutto nelle prime file, eccitatissimi, a gridare «LUUUU, FACCE HEROIIIIN!!!!», e a tirare oggetti sul palco. Più che altro pacchetti di lucky strike vuoti, ma qualcuno iniziò a tirare monetine. Una di queste finì proprio sulla mano sinistra di Lou, bene in vista sulla tastiera della Telecaster. La band smise di suonare, e tutti noi iniziammo ad imprecare cercando di individuare il colpevole. Rick Hutton, storico presentatore di Pistoia Blues (e di Videomusic) si avvicinò a Lou e riferì più o meno questo: «Mr. Lou Reed dice che se non smettete di lanciare cose il concerto è finito qui». E cioè a dire: signori, l’aver pagato il biglietto non vi dà il diritto di rompere il cazzo. Le prime file si calmarono e il concerto proseguì. Fu un live memorabile, anche se pochi conoscevano i pezzi dell’ultimo album. Sì, perché l’aver pagato il biglietto non ti dà nemmeno il diritto di pretendere che la tua rockstar resti ferma ai suoi (e tuoi) vent’anni. Questo è un punto su cui riflettere: Lou non si era mai, mai fermato. Pur restando sempre fedele a sé stesso, aveva sperimentato di tutto. Anche oltre la musica, anche a rischio della sua persona, evidentemente. Anche, al momento opportuno, cambiando vita. Potrebbe essere una lezione per molti, chissà. Perché poi piaccia a tante persone così diverse tra loro, sia quando canta di Rachel, la drag queen, che di Kurt Waldheim e di Jesse Jackson, rimarrà un mistero. Il mistero di una chitarra attaccata ad un amplificatore, quella cosa che chiamiamo rock ‘n’ roll, sempre uguale, sempre diversa.

Grazie di tutto, Lou.

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Andrea Brambilla 1946-2013

Quante risate mi hai fatto fare, commissario Zuzzurro. Grazie e buon viaggio.

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Altri dubbi: i negazionisti, la legge, la stupidità umana

Giorni di un’intensità disturbante, tra i disastrosi funerali di un nazista centenario e i 70 anni del rastrellamento al Ghetto di Roma. Proprio in queste ore, con la consueta e un po’ ridicola sensibilità a singhiozzo dei nostri legislatori, si ridiscute della necessità di sanzionare per legge il negazionismo.

La prima reazione è quella del libertario quale mi considero, che non tollera il concetto stesso di reato d’opinione. Questo vale anche per le opinioni più ripugnanti (non per le incitazioni alla violenza, naturalmente). Tanto più che in questo caso si parla di carcere, e io sono sempre più convinto che il carcere sia inutile o dannoso (perché criminogeno) per la maggior parte dei reati.

In secondo luogo, c’è la questione dell’effetto culturale. Ogni forma di censura contribuisce alla diffusione clandestina dei pensieri che proibisce, rischiando di alimentare forme di complottismo e facendo passare i negazionisti come vittime dello Stato etico o martiri del libero pensiero, come è accaduto con David Irving. La Rete è naturalmente il perfetto contenitore di tutte quelle bestialità che un tempo passavano solo attraverso le pubblicazioni a stampa. Una situazione di illegalità è poi il contesto ideale per quel genere di negazionismo strisciante mascherato da puro esercizio intellettuale, proprio ciò da cui il cretino prevalente rimane affascinato, e di cui il divulgatore scientifico in chief del gruppo L’Espresso, Piergiorgio Odifreddi (negazionista? probabilmente no. Imbecille? Senz’altro) si è fatto interprete qualche giorno fa:

caro hommequirit,

vedo che anche lei ha sollevato un vespaio, avendo toccato un nervo scoperto della storiografia relativa alla seconda guerra mondiale.

su norinberga [sic], confesso di essere molto vicino alle sue posizioni. il processo è stato un’opera di propaganda. i processati hanno dichiarato, con lapalissiana evidenza, che se la guerra fosse andata diversamente, a essere processati per crimini di guerra sarebbero stati gli alleati, e ovviamente avevano ragione: non a dire che sarebbero stati processati, ma che sarebbe stato corretto e giusto processarli per quei crimini.

sono anche vicino alle sue posizioni quando afferma che l’opinione che la maggior parte delle persone, me compreso ovviamente, si formano su una buona parte dei fatti storici è fondata su opere di fantasia pilotata, dai film di hollywood ai reportages giornalistici. e che la storia sia tutt’altra cosa, e abbia il suo bel da fare a cercare di sfatare i luoghi comuni che sono entrati nel “sapere” collettivo.

[…]

non entro nello specifico delle camere a gas, perché di esse “so” appunto soltanto ciò che mi è stato fornito dal “ministero della propaganda” alleato nel dopoguerra. e non avendo mai fatto ricerche al proposito, e non essendo comunque uno storico, non posso far altro che “uniformarmi” all’opinione comune. ma almeno sono cosciente del fatto che di opinione si tratti, e che le cose possano stare molto diversamente da come mi è stato insegnato, affinché credessi ciò che mi è stato insegnato.

A Odifreddi, cui non mi azzardo a suggerire i maggiori testi di Holocaust Studiessegnalo almeno la documentazione del processo Irving v. Lipstadt, nel quale proprio David Irving citava in giudizio la storica americana Deborah Lipstadt per diffamazione. Irving ha perso quel processo, le sue menzogne sono state demolite, come il pigro Odifreddi, se ne avrà voglia, potrà verificare.

Uno dei punti chiave della difesa della Lipstadt – che, detto per inciso, è contraria all’introduzione del reato d’opinione – sta in una constatazione oggettiva: David Irving non è uno storico. Per questo inviterei tutti quegli storici italiani preoccupati per un possibile attacco alla libertà di ricerca ad andare oltre il riflesso iniziale. Personaggi come Irving o Carlo Mattogno non solo non fanno ricerca storica ma anzi ne contestano il metodo, in violenta polemica con l’accademia. Lo studio della storia non c’entra proprio nulla, Il negazionismo non è storiografia, è propaganda del nazismo e delle varie mutazioni rossobrune ed islamiste (ben riassunte nella squallida figura di Roger Garaudy, per chi se lo ricordi).

In questo senso (ma si tratta di una mia libera e discutibile interpretazione di non-giurista), la propaganda negazionista rientrerebbe nella fattispecie della legge, già esistente, sul divieto di apologia del fascismo. Il fatto è che tale legge risulta praticamente inapplicata, e l’apologia è stata praticata liberissimamente in ogni contesto e in ogni forma possibile a partire dall’introduzione della legge Scelba, tra l’altro anche da parte di personalità e aree politiche che oggi vorrebbero legiferare contro il negazionismo!

Insomma, la faccenda è complicata in linea teorica, ma forse di scarsa rilevanza pratica. Per quanto mi riguarda, è uno di quei casi in cui il principio generale cozza con l’ingombrante particolare, la ragione col sentimento, l’utilità con l’indignazione, la testa con la pancia. Libertario sì, e voltairiano, ma sino a un certo punto. Di sicuro non darei la mia vita perché un nazista possa esprimere la sua opinione, questo no. Se fossi in Parlamento, probabilmente mi asterrei dal votare la legge. Ma, da semplice cittadino, confesso che mi sarebbe difficile firmare eventuali petizioni per eliminarla. Il perché ho tentato di spiegarlo su twitter:

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